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  • 04/09/2004 La difficile Transizione dalla Scuola al Lavoro (Norberto Bottani, Alexander Tomei, www.lavoce.info)

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    L’attenzione rivolta nell’ultimo decennio alle modalità di transizione dalla scuola al lavoro coincide con profonde mutazioni del mondo del lavoro. Le principali motivazioni che spingono i responsabili politici a occuparsi della questione sono due: la disoccupazione giovanile che nella maggior parte dei paesi rimane sostanzialmente più elevata di quella degli adulti e aumenta in modo preoccupante nei periodi di recessione; e la convinzione che occorre adeguare la preparazione dei giovani all’economia postindustriale, sempre più informatizzata e bisognosa di una gamma di competenze di nuovo genere. (1)

    La transizione

    Per convenzione, la transizione inizia nell’anno d’età di una coorte nel quale la proporzione di giovani scolarizzati a tempo pieno scende al di sotto del 75 per cento e termina nell’anno di età durante il quale almeno la metà della coorte è occupata e non è più a scuola. La durata della transizione risulta dalla differenza tra queste due età.

    Si ritiene in genere che più la durata della transizione è breve, più efficace è l’articolazione tra scuola e lavoro: in primo luogo, i costi sono inferiori; in secondo luogo, più si è giovani, migliori sono i risultati negli apprendimenti; in terzo luogo, i giovani, anche se con scarsa esperienza professionale, apportano al mondo del lavoro idee e stimoli nuovi.
    La situazione in Italia è a questo riguardo anomala e preoccupante perché ancora nella seconda metà degli anni Novanta la transizione era tra le più lunghe di tutti i paesi dell’Ocse: durava in media oltre undici anni (la media dei paesi dell’Ocse era di sette anni circa).

    L’educazione permanente

    I problemi sembrano presentarsi già al momento dell’avvio del processo di transizione.
    L’inchiesta Pisa (Program for International Student Assessment) dell’Ocse del 2000 mostra che le competenze degli allievi italiani di quindici anni nella comprensione di testi comuni utilizzati nella vita di tutti i giorni sono ben al di sotto della media dei paesi dell’Ocse. I risultati sono altrettanto sconfortanti nella cultura matematica e scientifica. Alla fine della scuola dell’obbligo, una proporzione elevata di giovani italiani non è dunque attrezzata per capire e muoversi nella società contemporanea. Ciò non sorprende se si considera l’alta percentuale di giovani che dichiara di non provare alcun interesse per la scuola.

    Né queste carenze vengono corrette in seguito perché in l’Italia l’educazione permanente coinvolge proporzioni molto basse di adulti, a differenza di quanto accade in gran parte dei paesi del nord Europa e degli Stati Uniti. Nel 2001 poco più del 10 per cento delle persone tra i 24 e i 64 anni partecipava alla formazione continua nell’ambito del lavoro contro circa il 50 per cento in Danimarca, il 40 per cento in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. (2)

    Studenti che lavorano

    L’Italia si distingue dagli altri paesi anche per la bassa proporzione di giovani che coniugano formazione e attività professionale. È vero che non è esistita fino ad ora in Italia una struttura della formazione professionale che permetta di alternare l’apprendimento alla pratica in azienda, ma se si prescinde da questo limite istituzionale, il fenomeno ha fors’anche una matrice culturale: in Italia, come del resto in Francia, in Gran Bretagna o nella Repubblica Ceca, gli studenti non lavorano. I quindici-diciannovenni che studiano e hanno un’attività professionale parallela sono praticamente inesistenti e nella fascia venti-ventiquattro anni sono meno del 10 per cento. A titolo comparativo, nei Paesi Bassi le proporzioni sono rispettivamente del 50 per cento e del 60 per cento:

    L’Italia fa da fanalino di coda anche per quel che riguarda i giovani detti "a rischio", i giovani cioè che non continuano la formazione dopo la scuola dell’obbligo e che rimangono inattivi. Nel 2001, oltre un terzo dei ragazzi di 15-19 anni erano in questa situazione e oltre il 20 per cento di quelli della fascia 20-24 anni.

