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  • 08/11/2008 Ninò, la donna che sfida Saakashvili. Mosca attende Obama alla prova dei fatti(Carlo Benedetti, http://altrenotizie.org)

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    MOSCA. Per il duce Michail Saakashvili - uomo degli americani della Cia e del Pentagono e degli israeliani del Mossad - arriva il giorno del giudizio. E tutto è ora nelle mani di una signora georgiana che risponde al nome di Ninò Burdzanadze. E’ lei che sta organizzando la protesta contro il presidente di Tbilissi e presentando il conto ad un regime che ha portato la Georgia nel baratro della guerra lasciando sul campo morti e distruzioni (oltre alla perdita di una bella fetta di territorio e di popolazione). Ecco quindi sulla scena del Caucaso l’intrepida Ninò. Sguardo penetrante, viso tipicamente georgiano, bella ed austera. Un leader che si sta sempre più imponendo nell’arena dell’ex Unione Sovietica mentre le diplomazie locali - da Tbilisi a Mosca - si trovano a fare i conti con il cambiamento avvenuto oltreoceano.

    Ma è nella capitale georgiana che la situazione si sta sempre più riscaldando e annunciando una nuova rivoluzione nazionale. Perché l’opposizione al presidente Saakashvili si sta rafforzando e già si parla di un suo allontanamento entro la fine del mese. Regista del cambiamento è, appunto, Ninò Burdzanadze, ex speaker del Parlamento georgiano, che sta organizzando un nuovo partito di opposizione che chiederà le elezioni al fine di mandare via il presidente e di ripristinare, di conseguenza, nuove relazioni internazionali. E non si esclude che ora gli americani (Obama in testa) possano mettere fine al rapporto privilegiato con il duce Saakashvili, puntando su un nuovo personaggio dal volto umano. Che, appunto, potrebbe essere questa signora, seconda carica del paese fino al giugno del 2008, a lungo considerata tra i più vicini alleati di Saakashvili dai tempi della "Rivoluzione delle Rose".

    Nata a Kutaisi il 16 luglio del 1964 si è laureata in diritto all’Università di Tbilissi nel 1986. Eletta in Parlamento nel novembre 1995 nelle liste della vittoriosa “Unione dei Cittadini della Georgia”, partito fondato e guidato da Eduard Shevardnadze. Nello schieramento in questione si è trovata ad operare con lo stesso Saakashvili. E’, quindi, uno tra i personaggi che più a lungo sono rimasti al vertice politico nel paese e che ora ha cominciato a prendere le distanze dal partito di governo e dal presidente rivelando l’esistenza di una giovane classe intellettuale non corrotta dalla gestione oligarchica di Saakashvili. Ninò ha già costituito un’organizzazione non governativa, la “Fondazione per lo Sviluppo e la Democrazia”, e non si è avvicinata ad alcun partito in particolare. Durante la crisi in Ossetia del Sud, ha tenuto una posizione moderata e nel passato, anche durante una serie di incontri e conferenze negli Stati Uniti, non ha mai criticato apertamente la leadership georgiana.

    In varie interviste ha però dichiarato che ha alcune domande cui il presidente Saakashvili dovrà rispondere: e cioè questioni che interessano direttamente tutti i georgiani. Burdzanadze è certa che alla base dell'inizio degli scontri vi siano state provocazioni da parte russa; non sembra però convinta che sia stato fatto tutto il possibile per evitare l'intervento militare e le gravi conseguenze che esso ha portato al paese. In un'intervista alla Reuters, ha dichiarato di aver discusso con Saakashvili della situazione in Ossezia prima dell'inizio degli scontri e di avergli raccomandato di evitare ogni provocazione e di non farsi trascinare in un conflitto armato. Sebbene in questa fase Ninò abbia deciso di non sbilanciarsi, molti osservatori ritengono che possa giocare un ruolo fondamentale nei prossimi mesi, in particolare se le inchieste riguardo al conflitto dovessero indebolire la posizione di Saakashvili e la Georgia si trovasse ad affrontare un nuovo periodo di instabilità politica.

    Una cosa, comunque, è certa. Ed è che per la Georgia del duce arriva il giorno del giudizio. Anche gli alleati occidentali (sempre più preoccupati per un ulteriore risveglio del nazionalismo) lo stanno mollando dopo essersi esibiti con prese di posizione anti-russe. Ora sembra proprio che ci sia un profondo ripensamento. In prima fila si ritrovano alcuni media come la BBC, che in un suo programma riferisce di aver ottenuto prove sui crimini commessi dalla Georgia durante il suo attacco all'Osse<ia del Sud dell'agosto 2008.

    La grande rete televisiva britannica presenta infatti servizi drammatici che evidenziano i delitti commessi dai georgiani e le accuse sollevano subito grandi preoccupazioni fra i tifosi occidentali del governo di Saakashvili. E anche “Human Rights Watch” (finanziata da quel losco personaggio che si chiama George Soros) cerca di prendere le distanze dai crimini di genocidio attuati dal governo georgiano nei confronti degli ossetini, parlando di 300-400 civili massacrati dai georgiani durante la marcia sulla capitale ossetina Tsinkvali.

    La BBC, confermando la notizia, annuncia: “Ciò corrisponde a più dell'1% della popolazione di quella città: l'equivalente di 70mila morti a Londra”. In pratica siamo di fronte ad un commento, che ad agosto era impensabile. L’emittente inglese riporta le parole del suo corrispondente, Tim Whewell, il quale rivela che diversi testimoni gli hanno raccontato che i soldati georgiani prendevano di mira – oltre che le case sud-ossetine – anche i civili che cercavano di scappare dai combattimenti lungo la strada verso l'Ossetia del Nord dove trovare rifugio, appunto, in terra russa.

