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  • 08/05/2006 Un Sentiero verso la Stabilità (Tito Boeri,Pietro Garibaldi, www.lavoce.info)

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    I problemi strutturali del nostro mercato del lavoro sono tutti legati all’ingresso. Difficile entrare nel mercato del lavoro formale per giovani in cerca del loro primo impiego e per donne dopo la maternità o lunghi periodi passati a lavorare a casa. Ma è difficile rientrare anche per chi è costretto a uscirne durante una fase di una vita che diventa sempre più lunga. Il rientro è difficile anche per chi sceglie di stare per un po’ fuori dal mercato, cosa che avverrà in modo sempre più frequente. Per non fare deprezzare il nostro capitale umano in un percorso lavorativo che non può che allungarsi assieme alla vita vissuta, si può avere bisogno di prendere, ogni tanto, dei "periodi sabbatici". Deve essere possibile entrare prima, uscire e poi rientrare, senza trovarsi ogni volta di fronte a ostacoli pressoché insormontabili.

    I problemi

    Queste difficoltà di ingresso sono particolarmente acute al Sud e durante condizioni congiunturali difficili. Ma sono presenti comunque. È un problema strutturale del nostro mercato.
    Anche la questione del precariato è in parte legata all’ingresso. Le riforme del mercato del lavoro che si sono succedute in questi anni hanno certamente reso più facile il primo ingresso nel mercato, come dimostrato dal calo strutturale della disoccupazione giovanile (circa 6 punti percentuali nel periodo 1998-2005). Ma queste riforme hanno creato un canale parallelo, una specie di mercato del lavoro secondario. E il passaggio dal mercato del lavoro secondario a quello primario è terribilmente incerto, senza sentieri e percorsi stabiliti.
    Inoltre, ci sono problemi di sostenibilità di lungo periodo: in assenza di correttivi, ce ne accorgeremo fra venti-trenta anni quando le prime generazioni di lavoratori temporanei arriveranno all’età di pensionamento con contributi insufficienti ad alimentare una pensione superiore ai minimi sociali. Nel nuovo regime previdenziale, i contributi pagati dai co.co.co, uniti a salari di ingresso che sono spesso al di sotto della soglia di povertà (secondo i dati di Banca d’Italia, c’è quasi un 10 per cento di lavoratori atipici che riceve meno di 4 euro all’ora  e a frequenti periodi di disoccupazione non coperti da assicurazioni-ammortizzatori sociali e contribuzioni figurative, sono infatti insufficienti a garantire una pensione adeguata. (1)
    A questi problemi bisogna pensare quando si ragiona sui programmi da realizzare nella nuova legislatura. Bisogna definire un percorso che funzioni indipendentemente dall’età, non solo per entrare, ma anche per rientrare nel mercato del lavoro. E deve essere un percorso ben definito, senza salti nel vuoto. Infine, dati i vincoli di finanza pubblica, meglio concepire un percorso che non implichi l’utilizzo di risorse pubbliche aggiuntive. Non vorremmo che, domani, esigenze di quadratura dei bilanci imponessero di cambiare il percorso, come ad esempio avvenuto con il taglio al bonus assunzioni introdotto nel 2000. Il percorso di ingresso deve valere per tutti ed essere sempre aperto.

    Le soluzioni proposte

    Ecco dunque le nostre proposte. Bisogna cercare di attuarle simultaneamente perché fanno parte dello stesso disegno, volto ad assicurare un ingresso sostenibile nel mercato del lavoro.
    Il sentiero a tappe verso la stabilità. Il canale principale di entrata nel mercato del lavoro deve prevedere un sentiero di lungo periodo per i lavoratori, e al tempo stesso permettere alle imprese un assunzione "flessibile". Nella nostra proposta, il sentiero ha tre fasi: la prova, l’inserimento e la stabilità. Chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato, dovrebbe essere soggetto a un periodo di prova di sei mesi, come oggi avviene per alcune categorie e per il personale direttivo. Serve a non scoraggiare il datore di lavoro che vuole essere garantito circa le qualità del lavoratore. Successivamente, dal sesto mese al terzo anno dopo l’assunzione, il lavoratore è coinvolto in un periodo di inserimento in cui viene tutelato dall’articolo 18 per quanto riguarda il licenziamento disciplinare e discriminatorio e dalla protezione indennitaria (da due a sei mesi di salario) nel caso di licenziamento economico. È questo il periodo in cui datore di lavoro e lavoratore investono in capitale umano specifico all’azienda. Al termine del terzo anno, la cosiddetta tutela reale (reintegra) viene estesa anche ai licenziamenti economici. A questo punto per l’azienda che ha già investito nel capitale umano del lavoratore sarebbe comunque molto costoso separarsi da lui. Quindi, questa forte protezione dell’impiego non è tale da dissuadere il datore di lavoro dall’assumere il lavoratore. Al contempo, riteniamo che la durata massima del contratto a tempo determinato (Ctd) debba essere ridotta a due anni, mentre si dovrebbero aumentare i contributi per l’assicurazione contro la disoccupazione versati da chi assume con Ctd, per coprire i costi scaricati sulla collettività in termini di sussidi di disoccupazione pagati ai propri ex-dipendenti il cui contratto non sia stato rinnovato alla scadenza . Un’impresa che trasforma un contratto a tempo determinato in uno a tempo indeterminato non potrà comunque fruire del periodo di prova. In questo modo, si scoraggerà l’abuso di queste figure contrattuali. I contratti temporanei saranno indirizzati soltanto a prestazioni lavorative veramente a termine, mentre il periodo di prova lungo permetterà alle imprese di decidere con maggior flessibilità l’assunzione a tempo indeterminato.
    Salario minimo. Coprirebbe i lavoratori oggi lasciati fuori dalla contrattazione. Rimediando a una situazione in cui i datori di lavoro hanno un potere di mercato eccessivo, potrebbe finire per creare più occupazione. Come mostrato dall’esperienza dei paesi latino-americani, non è affatto ovvio che crei lavoro nero.
    Contributo previdenziale uniforme. Qualunque prestazione lavorativa deve avere la stessa copertura previdenziale, indipendentemente dal tipo di contratto di lavoro, il che significa uniformare le aliquote contributive tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, a partire dai contratti a progetto. Questi standard devono garantire un’adeguata copertura previdenziale. Il legame fra contributi e pensioni future va reso più trasparente mandando a tutti i lavoratori rendiconti che documentino l’evoluzione dei propri diritti previdenziali, così come avviene in Svezia. Questo permette che contributi più alti non vengano percepiti come tasse, ma come risparmi, accantonamenti obbligatori per garantirsi una pensione adeguata.

    (1) Rosolia e Torrini (Rosolia, A. e Torrini, R., "Il divario generazionale", mimeo, Banca d’Italia, giugno 2005) documentano inoltre come la forbice fra salari di ingresso e salari medi, fra retribuzioni dei giovani e degli anziani si sia fortemente ampliata nell’ultimo decennio.


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