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19/09/2005 Le tre spade di Damocle del petrolio II. Ovvero: quanto potrà reggere l’economia mondiale all’aumento del prezzo del petrolio? (Carlo Bertani , Disinformazione.it)

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    Siamo ormai abituati ad ascoltare il consueto ritornello sull’aumento – ormai costante dal 2000 – del prezzo del greggio: l’Organetto Nazionale ci mostra le solite stazioni di rifornimento, lo stesso benzinaio, le consuete banconote con le quali paghiamo il carburante. Anche il commento è sempre lo stesso: la benzina aumenterà di tot, il gasolio di…
    A poco a poco ci abituiamo alla maledizione degli Dei, allo strapotere degli emiri in caffettano: «Spendi e spandi, spandi e spendi effendi!» cantava in anni lontani Rino Gaetano, tutta colpa del Feisal di turno.
        Ciò che non approfondiscono è il nesso fra l’aumento del prezzo dell’energia (del quale il costo della benzina alla pompa è – tutto sommato – un aspetto secondario) e la crescita economica o, meglio, lo spazio che ci separa dallo spettro della profonda recessione economica.
        Qualche volta azzardano fumosi commenti: « La BCE lancia allarmi per la crescita economica…l’economia potrebbe ristagnare per l’alto costo del greggio…i consumi delle famiglie potrebbero contrarsi di tot…». Ciò che non raccontano è che c’è un limite alla crescita del prezzo del greggio, una soglia – oltrepassata la quale – s’inizia a rischiare grosso.
        Anzitutto dobbiamo chiarire che l’attuale prezzo del greggio non è il più alto che mai sia stato raggiunto: in termini puramente nominali il petrolio non è mai arrivato a 70$ il barile, ma dobbiamo anche tener conto del valore della moneta di riferimento, ovvero del dollaro.

    La prima crisi petrolifera avvenne nei “terribili” anni ’70, quando il greggio passò in sette anni – dal 1973 al 1980 – da 20 ad 80 dollari il barile (esprimendo il prezzo con l’attuale valore della moneta americana). Il picco massimo raggiunto, a quel tempo, fu di 35$ il barile, ma un dollaro del 1980 aveva pressappoco lo stesso valore (inteso come quantità di beni e servizi acquistabili) di 2,2 dollari attuali.     La benzina, che nel 1972 costava 163 lire il litro, passò nel 1980 a 1.000, con un aumento del 600%! Pur considerando che l’inflazione in quegli anni marciava a due cifre, si trattò di una rivoluzione (ahimè, dolorosa) giacché gli italiani smisero d’acquistare vetture veloci e spaziose ed iniziarono a tener d’occhio con attenzione la lancetta del carburante. Prima del 1970, nessuno si sognava di fare discussioni sul consumo delle auto: i commenti – nei bar – erano centrati sui cavalli di potenza e sulla velocità che le famose “coupè” dell’epoca potevano raggiungere.
    In pochi anni il tenore dei discorsi cambiò radicalmente, ed il leitmotiv divenne: «Quanto riesci a fare con un litro?» Sic transit gloria mundi.
        Qualora il prezzo del greggio raggiungesse i fatidici 80 dollari il barile, saremmo tornati alla situazione del 1980, ma questo varrebbe soltanto per i prolissi discorsi al bar, perché – nel frattempo – il pianeta ha mutato pelle. Purtroppo, l’informazione ufficiale non va oltre il livello dei discorsi “da bar”, e le compagnie petrolifere non tengono minimamente conto di cosa ci raccontiamo mentre beviamo un caffè.

        Anzitutto dobbiamo comprendere le ragioni che hanno portato – dal 1995 – il costo del barile di greggio da 11$ a 70$: notiamo che l’aumento è dello stesso ordine di grandezza di quello degli anni ’70, ovvero circa il 600%.
    Anche correggendo i valori con il deprezzamento del dollaro, che sull’euro è di circa il 25%, il costo del barile è aumentato parecchio: praticamente quadruplicato. Le ragioni?

    I motivi sono sostanzialmente tre:     Il progressivo esaurirsi dei giacimenti. Non siamo ancora all’estinzione, ma ci stiamo avvicinando. Le previsioni indicano che – con gli attuali consumi – abbiamo petrolio per circa 40 anni, gas per 60 e carbone per 200[1]. Vogliamo – noi stessi – mettervi in guardia: troverete altre cifre che si discostano da questa ipotesi, giacché tengono conto delle riserve degli scisti bituminosi, ovvero di “sabbie” intrise di petrolio; il problema è che la quantità d’energia necessaria per l’estrazione del combustibile da queste fonti supera il potere calorifico del prodotto estratto[2], una vera e propria assurdità scientifica. Alcuni analisti affermano che, con il progressivo aumento del prezzo del barile, l’estrazione diventerà economica, ma per questa ed altre ipotesi (il metano imprigionato sotto agli alti fondali marini, ad esempio) si tratta quasi di fantascienza, giacché sull’ipotesi di “ritagliare” nuova energia da fonti marginali ed incerte pende la spada di Damocle del punto successivo.
        Il consumo di energia – per aree geografiche – è completamente diverso rispetto al 1980. A quel tempo avevano alti consumi energetici solo l’Europa, gli USA, l’URSS e pochi altri. Oggi, si sono aggiunti Cina, India, Brasile ed altri s’accodano. I 28 milioni d’operai tessili cinesi che producono la quasi totalità dei tessuti che ormai si consumano sul pianeta – nel 1980 – non esistevano. Delle grandi software-house indiane, che oggi producono a getto continuo nuovi programmi, nel 1980 era addirittura impossibile immaginarne la futura esistenza. A Belo Horizonte si fabbricano auto, in Camerun si tesse a tutto vapore, in Vietnam si fabbricano (per ora) prodotti di basso livello tecnologico, ma in gran quantità. Tutto ciò richiede energia, tanta energia, un mare d’energia.
    Nella zona di Canton mancano tuttora all’appello 500 MegaWatt giornalieri, e le autorità cinesi hanno programmato una sorta di “distacco” a rotazione delle industrie per far fronte alla carenza dell’offerta. Si potrà obiettare che le aziende cinesi consumano sì energia, ma che la stessa energia non è più necessaria in Europa e negli USA, il che è verissimo. Dimentichiamo, però, che s’utilizza energia sia per produrre che per consumare, ed i consumi energetici occidentali non sono diminuiti, anzi, negli USA il consumo di petrolio è in costante aumento mentre in Europa è abbastanza stabile[3]. La richiesta d’energia – a livello globale – è notevolmente aumentata anche grazie ai nuovi “succhiasangue” energetici entrati in commercio, in primis i climatizzatori. Se, però, ci sono ancora petrolio e gas per almeno mezzo secolo (tralasciamo il carbone, giacché il suo uso presenta numerosi inconvenienti[4]), perché non incrementare la produzione per far fronte ai bisogni? Poiché cala la seconda spada di Damocle, ovvero il terzo punto.

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