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  • 13/09/2006 Il Terremoto Politico in Israele (Elle Emme, http://www.altrenotizie.org)

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    Olmert-Netanyahu-Peretz Di fronte alla prova della crisi libanese, il governo israeliano Olmert-Peretz ha mostrato miseramente la sua pesante incompetenza, accompagnata da un atteggiamento arrogante e machista, che ne ha fatto un bersaglio ormai quotidiano degli attacchi della stampa. Nell'ultima settimana, Olmert ha reso note le nuove priorità del governo, facendo carta straccia del proprio programma elettorale e mostrando la sua vera faccia reazionaria. La credibilità di Ehud Olmert è ormai naufragata, trascinando con sé l'intero establishment politico-militare. In un recente sondaggio dell'Università Ben Gurion, la stragrande maggioranza degli israeliani ha dichiarato che, per sapere la verità sull'andamento della guerra, attendeva con impazienza i messaggi televisivi di Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah, mentre non dava alcun credito alle notizie diffuse dall'IDF o dal proprio governo.
    Difficile non essere d'accordo, visto che i bollettini ufficiali del governo israeliano, per tutta la durata del conflitto, non facevano altro che ripetere ogni giorno la vittoria schiacciante sul Partito di Dio, persino quando, durante le ultime ore prima del cessate-il-fuoco, i miliziani sciiti lanciavano su Israele oltre duecento razzi Katiuscha. Mentre la guerra in Libano ha consacrato Nasrallah eroe del mondo arabo, in Israele è giunto il momento della riflessione e si comincia a parlare apertamente della sconfitta e delle responsabilità.

    Inizia a scricchiolare il mito dell'invulnerabilità dell'esercito israeliano. Nonostante le armi più sofisticate e il sostegno dell'alleato americano, in un mese l'IDF non è riuscito ad avere la meglio di una milizia armata, in un territorio peraltro ben noto agli ufficiali israeliani, dopo i diciotto anni di
    occupazione dal 1982 al 2000. Nell'ultima settimana, grazie a dossier lasciati trapelare di proposito da ambienti militari, si sta delineando una possibile verità sulla gestione del conflitto. A quanto è emerso, l'esercito israeliano non era preparato ad uno scenario di guerra in Libano per carenze sia di informazioni circa i covi degli Hezbullah che di adeguata preparazione delle proprie truppe. Di tutto questo erano al corrente sia il premier Olmert che il ministro della difesa Peretz. Nonostante ciò, a poche ore dal rapimento dei due soldati israeliani da parte di Hezbullah, il governo, d'accordo con il capo di stato maggiore Halutz, ha deciso di dare il via all'escalation militare. La decisione affrettata e inopportuna è stata dettata dalla volontà politica di "ristabilire la capacità di deterrenza israeliana", confermando la scelta che aveva portato alla rioccupazione di Gaza un mese prima (tuttora in corso). In sostanza, il governo ha mandato allo sbaraglio nel sud del Libano migliaia di giovani riservisti, privi persino dell'equipaggiamento necessario, tanto è vero che gli ufficiali riservisti hanno aperto una fronda all'interno dell'esercito e chiedono la testa del capo di stato maggiore. Ma quel che è peggio è che per la prima volta nella sua storia Israele ha subito un prolungato attacco missilistico, a cui non ha saputo in nessun modo porre rimedio. A quanto è trapelato, la guerra in Libano era in fase di studio da parte dell'intelligence israeliana, nello scenario di un attacco americano all'Iran, ma al momento non esistevano precisi piani di invasione, come è emerso chiaramente dall'andamento tentennante dell'esercito sul campo. Nasrallah stesso, in un controverso messaggio televisivo, ha chiesto scusa al popolo libanese, affermando che Hezbullah non si aspettava una risposta così violenta da parte israeliana. In realtà, Hezbollah avrebbe utilizzato una piccola parte del suo arsenale missilistico, pari al venti per cento, nei trentaquattro giorni di guerra. In particolare, non avrebbe fatto uso, nonostante le minacce, dei missili a gittata più lunga, di provenienza iraniana, che sarebbero in grando di raggiungere Tel Aviv. Questi infatti servirebbero come deterrente nel caso di una futura crisi militare con attacco alla Siria o all'Iran.

    Ma le infelici uscite da bullo di Olmert, che scherniva Nasrallah vantandosi di poter passeggiare all'aperto mentre l'altro era costretto a nascondersi in un bunker, oppure smentiva in diretta Kofi Annan riguardo alla mediazione per il rilascio dei soldati rapiti, sono solo note di colore, mentre in Israele imperversa una vera tempesta politica. Mentre le accuse di corruzione contro vari ministri e Olmert stesso si fanno più pesanti e mentre il presidente israeliano Katsav, accusato di stupro, mette in imbarazzo l'intera Knesset rifiutando le proprie dimissioni, la vera truffa per gli israeliani è la nuova agenda governativa. Come in un teatro dell'assurdo, Olmert ha svelato le carte e dichiarato, senza il minimo imbarazzo, che cancellerà gli interventi sociali in programma e che il piano di ritiro parziale dalla West Bank ("convergence plan") è in realtà inattuabile e va abbandonato, anzi vanno potenziati gli insediamenti dei coloni.

