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  • 24/07/2006 Il Mazzo delle Carte Truccato (Carlo Bertani, www.disinformazione.it) 

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    “Nel paese entra la guerra, ed esce la verità”  (Proverbio tedesco)

    La notizia che la prossima settimana inizierà l’incontro fra i grandi della Terra per definire il futuro del Libano suona strana, perché la guerra è durata pochissimo. Ovviamente, questa prima settimana di guerra – per chi era in Libano a prendersi le bombe in testa – è durata anche troppo, ma per quanto attiene agli aspetti militari si tratta di un conflitto brevissimo.

    L’improvvisa “accelerazione” verso la pace è sospetta e lascia sul campo alcuni problemi insoluti.

    La prima perplessità riguarda Israele: dopo aver fatto tutto questo can can accetta ora una conferenza di pace nella quale gli equilibri di forza non sono certo a suo favore? La guerra in Libano – al di là delle genuflessioni verso Tel Aviv – ha evidenziato che il solco fra l’Europa e gli USA – iniziato già dal Kossovo e proseguito con l’Iraq – non si è mai colmato. Non parliamo poi di Russia e Cina.

    Il comunicato della Presidenza di turno finlandese dell’UE era abbastanza duro nei confronti di Israele, e non era la posizione della Finlandia, bensì quella dell’Unione Europea. Una seconda doccia fredda è giunta dal rappresentante per la politica estera europea – Solana – in visita presso il governo israeliano, il quale ha dichiarato, senza mezzi termini, che l’UE non ritiene Hezbollah una formazione terrorista: questa affermazione, più che un distinguo, sembra quasi una provocazione.

    Anche durante il G8 gli USA non sono riusciti a strappare un appoggio incondizionato ad Israele: ciò che realmente desidera Bush è quello che un impertinente microfono dimenticato acceso ha registrato, ossia l’intenzione di lasciare ad Israele tutto il tempo per “terminare il lavoro”.

    Proprio su questo “lavoro” ci sono molti dubbi e perplessità: qual era (ed è) l’obiettivo di Israele? La strategia attuata è coerente con gli obiettivi di Tel Aviv? Le tattiche scelte sono state appropriate? Qual è stata la corrispondente risposta di Hezbollah?

    Per comprendere la strana strategia di Israele – quel bombardare quasi soltanto infrastrutture civili, che sembra avere poco senso – dobbiamo fare un passo indietro e riflettere sulle strategie della guerra aerea.

    L’uso dell’aviazione in guerra può essere ricondotto a due principali metodologie: l’uso tattico dei velivoli oppure quello strategico.

    Nel primo caso i velivoli hanno il compito di distruggere la maggior parte delle forze nemiche prima che avvenga il contatto sul terreno con le proprie unità: ne fu un esempio classico la campagna di Francia del 1940 condotta dalla Wehrmacht. Combinando sapientemente la rapidità delle divisioni corazzate tedesche, e la “forza d’urto” che la Luftwaffe metteva in atto prima che i tank tedeschi raggiungessero le linee francesi, fu attuata la cosiddetta blitzkrieg, ossia la guerra lampo nella quale si distinse come grande stratega il generale Guderian.

    Bisogna riconoscere che la Francia dell’epoca non era in grado di resistere all’attacco tedesco – questo i tedeschi lo sapevano – e forse fu scelta quella strategia poiché si ritenne che non era il caso di seppellire tutta la Francia sotto le bombe, tanto avrebbero vinto lo stesso.

    Ci sono però alcune dissonanze in questo ragionamento.

    La prima, evidente, è che i tedeschi non potevano essere matematicamente certi anzitempo della riuscita di quella strategia, ma la storia diede loro ragione.

    La seconda – dove invece la storia li condannò – riguarda la cosiddetta Battaglia d’Inghilterra, ossia la conquista della supremazia aerea nei cieli britannici. Qui avvenne un flop clamoroso, un vero fallimento, soprattutto se si considera che i tedeschi iniziarono la battaglia con un rapporto di forze a loro favore di 5 : 1[1].

