Diciamoci la verità: la legge Biagi è servita a
legalizzare la precarizzazione del lavoro e a far gravare
il rischio d’impresa sui lavoratori anziché sulle aziende.
Con le nuove figure di autonomi inventate dalla medesima
legge, si è voluto palesemente legalizzare lo sfruttamento
del lavoro, facendo risparmiare le imprese sui costi di
previdenza, di tutela e di contribuzione. Ma, soprattutto,
si è consentito alle imprese di applicare gli
inquadramenti di lavoro a progetto (ex co.co.co) anche a
tipologie che nulla hanno a che vedere con mansioni
autonome né, tanto meno, finalizzate ad uno specifico
programma aziendale. E non c’è niente di meno autonomo,
meno progettuale, ma anzi straordinariamente subordinato
di un lavoro nel call center. Così gli ispettori del
lavoro sono arrivati alla Atesia, società leader nel
settore, e dopo una lunga indagine hanno stabilito quello
che era già chiaro a tutti: chi lavora nei call center è
un lavoratore subordinato a tutti gli effetti. Il verdetto
non lascia scampo alla società: deve assumere a tempo
indeterminato tutti i suoi 3500 dipendenti e deve pagare i
contributi ad altri diecimila con carattere retroattivo
dal 2001.
Il lavoro ha vinto, si direbbe. Eppure la guerra dei call
center sembra essere solo alla prima battaglia. Quella che
era stata salutata come un inizio di vittoria per le
migliaia di lavoratori occupati nel più grande centralino
d’Italia, sta ora diventando una vicenda molto più che
simbolica, scatenando una querelle tra chi ritiene
preferibile una soluzione di compromesso, alla quale
giungere con tavoli di confronto, trattative e con un
forte ruolo del sindacato e chi, invece, ha piena fiducia
nelle decisioni dell’Ispettorato e non vuole cedere al
ricatto imposto dai vertici dell’azienda. Già, perché non
poteva mancare, il ricatto. La risposta arrivata per voce
di Alberto Tripi, presidente del gruppo Almaviva-Cos, cui
fa capo Atesia, com’era prevedibile, è stata netta:
l’ipotesi assunzione apre la strada al licenziamento e
alla delocalizzazione, soprattutto se il verdetto
dell’ispezione dovesse ricadere solo sul call center di
Cinecittà, provocando una distorsione del mercato che
vedrebbe comunque continuare tutti gli altri outsourcer -
le società che gestiscono i call center per le grandi
aziende e che effettuano ricerche di mercato - sulla via
della precarietà.
Il primo effetto dell’ispezione, dunque, lungi
dall’essere l’assunzione, su cui ora dovrà pronunciarsi il
Tribunale del Lavoro, è la sospensione degli accordi
sindacali che l’azienda aveva stipulato tempo fa e che
prevedevano, almeno a quanto dichiarato dallo stesso Tripi,
l'assunzione a tempo indeterminato di 3 mila collaboratori
entro la fine del 2006. Un ricatto occupazionale a tutti
gli effetti, la norma nel nuovo mondo del lavoro
inaugurato dalla legge Biagi e dal centrodestra
berlusconiano il cui slogan, sintetizzato mirabilmente dal
Nidil-Cgil, è sempre stato “più abusi fai, più commesse
hai”. Per questo il sindacato ora chiede l’apertura
urgente di un tavolo trilaterale, a cui partecipino forze
sociali, aziende e governo. La proposta è essenzialmente
una: ridurre il cuneo fiscale, abbassare il costo del
lavoro e dare così alle aziende un incentivo ad assumere.
Perchè il problema, si sa, è tutto lì: il costo aziendale
per l'impiego orario di un addetto in outbound (quelli che
fanno le telefonate per ricerche di mercato) è di circa
10,50 euro per il personale "co.co.pro", a fronte di una
somma oraria di 15-17 euro per un operatore dipendente.