    Non c'è traccia nella prossima finanziaria dell'aumento del salario minimo, la cui promessa aveva portato ad una grande affermazione elettorale del Labor Party e di Peretz nello scorso marzo. Le risorse che dovevano essere destinate alla riduzione della povertà sono state direttamente trasferite alla difesa, per ripristinare le riserve di ordigni, sganciati sul Libano, acquistandoli dall'alleato americano. Come se non bastasse, il governo ha proposto di reperire ulteriori risorse aumentando le
    tasse universitarie, in sostanza andando a colpire ancora una volta i riservisti, in maggioranza studenti, prima mandati allo sbaraglio in Libano e poi vessati di ritorno a casa. La rimozione improvvisa degli investimenti sociali ha portato ad una vera e propria rivolta all'interno dello stesso Labor, i cui parlamentari minacciano di far cadere il governo e con lui il leader del proprio partito e ministro della difesa, Peretz. In questo caso, Olmert potrebbe comunque restare al potere con i voti del partito xenofobo degli ebrei russi e dei partiti della destra ultrareligiosa, che in ogni caso sono disponibili a convergere sul nuovo programma governativo.

    Lo slogan grazie al quale Olmert ha vinto le elezioni, ovvero il piano di ritiro unilaterale, è stato anch'esso archiviato senza troppi rimpianti dal governo, secondo il quale, dopo la guerra in Libano, sono cambiate le priorità. Ad un primo sguardo questa scelta potrebbe sembrare positiva per le prospettive del conflitto israelo-palestinese. I due precedenti ritiri unilaterali, nel duemila dal sud del Libano e lo scorso anno da Gaza, sono stati infatti un fallimento, dal punto di vista israeliano. L'idea alla base dell'azione unilaterale è che non ci sia alcun interlocutore con cui discutere una soluzione politica al conflitto, dato che Israele considera sia Hizbullah che Hamas organizzazioni
    terroristiche e Libano e Siria loro complici. Ma è ormai chiaro all'establishment israeliano che il ritiro dal Libano ha portato al rafforzamento di Hezbollah, mentre il ritiro da Gaza e la sua trasformazione in una enorme prigione a cielo aperto hanno avuto come risultato l'anarchia e una crisi umanitaria. Il piano di convergenza, inoltre, mascherava con un parziale ritiro dalla West
    Bank la reale intenzione di annettere ad Israele i grossi blocchi di insediamenti e, in particolare, tutta la periferia di Gerusalemme Est. Nonostante negli ultimi giorni il governo Olmert-Peretz abbia cambiato repentinamente idea e chiesto il rinnovo dei dialoghi di pace con tutti i vicini, libanesi, palestinesi e persino siriani, questa apparente buona volontà nasconde in realtà il chiaro intento di distogliere l'attenzione dalle montanti polemiche sulla guerra e, soprattutto, dalla crisi nel governo stesso. Il dubbio sulla volontà di dialogo del governo è insinuato dal fatto che, mentre Olmert ha chiesto a sorpresa un colloquio con Abbas, Presidente dell'ANP, e dichiara di volere un ritorno alla road map (dopo averla affondata miseramente nei mesi precedenti), nello stesso momento il governo ha autorizzato la costruzione di un nuovo blocco di insediamenti a Gerusalemme Est, per affrettarsi a rimuovere la soluzione di continuità tra le colonie adiacenti la parte ovest della città. In questo modo, Olmert spera di risolvere definitivamente il problema di Gerusalemme Est, che verrebbe così de facto tagliata fuori dal resto della West Bank e annessa. Infine, Olmert ha dichiarato che non verranno al momento evacuati gli insediamenti illegali, altro punto dirimente del suo programma elettorale. Lo stop ai nuovi insediamenti e lo smantellamento di quelli illegali sono peraltro due clausole fondamentali della stessa road map. Appare evidente quindi l'utilizzo della road map per esclusivi fini propagandistici: Olmert sta cercando di riguadagnare il sostegno occidentale a Israele, seriamente eroso a causa della guerra in Libano. In seguito alle decisioni del governo riguardo gli insediamenti, il consiglio dei coloni di Giudea e Samaria ha esultato e dato il via immediatamente ad una nuova campagna mediatica, che invita ad affrettarsi a costruire nuovi avamposti illegali in tutta la West Bank, per porre poi il governo di fronte al fatto compiuto.

    La situazione politica israeliana è, dunque, sempre più in fibrillazione e molte testate fanno pronostici sulla durata di Olmert e del suo partito, Kadima, che pare ormai derubricato a fuoco di paglia, pronto a disperdere le sue ceneri tra il Likud e il Labor in una lenta agonia. Tuttavia, fa notare un editoriale di Haaretz, la leadership israeliana è di fronte ad un crisi politica acuta, se le uniche alternative che si profilano all'orizzonte, una volta tolti di mezzo Olmert e Peretz, restano ancora Bibi Netanyahu e Ehud Barak, che tanti danni hanno portato in passato e che, con grossa difficoltà, gli israeliani si erano lasciati alle spalle.


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