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  • 22/2/2006 La Riforma della Contrattazione Collettiva II (Pietro Ichino, www.disinformazione.it)

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    Qui lei tocca un punto cruciale della questione: i vincoli della spesa pubblica. Non è un caso che i segretari della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi coniughino la difesa intransigente del ruolo e dell’inderogabilità del Ccnl con la rivendicazione di un aumento della spesa pubblica, dell’intervento pubblico nell’economia, oltre che con una tendenziale opposizione all’internazionalizzazione della nostra economia. C’è una coerenza innegabile in questa coniugazione; ma finché il quadro in cui vogliamo ragionare è quello della nostra progressiva integrazione nell’Unione Europea, dobbiamo fare i conti fino in fondo con i vincoli che essa ci pone.

    E.S. Mi rendo ben conto del valore di questa obiezione. Ci torneremo più avanti. Ma prima vorrei porle questa domanda: lei ricorda certamente che ci fu il periodo delle "gabbie salariali". (1) Una volta abolite le "gabbie", questa espressione è diventata un tabù negativo: anche progetti come il suo urtano contro un rifiuto netto e radicato. Le domando: perché?

    P.I. Le gabbie salariali erano tutt’altra cosa: erano una differenziazione degli standard retributivi prestabilita centralmente e rigidamente. Quella differenziazione corrispondeva, a ben vedere, a una sorta di accettazione dell’inferiorità economica del Sud, della minore produttività del lavoro nelle regioni meridionale. Si stabilivano quelle differenze come permanenti e inevitabili. Quello che io propongo è esattamente il contrario: fissato il benchmark nazionale con il Ccnl, io propongo che un sindacato genuino e sorretto da una vera maggioranza dei lavoratori di una regione possa adattare quello standard in funzione di un progetto di sviluppo che consenta alle imprese della regione di uscire dall’illegalità e dal nanismo che ne consegue, in modo da poter raggiungere progressivamente il benchmark nazionale. Del resto, anche il costo della vita, a Vibo Valentia, è molto più basso che a Milano.

    E.S. Già, ma occorrerebbe anche vedere quali sono effettivamente i consumi dell’operaio di Vibo Valentia; e di quali servizi dispone.

    P.I. Occorrerebbe soprattutto una maggiore abitudine a raccogliere i dati in modo sistematico, a studiarli e a ragionare su di essi pragmaticamente. Questo eviterebbe tante dispute ideologiche e consentirebbe di scegliere tra le alternative possibili conoscendone molto meglio gli effetti reali.

    E.S. – Lei crede che la contrattazione di una riduzione del costo del lavoro al Sud consentirebbe un’azione di recupero alla legalità di quell’enorme 40 per cento di economia sommersa?

    P.I. Nel quadro di una grande operazione concordata dalle parti sociali con il governo locale e centrale, io credo di sì. In Germania, dopo l’unificazione del 1990, tra Est e Ovest c’era una differenza di produttività del lavoro simile a quella che c’è da noi tra Nord e Sud; in un primo periodo hanno tentato di realizzare l’uguaglianza tra Est e Ovest per decreto, applicando la ricetta centralistica; e hanno ottenuto invece un’enorme aumento della disoccupazione e del lavoro irregolare all’Est. Poi hanno imparato la lezione: il sindacato si è dato un programma più realistico di "costruzione" dell’uguaglianza, con l’obiettivo di raggiungerla gradualmente entro il 2009, attraverso una fase di passaggio di negoziazione regionale, per consentire appunto la differenziazione degli standard. I primi risultati si stanno già vedendo.

    E.S. Anche da noi sono state sperimentate alcune forme di deroga al Ccnl, in particolare per i distretti industriali e per determinate zone, con i "contratti d’area", i "patti territoriali", i "contratti di riallineamento". Quell’esperimento è stato fatto; e non sembra che abbia dato risultati apprezzabili.