Restano comunque da ricordare gli utili da capogiro che
Atesia pubblicizza, i 300 mila contatti quotidiani che
riceve, nonchè il suo probabile prossimo ingresso a Piazza
Affari.
Dunque è un vero e proprio intervento sistemico quello
che chiedono i sindacati al governo: la materia è troppo
vasta e a rischio trappole per potersi permettere di
procedere a piccoli passi, serve subito una
riorganizzazione complessiva dell’intero settore. Una
strategia che permetta alle aziende di restare sul mercato
senza cancellare quelle garanzie a cui ogni lavoratore ha
diritto, dalla tutela della maternità all’assicurazione
sugli infortuni, dalla possibilità di avere accesso al
credito al poter sperare ad una pensione per il futuro.
Una battaglia in cui la sinistra, di lotta e di governo,
dovrebbe procedere speditamente, senza alcun
tentennamento, rispolverando le radici più vere e forti
della propria storia. E invece no. Ancora una volta ci
dobbiamo stupire. Cesare Damiano, ministro diessino del
Lavoro ed ex sindacalista, non sembra affatto intenzionato
ad intervenire in maniera radicale sul mercato del lavoro
così come invece era stato promesso in campagna
elettorale. Lo ha detto con disarmante chiarezza: “Il caso
Atesina non influirà sull’atteggiamento nei confronti
della legge Biagi”. Traduzione per i non addetti ai
lavori: questo governo non ha i numeri per cambiare la
legge Biagi e, soprattutto, non vuole aprire un fronte di
scontro con il centrodestra. Nel programma dell’Unione si
parlava sono di “modifiche”, non certo di cancellazione.
Dunque, niente strappi. Si faranno correzioni minime, solo
su questioni che si sono rivelate poco funzionali
(l’esempio è quello dei contratti atipici come lo staff
leasing, peraltro poco utilizzato), ma nessun colpo di
spugna.
Ci saremmo aspettati altro. Soprattutto in virtù di
errori di valutazione già compiuti in passato e che
avrebbero dovuto insegnare al sindacato e alla politica
che quando si parla di lavoro, i padroni sono sempre
padroni e gli operai sempre dipendenti e in posizione di
debolezza. Già negli anni Novanta, la progressiva
destrutturazione delle norme che regolavano il lavoro
dipendente tradizionale è stata accompagnata, anche da
larga parte della sinistra, dalla pretesa che la
flessibilità andasse a vantaggio dei lavoratori,
consentendo orari meno rigidi e vincolanti di quelli del
lavoro dipendente tradizionale. Non è ancora chiaro -
evidentemente - che la flessibilità che si è diffusa negli
ultimi quindici anni è stata invece subita dai lavoratori
e si è tradotta ovunque in precarietà piuttosto che in
opportunità. Questo tipo di flessibilità, quella dei call
center come quella di gran parte dei lavoratori cosiddetti
atipici, è imposta unilateralmente dai datori di lavoro
per gestire la variabilità della domanda sul mercato,
sostituire il lavoro dipendente, negare diritti e
abbassare i costi del lavoro.
Vista l'estrema condizione di ricatto dei lavoratori
precari all'interno di un call center, quale che esso sia,
è difficile immaginare che l'organizzazione degli orari -
ad esempio - possa essere gestita in modo autonomo dai
lavoratori, anche laddove non si tratti di lavoro inbound
- cioè dove l'operatore riceve la telefonata e dove dunque
è prevedibile che vengano stabiliti degli orari di lavoro
precisi. Nel lavoro outbound - dove è l'operatore a
contattare il cliente - è la natura stessa del lavoro e i
risultati che devono essere raggiunti a dettare i ritmi e
i tempi di lavoro. Gli operatori di telemarketing o gli
intervistatori telefonici finiscono per preferire - per
necessità più che per scelta - alcuni orari piuttosto che
altri. O comunque finiscono per prolungare il proprio
orario di lavoro per riuscire a raggiungere i risultati
previsti. Tanto più che spesso, in questo caso, le
retribuzioni sono stabilite non su compenso orario fisso
ma su sistemi integrati di cottimo. Distinguere dunque tra
chi fa la telefonata e chi la riceve, attribuendo a uno
diritti e tutele e all'altro niente, non fa che riproporre
la distinzione del tutto arbitraria tra lavoratori di
serie A e lavoratori di serie B, negando l'impegno che la
coalizione di centro-sinistra si è presa in campagna
elettorale: superare la legge 30 e restituire un principio
di dignità a tutto il lavoro.