    L’errore commesso dai tedeschi fu la mancata pianificazione di una campagna di bombardamenti strategici, ossia furono privi della certosina pazienza per distruggere l’apparato produttivo britannico. E’ pur vero che bombardarono i docks di Londra, e molte furono le vittime civili, ma stupirà sapere che le fabbriche che costruivano velivoli da caccia – delle quali i tedeschi sapevano tutto – non furono quasi scalfite.

    L’errore nacque dalle precedenti esperienze: la campagna di Francia e – soprattutto – la guerra civile spagnola; entrambe le situazioni necessitavano di una strategia di appoggio tattico alle truppe, e fu quello che i tedeschi (e gli italiani) continuarono ad attuare finché ebbero aerei a disposizione.

    Diverso fu l’approccio anglo-americano: già dall’inizio delle ostilità l’attenzione delle aviazioni alleate si concentrò sugli apparati produttivi nemici, non disdegnando certo di colpire i quartieri operai per far “crollare il fronte interno”.

    La Germania fu quasi completamente rasa al suolo dalle bombe americane ed inglesi, così come il Giappone che dovette subire il più efferato crimine di guerra mai avvenuto, ossia lo sgancio di ordigni nucleari sulle popolazioni civili.

    Terminata la Seconda Guerra Mondiale, le aviazioni di tutto il mondo erano completamente persuase che le teorie del generale italiano Douhet[2] – espresse ben prima del conflitto mondiale – erano perfette: l’aviazione strategica era la forza armata che – distruggendo l’apparato produttivo e di trasporto avversario – avrebbe consentito di vincere qualsiasi guerra.

    Nel mondo della Guerra Fredda si giunse semplicemente a sostituire il mezzo aereo con il missile: le testate nucleari avrebbero distrutto in brevissimo tempo qualsiasi infrastruttura nemica. Che bisogno c’era dell’aviazione tattica?

    Le guerra fra Israele ed i paesi arabi furono guerre brevissime, dove l’elettronica iniziò a diventare il fattore discriminante fra la vittoria e la sconfitta: gli israeliani patirono numerose perdite a causa dei primi missili antiaerei SAM spalleggiabili, ma resero la pariglia alla Siria pochi anni dopo, abbattendo 90 velivoli siriani al prezzo del danneggiamento di un solo caccia.

    Dove, invece, s’evidenziarono alcune crepe fu in Vietnam.

    La guerra aerea contro il Nord Vietnam fu ben presto accantonata a causa delle perdite che i B-52 subirono a causa dei sistemi antiaerei: a quel tempo non era ancora disponibile la tecnologia che consentiva la difesa elettronica dei velivoli (jamming) dagli attacchi missilistici, e gli alti comandi si resero conto che il morale dei piloti americani, abituati a scorrazzare nei cieli avversari senza nulla temere, sarebbe rapidamente crollato.

    Il secondo e decisivo aspetto riguardò invece il rifornimento delle truppe che combattevano al Sud e dei guerriglieri Vietcong: nonostante la diossina, il napalm e tutti gli accidenti che gli americani tirarono in testa ai vietnamiti, fu evidente che non era possibile arrestare il flusso di rifornimenti che attraversava la jungla, la cosiddetta “pista di Ho–Chi–Minh”.

    Che fare? Gli USA richiamarono in servizio alcune squadriglie di cacciabombardieri ad elica – le poche sopravvissute dopo la Seconda Guerra Mondiale – perché l’alta velocità dei jet non consentiva l’attenta discriminazione degli obiettivi, e sparare nel mucchio non serviva a nulla.

    Gli aerei ad elica – se da un lato, vista la bassa velocità, erano certamente più adatti a colpire selettivamente gli obiettivi – dall’altra erano facile preda dei sistemi contraerei ad alta cadenza di tiro che, studiati per i velocissimi jet, con i lenti aerei ad elica “andavano a nozze”. Inutile ricordare che il problema è ancora più complesso per quanto riguarda gli elicotteri, che sono maggiormente vulnerabili al fuoco contraereo.

    Qui si arrestò il dibattito sull’uso dell’aviazione tattica: frutto della guerra in Vietnam fu la costruzione dell’A-10 Thunderbolt, specificatamente studiato per colpire a bassa quota e fornire appoggio tattico. L’ottimo aereo, oramai vecchiotto, è stato abbondantemente adoperato in Iraq e nei Balcani, dove ha seminato ovunque la perfida morte dell’Uranio impoverito sparato dal suo cannone da 30 mm .