    P.I. Quelle nostre esperienze sono una cosa molto diversa rispetto a quanto stanno sperimentando in Germania. Quelli erano contratti con efficacia molto circoscritta, che richiedevano una fase di preparazione laboriosissima, una triangolazione con l’amministrazione pubblica che presupponeva procedimenti amministrativi complessi, altissimi costi di transazione; e avevano carattere eccezionale. Inoltre richiedevano l’unanimità dei consensi: se Cgil, Cisl e Uil non erano tutte d’accordo, di diritto o di fatto erano impraticabili. Io propongo invece la possibilità di una contrattazione collettiva suscettibile di svilupparsi al livello regionale o aziendale in modo più fluido, anche senza il coinvolgimento dell’amministrazione pubblica e anche in situazioni di dissenso insanabile tra Cgil, Cisl e Uil, purché ad opera di una coalizione sindacale genuina e sorretta dalla maggioranza dei lavoratori interessati.

    E.S. Mi sembra rischioso estendere questa soluzione al livello della singola impresa. L’obiezione nasce dalla mia esperienza nell’impresa che ho fondato e diretto per decenni. Quando a decidere sono i rappresentanti dei lavoratori in azienda, questo costituisce sovente un problema non da poco per l’imprenditore: quello che si è contrattato con il sindacato nazionale non conta più, conta solo quello che decidono i rappresentanti aziendali. Dove i lavoratori sono forti, questo va a danno dell’imprenditore: a volte i rappresentanti aziendali, quando sono massimalisti o radicaleggianti, agiscono con durezza maggiore rispetto al sindacato nazionale, sia sul piano delle rivendicazioni, sia su quello delle forme di lotta. Ma l’esperienza mi dice anche che nell’80 per cento dei casi avviene il contrario: il leader della rappresentanza sindacale, in vista di prospettive di carriera, o del fatto che il capo dell’azienda se lo porta a pranzo e lo consulta riservatamente su tante cose, finisce col diventare molto malleabile. Potrebbero diffondersi forme svariate di sindacalismo di comodo: soprattutto nell’azienda medio-piccola sarebbe facile per il padroncino ottenere che i dipendenti diano il loro appoggio a un sindacato creato ad hoc, disposto a firmare qualsiasi cosa. Per non parlare del rischio di un controllo mafioso su questo genere di sindacato.

    P.I. Per evitare questo rischio, io propongo un filtro ulteriore, in aggiunta alla maggioranza dei consensi nell’ultima votazione nei luoghi di lavoro interessati: cioè che il sindacato, per essere abilitato a contrattare con efficacia piena, anche in deroga al Ccnl, debba essere radicato in almeno quattro regioni. Non è l’unico filtro possibile, si possono sperimentare altre tecniche normative; ma il rischio che lei paventa del sindacato di comodo è facilmente evitabile, anche perché i giudici del lavoro sono ben attrezzati per il controllo in questo campo. Inoltre la proposta di legge che ho inserito in appendice al mio libro prevede che i lavoratori scelgano ogni tre anni il sindacato da cui vogliono farsi rappresentare; nel corso del triennio, se i singoli rappresentanti aziendali adottano un comportamento incompatibile con la linea del sindacato scelto dai lavoratori, questo è abilitato a sostituirli, secondo le proprie regole statutarie interne.

    E.S. Lei pensa al rappresentante aziendale come a una sorta di funzionario del sindacato in azienda?