La circolare emanata dal ministro Damiano dimostra
invece che la discontinuità annunciata in campagna
elettorale nell'affrontare le problematiche relative al
mondo del lavoro, è lungi da venire. Infatti non solo non
si pensa di cambiare rotta, ma addirittura in questi
giorni non si contano gli apprezzamenti e i complimenti
fra la vecchia e la presente gestione del dicastero del
Lavoro. Maroni non fa altro che rivendicare la paternità
della circolare e Damiano chiede collaborazione all'ex
ministro: commistioni inaccettabili, quando invece
l'Unione e il governo avrebbero il dovere di dire
chiaramente cosa è o non è accettabile in termini di
dignità del lavoro delle persone. Su un fronte non ci
dovrebbero essere titubanze: l’imperativo di questi tempi
è solo quello di recuperare il valore sociale del lavoro,
concezione senza la quale ancora una volta non si paleserà
agli occhi dei lavoratori la differenza fra governi di
centro destra e governi di centro sinistra.
E se la politica mostra poca determinazione davanti ad
una battaglia dirimente per la strutturazione futura della
società di questo Paese, ci si augura che almeno il
sindacato, i lavoratori e le lavoratrici, la società
civile, si mobilitino contro la precarietà. Con
l’obiettivo di cancellare la legge 30 nei fatti e non solo
nelle parole a cominciare, da parte sindacale, dal
riconoscere l'inammissibilità dell'accordo firmato nel
maggio scorso ad Atesia. Non avrebbe senso oggi per il
sindacato continuare ad arroccarsi nella difesa di
posizioni che se erano errate ieri e sono da ritenersi più
che mai insensate dopo l'accertamento, da parte ispettiva,
che il lavoro in quel call center era - ed è senza
ambiguità - lavoro subordinato. Si dovrebbe invece usare
come punto di forza ciò che è stato accertato ad Atesia
per rivendicare diritti e tutele per tutti i lavoratori,
del settore e non.
Ma anche altro: ribadire, perché sembra sia stato
colpevolmente rimosso, che non esistono diritti variabili
e che i lavoratori sono tutti uguali e hanno diritto allo
stesso trattamento a parità di prestazione, è un assioma
che fa bene al lavoro e soprattutto al centrosinistra e al
suo elettorato di riferimento. Che sia anche un problema
di cultura, la cosiddetta cultura del nuovo capitalismo e
di incapacità di lettura e di analisi da parte della
classe politica del Paese, apparentemente incapace di
leggere i processi di evoluzione e di muoverli a favore
dei lavoratori anziché delle imprese, è un dato di fatto
triste ma inconfutabile. Ai ricatti delle aziende, come
insegna l’Atesia (ma gli esempi possono essere
innumerevoli) le risposte della politica e del sindacato
sono oggi troppo flebili e impacciate. Così il collasso
del sistema è dietro l’angolo. L’altro giorno, l’ad di
Atesia, per giustificare il proprio niet alle assunzioni e
ai contributi, ha rispolverato il vecchio adagio secondo
cui “il problema della flessibilità del lavoro è un
problema del mondo”. Al momento ci piace l’idea di
riportare il lavoro all’interno di contratti stabili,
regole certe e diritti garantiti. A cominciare dal nostro
Paese, poi ci occuperemo del resto.
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