    La puntata successiva ci conduce proprio nei Balcani, dove bisognava distruggere le forze corazzate serbe in Kossovo, senza però subire gravi perdite. In quella guerra furono sperimentate le nuove tecnologie sia nel bombardamento strategico, sia nella “copertura” mediatica della guerra: proprio in Jugoslavia nacquero i giornalisti “embedded”. Semplicemente, se scrivevi qualcosa che contrastava con i desideri della NATO, nessuno t’invitava più ai briefing dopo le missioni.

    Ancora oggi non sappiamo nulla delle perdite della Nato, del bombardamento della base avanzata di Tuzla da parte dei G-4 Super Galeb, dei J-22 Orao e dei Mig-21 serbi decollati all’improvviso dalla base di Povikne, in Vojvodina – che provocò parecchie perdite di velivoli USA – e nemmeno qualcuno ci raccontò come l’aereo che aveva condotto in Albania il Ministro dell’Interno italiano dell’epoca – Rosa Russo Jervolino – riuscì a scampare per un’inezia alla distruzione nell’aeroporto Rjinas di Tirana, attaccato dai J22 Orao serbi decollati dalla base di Golubovci, in Montenegro, i quali distrussero una decina di AH-64 Apache americani ed un aereo da trasporto della KLA che era utilizzato per trasportare in Albania i “volontari” dell’UCK. Forse l’attuale sindaco di Napoli potrebbe “sbottonarsi” e raccontare qualcosa, dato che l’unico ad affrontare l’argomento all’epoca fu il giornale inglese “Observer”, che però fu immediatamente citato in giudizio dall’Amministrazione USA e da quella britannica.

    A parte le solite bugie, la guerra aerea aveva subito una nuova evoluzione: i bersagli venivano definiti dal sistema satellitare e dagli AWACS, ed ai cacciabombardieri non rimaneva che “recapitare” l’ordigno laddove il sistema elettronico lo indicava.

    La nuova impostazione consentiva di tenere i velivoli distanti dalle aree “calde”, dove potevano incontrare forte contrasto antiaereo, soprattutto dopo che gli USA avevano scoperto che un alto ufficiale francese – con il benestare di Parigi – “passava” i piani di volo NATO ai serbi. Fu la prima, evidente “crepa” fra Washington e Parigi, che attuò la “spiata” poiché gli USA pretendevano di scegliere gli obiettivi da colpire senza consultare gli alleati. Insomma, la NATO era diventata la somma delle aviazioni di 29 paesi sotto il comando USA, ed a qualcuno la cosa iniziò a non andare a genio. Quando, poi, gli USA s’impadronirono dei succosi contratti della Elf-Total-Fina francese in Iraq per “girarli” alle compagnie americane…beh…a New York apparvero gli adesivi con scritto “Oggi l’Iraq, domani la Francia ”.

    Sganciare missili a 30- 50 Km dall’obiettivo riusciva a limitare le perdite, ma per la prima volta nella storia dell’aviazione la maggior parte degli obiettivi non erano nemmeno stati visionati dai piloti prima dello sgancio. Non facciamoci infinocchiare da quegli spezzoni in bianco e nero che vengono trasmessi per documentare la distruzione di un obiettivo: molti simulatori di volo per computer sono in grado di produrli facilmente, e probabilmente il Pentagono li acquista da qualche ragazzino “smanettone” a poco prezzo, per risparmiare sui costi di bombe e tangenti. Quello che ci fanno vedere viene probabilmente “pescato” semplicemente da un archivio di centinaia di file confezionati da tempo: d’altro canto, cosa si può provare con quei fumosi e rapidissimi spezzoni in bianco e nero? La poca verità della guerra che appare è quella che i giornalisti a terra inviano, ossia le immagini di distruzione e morte, le testimonianze dei sopravvissuti, ma anche questi documenti vengono “passati” dalla censura militare e quando delle troupe non si sottomettono alle procedure dettate dagli Stati Maggiori si spara semplicemente loro addosso. E’ successo più volte: nei giorni scorsi ai giornalisti di Al-Jazeera e di Al-Arabya.