    Trovare un lavoro

    Gli indicatori del Mannheim Centre for European social research (3) sul tempo trascorso prima di trovare un posto di lavoro stabile (primo impiego di una durata di almeno sei mesi a un tasso di lavoro di almeno venti ore settimanali) confrontano i risultati di dodici paesi europei: Svezia, Irlanda, Finlandia, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Ungheria, Belgio, Francia, Grecia, Spagna e Italia.
    Nel 2000, l’Italia figurava all’ultimo posto in quanto paese con la più bassa proporzione di giovani che entrano immediatamente nel mercato del lavoro dopo aver lasciato la formazione e con la proporzione più alta di giovani che aspetta più anni prima di trovare un lavoro. Secondo uno studio dell’Ocse (4), nel 1998 in Italia la proporzione dei giovani disoccupati tra i 15 e i 19 anni rispetto alla disoccupazione totale era di oltre quattro volte superiore alla proporzione di giovani della stessa età rispetto all’occupazione totale. Nella fascia d’età dei 20-24 anni, questa proporzione era tre volte superiore. Nel 2001, il tasso dei giovani tra i 20-24 anni alla ricerca di un lavoro era del 14 per cento circa. Per altro, la formazione universitaria in Italia non "paga", nel senso che non protegge contro la disoccupazione come succede altrove. Come in Grecia, ha più probabilità di trovarsi disoccupato un giovane con una formazione universitaria che un diplomato della scuola secondaria superiore o con una formazione inferiore.

    D’altra parte, una volta inseriti nel mercato del lavoro, è auspicabile che il lavoro intrapreso sia adeguato alla formazione acquisita. Ebbene, anche su questo piano l’Italia fornisce dati piuttosto preoccupanti. Secondo un’inchiesta del Mzes del 2000, cui hanno partecipato giovani tra i 15 e i 35 anni di dodici paesi europei, gli italiani sono molto mal messi: più del 45 per cento degli intervistati afferma di esercitare un’attività professionale senza rapporto con la formazione ricevuta. Questa situazione è fonte d’insoddisfazione e di instabilità, non solo perché non si valorizza la formazione ricevuta e si sprecano competenze acquisite, ma perché si genera un regime di scarsa fedeltà ai posti di lavoro con tutte le conseguenze a medio e lungo termine che ne derivano.

    Prospettive italiane

    Se l’impostazione e i programmi vigenti dell’insegnamento secondario superiore italiano, dell’istruzione tecnica e professionale e della formazione professionale producono risultati preoccupanti come questi, allora ci si deve chiedere se si può ancora tenere in piedi un sistema del genere. È del tutto illusorio, a nostro parere, ritenere che bastino alcuni ritocchi cosmetici per cambiare la situazione. È l’impostazione dell’insegnamento secondario superiore che va ripensata da cima a fondo, creando "in primis" scuole universitarie professionali, per tecnici specializzati e per la ricerca applicata nei campi della piccola e media industria. Solo così si potrà valorizzare l’istruzione tecnica e professionale. E la formazione professionale va rivista integralmente con modalità di formazione in alternanza tra scuola e lavoro, che vanno concepite e gestite in partnernariato con le aziende.

    Per saperne di più

    Per maggiori informazioni si può consultare il sito http://www.bdp.it/adi/Seminario04_1s/Sem2004Atti_frame.htm

     

    (1) Stern, D. (1999). School-to-work policies in industrialized countries as responses to push and pull. In D. Stern et D. A. Wagner (Eds.), International perspectives on the school-to-work transition (pp. 1-22). Cresskill NJ: Hampton Press.

    (2) Ocde (2000). Regard sur l’éducation. Les indicateurs de l’Ocde. Paris: Ocde.

    (3) Mannheim Centre for European social research (2002). Indicators on School-to-work Transitions in Europe. Mannheim: Mzes.

    (4) Ocde (2000). De la formation initiale à la vie active: faciliter les transitions. Paris: Ocde.

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