    P.I. Deve essere sempre, ovviamente, un dipendente dell’azienda. Ma è il sindacato a ricevere l’investitura dai lavoratori e deve essere pertanto il sindacato a operare attraverso quel lavoratore, avendolo designato come proprio rappresentante aziendale; libero, ovviamente, il sindacato stesso di farlo scegliere dall’assemblea di tutti i lavoratori, o da quella dei soli propri iscritti, o in altro modo previsto dal suo statuto associativo. E liberi i lavoratori, alla prima scadenza, se non sono

    E.S. Mi sembra che questa sua proposta pecchi un po’ di illuminismo. Di fatto, se il sindacato pretendesse di sostituire il rappresentante aziendale "fuori linea", i lavoratori si ribellerebbero; in questo modo si favorirebbe il diffondersi dei Cobas, che peraltro sono già diffusissimi. Perché la Cgil oggi si preoccupa tanto di mantenere il rapporto con la base, mediante il referendum, il confronto costante con l’assemblea? Perché altrimenti il sindacato perde il consenso dei lavoratori, si diffonde verso il sindacato quella stessa disaffezione che, sul terreno politico, si è diffusa nei confronti dei partiti.

     

    P.I. Il rapporto organico tra sindacato e rappresentante aziendale non è una mia invenzione: lo ha istituito lo Statuto dei lavoratori del 1970, voltando pagina per questo aspetto, rispetto alla vicenda delle commissioni interne, che non erano organi del sindacato. Io sono favorevole a mantenere quel rapporto organico, lasciando libero ogni sindacato di gestirlo accentuando la democrazia diretta o quella delegata, dando più voce alla base indistinta o ai tesserati. Poi propongo che il numero dei rappresentanti sindacali aziendali non sia più uguale per tutti i sindacati accreditati, come lo Statuto prevede ancora oggi, ma sia proporzionato per legge, o per accordo interconfederale, ai consensi ottenuti da ciascun sindacato nella consultazione periodica. Saranno i lavoratori a dare più spazio al sindacato che fa meglio il suo mestiere.

    E.S. Questo mi sembra ragionevole, anche se conservo le mie riserve sulla possibilità effettive di controllo del sindacato sull’operato dei propri rappresentanti in azienda. Soprattutto, poi, in una situazione nella quale alla contrattazione collettiva di livello aziendale vengano lasciate le briglie sul collo come lei propone.

    P.I. Le briglie credo che possa tenerle in mano ben salde il sindacato da cui i lavoratori scelgono di farsi rappresentare; io lo credo capace di farlo, ma non ho la pretesa di convincerla su questo punto. Prima di chiudere, vorrei tornare a un tema che abbiamo lasciato sospeso. Il nostro cosiddetto "diritto sindacale vivente", centrato sull’inderogabilità del Ccnl, è venuto consolidandosi in un’epoca in cui a Roma, dove si negoziava il contratto, si praticava una certa dose di dirigismo in economia, soprattutto mediante le leve del cambio della lira e degli aiuti di Stato alle imprese. Metà della nostra industria era a partecipazione statale e sorretta dai fondi di dotazione generosamente e puntualmente erogati a spese del contribuente. Lei non pensa che la disattivazione di queste due leve centrali della nostra politica economica nazionale debba avere dei riflessi anche sulla struttura della contrattazione collettiva, nel senso di un qualche spostamento del suo baricentro verso la periferia, di un maggiore spazio per la contrattazione decentrata?

    E.S. Lei può avere ragione, ma, per entrare in questo ordine di idee, troppe cose allora devono cambiare. Una riforma di questo genere e di questa portata è politicamente pensabile soltanto nel contesto di una riforma di sistema, che involga anche il recupero del necessario rigore ed equità fiscale, un livello di ragionevole efficienza dei servizi al mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, più in generale la credibilità delle istituzioni che fanno da arbitro tra le parti sociali. Questa battaglia innovativa che lei conduce meritoriamente presuppone una comunità nazionale in cui cambino contemporaneamente molte altre cose. Allora, chi fa la prima mossa? Senza una concertazione seria tra tutte le parti interessate, non si creerà mai il minimo di fiducia necessario perché si possa imboccare credibilmente una strada come questa.

    (1) Con questo termine si indicano le tabelle retributive stabilite dai Ccnl italiani negli anni Cinquanta e Sessanta, che prevedevano rigidamente minimi differenziati in riferimento alle diverse zone del paese.


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