    La nuova impostazione comportò da un lato l’aumento dei cosiddetti “danni collaterali” – poiché una colonna di tank in movimento non era distinguibile, dal satellite, da una colonna di trattori di profughi – e vi furono parecchi di questi terribili “errori”. In definitiva, il missile “intelligente” è tale perché riduce i costi della guerra, mentre non dà nessun affidamento per quanto riguarda il discernimento degli obiettivi.

    Dall’altra, il nemico – quando comprese che i bersagli erano stabiliti dal satellite – si diede un gran daffare a fornirne in quantità: tralicci di tubi Innocenti coperti da un telo di nylon fiorirono nella “Piana dei Merli” ed i missili NATO, coscienziosamente, li distruggevano perché erano la somma di metallo + calore, ossia per il satellite potevano essere carri armati. Difatti, gli israeliani hanno distrutto in Libano le autogrù dei pompieri, scambiate per rampe lanciamissili, cosa che già era accaduta più volte in Iraq.

    Stupirà sapere quanti tank serbi furono distrutti nel corso di 10.000 missioni aeree dalla NATO: otto (8). Sì, otto[3].

    I serbi nascondevano di giorno i tank nei boschi oppure quando sapevano (avvertiti dai Tg di mezzo mondo) che gli aerei NATO decollavano da Aviano o da Gioia del Colle, per poi usarli in rapide scorrerie contro l’UCK.

    La vittoria della guerra in Kossovo fu completo appannaggio dell’aviazione strategica, che si mise coscienziosamente a bombardare Belgrado – causando circa 1.200 vittime civili – e tutte le installazioni industriali, dalla FIAT Zastava alla zona petrolchimica di Pancevo.

    La Serbia , però, non si lasciò ricondurre “all’anno zero” come avevano sentenziato i comandi NATO, ed intavolò trattative di pace. Qui inizia – dopo questa lunga ma doverosa premessa – il percorso che ci può aiutare a comprendere cosa sta accadendo in Libano.

    Per quanto le classi politiche cerchino disperatamente di trovare “coerenza” con i militari, i due apparati hanno tempi enormemente diversi nel reagire ai mutamenti. Il Pakistan – subito dopo l’11 settembre – in pochi giorni compì un “giro di valzer” e passò dall’avere due battaglioni dell’esercito regolare che combattevano in Afghanistan al fianco dei Taliban al completo e supino appoggio alla strategia USA. Per questa ragione le loro atomiche (islamiche) non sono un problema, quelle iraniane e coreane sì.

    L’aviazione italiana – inclusa nelle strategie NATO, che prevedevano la comune difesa dall’orso sovietico – da circa due decenni è priva di difesa aerea: non abbiamo aerei da caccia, salvo uno sparuto gruppo di F-16 USA ceduti all’Italia dopo che erano stati ceduti a loro volta alla Guardia Nazionale, la seconda linea americana. Tutto ciò, nell’attesa che entri in servizio il caccia europeo EFA, che quando compirà il primo decollo sarà già obsoleto, visto che la progettazione è iniziata nel 1983.

    In definitiva – a fronte dei tempi della politica – ciascuno fa la guerra con i mezzi che ha ed anche Israele fa la guerra con i mezzi che possiede: coerentemente, attua strategie che possano essere portate a termine dai velivoli in servizio.

    L’aeronautica israeliana è fra le più potenti del pianeta, forse seconda solo a quella americana ed a quella russa, ed è un’aviazione “plasmata” per condurre una guerra strategica, non tattica.

    Potrà apparire sorprendente, ma gli israeliani hanno attuato la sola strategia che potevano mettere in atto, ossia distruggere diligentemente tutte le infrastrutture del paese nemico. Il problema è che il Libano è praticamente privo d’infrastrutture “paganti” (sic!): una volta distrutto l’aeroporto di Beirut, i ponti e le principali strade bisogna iniziare a prendersela con i pali della luce, ed è quello che i piloti israeliani stanno attuando. Colpire Hezbollah?