    Di fronte a queste nuove rivelazioni vanno così in archivio quelle bugie diffuse anche in Italia dalle fonti ufficiali georgiane. In particolare quelle “narrate” dall’ambasciatrice georgiana presso il Vaticano - Ketevan Bagrationi - la quale ha più volte (e spudoratamente) sostenuto che le truppe russe sarebbero “entrate” in Georgia radendo al suolo interi villaggi. La realtà viene ora sempre più a galla e si scopre (appunto grazie alla BBC) la vera portata dell’aggressione di stampo fascista attuata dalla Georgia di Saakashvili. Ma contro queste verità si schierano - come al solito - molti camerieri della propaganda americana come la “Fondazione Ebert”, la “Fondazione Adenauer” in Germania, il “British Council” e, purtroppo, personaggi di livello come Andrè Glucksman e Bernard Henri Levi. Questo vuol dire che la strada della verità è ancora in salita, nonostante l’impegno della georgiana Ninò.

    06/11/2008 Mosca attende Obama alla prova dei fatti (Carlo Benedetti, http://altrenotizie.org)

    MOSCA. Dal Cremlino il messaggio con le congratulazioni ufficiali per il presidente Obama non è ancora partito, ma c’è già un segnale di “buon lavoro” (carico di pragmatismo) che viene da Dmitrij Medvedev, impegnato in patria in un discorso sullo stato dell’Unione. Il presidente russo ha infatti approfittato dell’occasione per mandare a dire ad Obama che “la Russia non permetterà a nessuno un ruolo dominante e personalistico, dal momento che il mondo non può essere guidato da una unica capitale. Chi si rifiuta di capirlo - ha detto Medvedev - provocherà nuovi problemi a se e agli altri”. E in questo contesto il presidente del Cremlino ha auspicato un nuovo accordo sulla sicurezza europea che permetta di affrontare in modo concordato i nuovi conflitti. Per quanto riguarda le minacce rappresentate da un sistema globale antimissilistico, dalla catena di basi militari che accerchiano la Russia, dall’allargamento smisurato della Nato, il presidente russo ha poi assicurato che la Russia “senza farsi coinvolgere in una nuova corsa agli armamenti sarà comunque costretta a tenerne conto per garantire la sicurezza dei suoi cittadini”.

    Messi questi punti fermi Medvedev è passato ad accennare all’elezione presidenziale americana, esprimendo “l’auspicio che la nuova amministrazione sappia compiere una scelta a favore di migliori rapporti a tutto campo con la Russia, fra cui il controllo sugli armamenti”. Ma a parte queste affermazioni in stile diplomatico (ma cariche anche di significati ben precisi) il presidente russo - rivolgendosi alle due Camere del suo paese ha voluto rilanciare le accuse contro la politica "egoista" e "unilaterale" americana. Ha ribadito che sul Caucaso Mosca "non torna indietro" e ha annunciato lo schieramento di una batteria di missili "anti-scudo" al confine con la Polonia. Ed ha spiegato che una batteria di missili a corto raggio Iskander sarà collocata nell'enclave di Kalinigrad (ex Koenigsberg), sul Baltico, e affiancata da dispositivi elettronici per creare interferenze in grado di ostacolare il funzionamento dello scudo antimissile. Inoltre non sarà più smantellata la divisione missilistica di Kozelsk, di stanza a Kaluga, nella Russia centrale.

    E’ ovvio, in questo contesto, che il Cremlino non rinuncia a porre in primo piano la questione del Caucaso. Medvedev ha voluto ricordarlo in queste ore, rilevando che l’aggressione georgiana all’Ossezia del sud e la crisi finanziaria globale sono servite da pretesto per introdurre nel Mar Nero la marina della Nato e imporre all’Europa lo scudo spaziale americano. La Russia - ha ribadito - non potrà fare a meno di prendere le opportune misure di contrasto per bloccare quell’avventura georgiana che, travalicando i limiti regionali, ha messo in forse gli istituti della sicurezza internazionale. Anche la crisi finanziaria - ha continuato il leader del Cremlino - è nata come un fenomeno locale, americano, che ha assunto in breve un carattere globale. Medvedev ha poi aggiunto che è sintomatico che alcuni problemi assumano una dimensione globale in un mondo così interdipendente. E’ venuto quindi il momento - secondo Mosca - di creare meccanismi in grado di “bloccare decisioni errate, egoistiche o pericolose prese da alcuni paesi”.

    La lezione che viene dagli errori e dalla crisi di quest’anno - si sostiene al Cremlino - ha dimostrato che bisogna agire per riformare in maniera radicale il sistema politico ed economico: “In questa direzione la Russia è pronta a collaborare con tutte le parti interessate, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, i paesi in rapida crescita come Brasile, Cina, India”. Dobbiamo fare il possibile - questo l’appello di Medvedev - per rendere il nostro mondo più giusto e più sicuro.

    Per ora, quindi, nessun cambiamento di indirizzo. Molto pragmatismo caratterizzato dall’attesa. E’ uno stile ben noto che ha sempre caratterizzato la diplomazia del Cremlino. Ma ci sono anche voci divergenti che, ovviamente, arrivano sino alla Casa Bianca. Tra queste quella di un personaggio che pur contando come il due di briscola - e cioè il leader dei comunisti Gennadij Zjuganov – che sostiene che “chiunque vada alla Casa Bianca, condurrà nei confronti della Russia la stessa poco amichevole politica che Washington ha condotto negli ultimi anni”. Duri poi i commenti dell’ala neo-fascista, che parla di Obama in termini dispregiativi evidenziando non il suo ruolo politico quanto il colore della pelle. Per i fascisti russi questo chernokozhij, uomo di pelle nera, è già un nemico.

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