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08/12/2006 350 miliardi. Il top dell’ipocrisia (Redazione, http://www.korazym.org)

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I costi della presenza militare in Iraq sfondano il tetto di 350 miliardi di dollari, una cifra con cui si potrebbe garantire l'istruzione universitaria a 16 milioni di persone. Demagogia? Idealismo? I dati parlano da soli…

Superata ormai la soglia dei 350 miliardi di dollari, una somma equivalente al Pil di un paese povero e segno di contraddizione di un mondo che da una parte si dice sensibile verso i problemi del prossimo e dall’altra investe quote sproporzionate in armamenti. Una responsabilità che non esclude nessuno, perché le armi sono un affare che coinvolge tutti e gli Stati Uniti sono solo una democrazia in cui non si ha paura di portare certi dati alla luce del sole.

Il merito è del National Priorities Project, un’organizzazione apartitica fondata nel 1983 con l’obiettivo di dare ai cittadini americani gli strumenti per comprendere le politiche di spesa e la gestione della cosa pubblica. L’ultima idea è stata quella di calcolare in tempo reale i costi della guerra e la loro incidenza sulla vita quotidiana. Da mesi, sul sito Costofwar.com un calcolatore avanza inesorabile al ritmo di duemila dollari al secondo, comunicando con estrema ed eloquente freddezza come certe priorità nazionali possano condizionare in profondità la soluzione di altre emergenze interne e non.

Il NPP ricorda così che con 350 miliardi di dollari si potrebbe pagare la scuola primaria a oltre 46 milioni di bambini,  assumere 6 milioni di insegnanti nel settore dell’istruzione pubblica, mantenere 16 milioni di studenti all’università, costruire oltre 3 milioni di unità abitative. Sul versante internazionale, il costo della missione avrebbe potuto finanziare i programmi globali contro la fame per 15 anni e contro l’Aids per 30, oltre che assicurare vaccinazioni ai bambini dei Paesi in via di sviluppo per almeno 70 anni.

Di fronte a campagne di opinione di questo tipo il rischio di cadere nella demagogia è altissimo, eppure ciò che sorprende è vedere come i dati siano stati calcolati su base scientifica (tenendo conto dei criteri fissati dal Congresso) e rappresentino un fatto su cui confrontarsi. Costruire un mondo senza armi è forse un’utopia, ma non è una follia chiedersi se ci sono margini per definire un equilibrio che metta lo sviluppo al primo posto. Ad altre condizioni, le briciole donate per affrontare lo tsunami o sostenere la ricerca rischiano di fungere da anestetico, capace di distogliere l'attenzione da atteggiamenti e politiche che da troppo tempo mettono l’uomo agli ultimi posti. Nessuno escluso.

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