    Per colpire una forza guerrigliera che si nasconde in un territorio variegato, che è appoggiata in larga parte dalla popolazione e che – per giunta – è riuscita a costruire un sistema di bunker e di casematte da far invidia a chi costruì la linea Maginot, ci vorrebbe un approccio completamente diverso ossia la certosina, lunga e difficile distruzione, bunker dopo bunker, dell’apparato nemico. Qui, però, entra in gioco il fattore tempo ed i tempi della politica internazionale sono molto distanti da quelli dello Stato Maggiore di Tel Aviv. Probabilmente mesi contro settimane, oppure qualche settimana contro una decina di giorni al massimo.

    Ancora una volta la tentazione di “fare in fretta”, seppellendo i bunker sotto tonnellate di tritolo, sta facendosi largo ed il fedele alleato USA ha inviato già tempo fa – insieme agli F- 15 a lunga autonomia, per una eventuale missione sull’Iran – le speciali bombe ad alta resistenza che perforano il cemento armato più spesso e resistente. Bisognerà vedere se sarà più duro l’acciaio americano od il cemento degli Hezbollah: a naso – pur prevedendo bagni di sangue – punterei sul secondo, giacché gli USA stessi ammisero che l’unica arma in grado di distruggere i bunker a grandi profondità (si dice che i bunker degli Hezbollah giungano a 40 m sotto terra) sia quella atomica.

    Ma il confronto non si ferma ai materiali, bensì coinvolge anche i combattenti, gli uomini.

    Le bombe israeliane colpiscono indistintamente sia i guerriglieri Hezbollah sia la popolazione civile e questo – aspetti etici a parte – mi sembra un clamoroso errore politico.

    Se Tel Aviv desiderava frantumare l’alleanza fra una parte della società libanese ed Hezbollah ha drammaticamente mancato il bersaglio, giacché dopo i bombardamenti indiscriminati – anche sui quartieri cristiani – Israele dal Libano riceverà solo odio. Difatti, gli USA tentarono d’avvertire Israele del rischio – un comunicato della Rice, nei primi giorni dell’offensiva, ricordava ad Israele di non “delegittimare il governo libanese” – ma oramai la frittata è stata fatta e nessuno ritiene più, per il futuro, Tel Aviv un alleato affidabile, semmai il più pericoloso degli oppressori. Con questo attacco, Tel Aviv è riuscita nel miracolo di riabilitare la Siria agli occhi dei libanesi ed il presidente Lahud, filo-siriano – ieri emarginato – è tornato sugli allori mentre la politica del “moderato” (leggi: filo-israeliano) Hariri sembra veramente senza futuro.

    L’impressione che si ricava dalla lettura degli eventi è che Tel Aviv – questa volta – ha addirittura sopravanzato Washington la quale, non avendo oramai altri alleati nel pianeta, deve fare buon viso e cattivo gioco, al di là di quel che pensa un “esperto” stratega come Giorgetto Bush. Imparasse almeno a spegnere i microfoni prima di parlare.

    Il “piano di pace” tanto strombazzato dal nostro buon frà Romano (per tentare d’acchiappare i voti che mancano per l’Afghanistan) è in realtà un piano americano che gli USA non possono proporre di loro iniziativa ad Israele, ed allora si attua il buon, vecchio gioco dei “due carabinieri”, quello “buono” e quello “cattivo”, per cercare di portare a casa almeno qualcosa.

    Il fatto più sorprendente è che Hezbollah ha già risposto un chiaro “no” ai vari “piani” che prevedano di farli sloggiare dal Libano; la realtà è questa: Hezbollah lì resterà e lì – chissà quando – morirà, perché non ha alternative né un altro senso politico se non quello d’evidenziare le contraddizioni della politica israeliana, e ci sta riuscendo alla grande.

    Consci del fallimento della campagna aerea, gli israeliani s’interrogano oggi su come “portare a casa una vittoria[4]” e stanno richiamando circa 25.000 riservisti, che getteranno nella fornace libanese insieme a circa 400 carri armati.

    Lanceranno questa impressionante forza d’urto in un territorio – quello compreso fra il confine israeliano ed il fiume Litani – grande pressappoco come la provincia di Milano o poco più. Un fazzoletto di terra dove Hezbollah ha ammassato da anni armi e munizioni, disseminato di mine anticarro ed anti-uomo ed infarcito di bunker.

    Se le bombe giunte espressamente dagli USA riusciranno a distruggere il sistema di bunker sarà più facile condurre a termine l’operazione, ma è difficile stabilire oggi quanto sarà più facile e se le bombe americane distruggeranno i bunker.

    Quello che resterà del Libano meridionale sarà una landa desolata – simile alle peggiori distruzioni della Prima Guerra Mondiale, Verdun per intenderci – nella quale Hezbollah combatterà la sua guerra d’imboscate all’ultimo sangue.

    I riservisti israeliani saranno in grado di reggere lo scontro contro dei miliziani disposti a morire? Da ciò che sta avvenendo in Iraq ed in Afghanistan, non sembra proprio che i giovani “occidentali” siano in grado di combattere la vecchia guerra, quella dove si può anche morire dissanguati da una baionetta.

    Durante la prima guerra in Libano, gli israeliani ebbero a patire un terribile crollo del morale delle truppe: i soldati di Tzahal avevano parafrasato una celebre canzone dei Rolling Stones, ed i nuovi versi recitavano: “Portami via dal Libano, portami via da qui, non ho più nessuna aspettativa per restare ancora un minuto di più”, e ci fu il ritiro.

    In questo caso è già pronto il “piano di pace” che prevede la sostituzione dei soldati israeliani con i caschi blu (non americani), ma oltre al diniego di Hezbollah c’è da affrontare un secondo aspetto: il piano, verosimilmente, prevedrà anche il dispiegamento ONU a Gaza, e questo Tel Aviv non lo ha mai accettato.

    Ciò che si prospetta per il futuro è un altro “pateracchio” modello Kossovo, Afghanistan od Iraq, ossia una sorta di “territorio cuscinetto” gestito dall’ONU, una altro “incompiuto” che produrrà terrorismo a iosa e nuovo sangue.

    Da ultimo, il prospettato attacco alla Siria ed all’Iran così caro al grande stratega Bush: finire in bellezza il “lavoro” e la presidenza.

    Si dà il caso che la Siria abbia già comunicato che reagirà ad un attacco o ad un accerchiamento da parte di Israele con “tutte le opzioni disponibili”: tradotto in termini militari, significa che lancerebbe immediatamente i missili SS-26 Iskander (modernissimi) contro le principali città israeliane, e questa non sarebbe una novità. La terribile novella è che i missili siriani sono puntati sulla centrale atomica israeliana di Dimona: proviamo ad immaginare cosa significherebbe una Chernobyl in un territorio grande quanto il Piemonte. Armagheddon.

    L’Iran? Teheran è lontana, ed un attacco all’Iran avrebbe un tale impatto sull’economia mondiale da scatenare un’immediata recessione planetaria, Cina a parte, e prima che Giorgetto Bush potesse mettere in atto una simile pazzia sarebbero le stesse lobbies americane a fermarlo.

    A lui scegliere come.

    Carlo Bertani bertani137@libero.it www.carlobertani.it

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    [1] Considerando il numero di velivoli tedeschi delle Luftflotte 1 (Sperrle) e 2 (Kesserling) in Francia, e della 3 (Stumpff) in Norvegia, che comprendevano complessivamente circa 3.000 aerei (caccia e bombardieri), contro i circa 600 Spitfire, Hurricane, Beaufort e Gloster a disposizione del comando caccia inglese (Dowding).

    [2] Il generale italiano Douhet scrisse negli anni ’20 un importante saggio sulla strategia bellica, Il dominio dell’aria, dove sosteneva che l’aviazione strategica era la chiave per qualsiasi vittoria, giacché dalla distruzione degli apparati produttivi nemici ne sarebbe derivata l’inevitabile sconfitta. Il contraltare di questo principio era che le altre aviazioni (tattiche, di Marina, ecc) erano non solo inutili bensì dannose, giacché detraevano fondi alla costruzione dell’arma aerea strategica.

    [3] La cifra ed altre notizie riportate sulla guerra in Kossovo furono comunicate (e mai smentite) durante una trasmissione speciale del TG5, trasmessa ad ora tarda, per ricordare quella guerra ad un anno di distanza.

    [4] Dichiarazione del Ministro della Difesa israeliano Peretz del 20/7/2006.


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