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  • 13/01/2007 Somalia e Italia. E' possibile cancellare il passato? (Gianluca Bifolchi, http://www.canisciolti.info)

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    Con un poderoso balzo di reni dell’immaginazione è possibile trovare qualcosa da lodare persino nel governo Prodi. Per voce prima del sottosegretario agli esteri Patrizia Sentinelli, e poi nientemeno che del titolare del dicastero, Massimo D’Alema, la Farnesina ha apertamente criticato i raid aerei americani nel sud della Somalia. Ciò che appare più degno di nota è che non ci si è limitati alle solite e scontate considerazioni di realismo politico (“non peggioriamo una situazione già difficile…”, eccetera, eccetera), ma senza troppi giri di parole si è sollevato il problema che, se è del tutto ipotetico che qualche affiliato alla rete di al-Qaeda si trovi effettivamente in zona calda, è invece certo che l’artiglieria aerea degli AC130 ha già falciato decine di civili innocenti.

    Che non si trattasse di frasette di circostanze risulta evidente anche dalla pronta reazione della Casa Bianca, che ha dovuto ricordare le “difficili decisioni” che è costretta a prendere in questa crociata contro l’Islam cui si è dato il nome di “Guerra al terrore”.

    Ho parlato di immaginazione perché per una volta vorrei vedere il bene anche dove probabilmente il bene non c’è. Voglio cioè credere che oltre ad aver assunto una posizione di elementare decenza, il nostro governo abbia agito anche in considerazione dei debiti storici che abbiamo con il popolo somalo, che per una volta hanno prevalso sulle convenienze imperiali. Abbastanza storditamente, nel 1993 pensammo di ripresentarci in quel paese -- ricolmo di memorie del passato coloniale -- con personale in armi, invece che con medici ed aiuti umanitari. Eravamo talmente invasati dal mito della “missione di pace” -- elaborato dalla amministrazione di Bush padre -- che pensavamo che i Somali dovessero essere addirittura contenti di veder tornare nelle loro strade i vecchi padroni coloniali in uniforme. Non andò così. Noi registrammo diversi caduti, e lì lasciammo un altro ricordo di prostitute legate per divertimento dietro i blindati della Folgore, giovani “interrogati” con fili elettrici avvolti ai testicoli, ed un’ampia documentazione di insulti razzisti rivolti ai checkpoint alla popolazione locale. Tutti fatti riecheggianti negli atti parlamentari della commissione presieduta da Ettore Gallo. Fatti dimenticati, naturalmente.

    Piace pensare allora che stavolta vorremmo onorare i legami storici con quel popolo agendo sinceramente da fratelli maggiori. Si, lo so, tutta la propaganda coloniale è fatta di “fratelli maggiori” che accorrono al soccorso di “fratelli minori” in difficoltà, e ammesso e non concesso che queste difficoltà esistessero davvero, è certo che alla fine i beneficiari del soccorso rimanevano in braghe di tela. Se pensiamo poi alla colonna sonora del nostro sbracato avventurismo coloniale (“Tripoli, bel suol d’amore…”, “Faccetta nera, bell’Abissina…”), si direbbe che noi Italiani, più che ai fratelli pensassimo alle sorelle, che fino a quel momento dovevano essersi annoiate parecchio… Ma se si agisce con onestà di intenti le parole perdono la loro ambiguità, e “fratello” è decisamente una bella parola. Quanto al fatto di essere “fratelli maggiori” intendo semplicemente dire che sull’arena internazionale il popolo somalo non ha alcuna voce, mentre l’Italia ce l’ha, soprattutto ora che è nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E l’aiuto che dobbiamo offrire ai Somali è semplicemente quello di riuscire essere padroni a casa loro. Se è possibile, in una Somalia pacificata e sicura, anche se questo è prima di tutto un compito dei Somali.

    La prima difficoltà in questa impresa è in un governo (il Governo Federale Transitorio) per ora retto solo dalle baionette etiopi ed americane. La “comunità internazionale” ha pensato bene di riconoscerlo come l’autorità legittima della nazione somala, dopo che nel 2004 fu insediato da una conferenza internazionale tenuta in Kenia. Per diciotto mesi i membri di questo governo litigarono tra loro solo per decidere dove dovessero insediarsi. Poi truppe etiopi -- il nemico storico dei Somali -- intervennero per permettergli di aprire la ditta a Baidoa, essendo Mogadiscio troppo pericolosa. Da allora l’influenza del GFT non è andata un centimetro oltre la periferia della città. La successiva recente invasione su larga scala della Somalia da parte dell’Etiopia fu decisa dall’attuale dittatore di Addis Abeba, Meles Zenawi, che prese in questo modo due piccioni con una fava, primo, propiziandosi l’alleanza dell’unica superpotenza mondiale -- che lo metterà al riparo da ogni critica --, in secondo luogo bloccando il modello di islamizzazione che le Corti Islamiche stavano sviluppando con successo in Somalia, e che avrebbe potuto estendersi all’Etiopia. Dell’Etiopia si dice che sia un paese cristiano, ma persino il World FactBook della CIA afferma che la popolazione musulmana va dal 45 al 50%.

    Tenete d’occhio Meles Zenawi, ad ogni buon conto. E’ il personaggio con qualche rilievo sulla scena internazionale che ha più probabilità di seguire la parabola di Saddam Hussein, quando non ci sarà più bisogno di qualcuno che faccia il lavoro sporco per Washington nell’Africa Orientale. Esiste già ora il pretesto per mettergli una robusta corda di canapa al collo e permettere al successore di Bush di dire “Giustizia è fatta”. Una inchiesta ha accertato che durante la campagna elettorale in Etiopia del 2005 193 dimostranti disarmati furono uccisi, la maggior parte con un colpo alla testa. Nella strage di Dujail, su cui si basa la condanna a morte di Saddam, morirono solo 143 Sciiti. Il dossier per ora non fa comodo a nessuno, e dunque non se parla. Ma non si può mai sapere.

    Altrettanto discutibile, comunque, se si hanno a cuore gli interessi del popolo somalo, sarebbe sperare in una conflagrazione armata tra opposte fazioni, in nome dello scontro “anti-imperialista”. Anche in questo io rintraccio una paradossale forma di colonialismo, nell’affidare cioè a popoli del Terzo Mondo, afflitti da ogni genere di problemi, il compito di combattere i nostri scontri ideologici mentre noi navighiamo comodamente in Internet. Assurdamente chiamiamo “solidarietà internazionalista” o “anti-imperialista” il tifo che facciamo nella conta dei morti da una e dall’altra parte. Del resto ciò, con la Somalia, sarebbe possibile solo al prezzo di un enorme fraintendimento. E’ vero, le Corti Islamiche avevano suscitano molto consenso e simpatia, non solo in Somalia, ma anche tra i Somali della numerosa Diaspora, da Roma a Toronto. Non sembrava vero che si potesse finalmente girare sicuri nelle proprie città senza il rischio di essere taglieggiati o peggio da un adolescente con kalashnikov affiliato a qualche signore della guerra.

    L’espressione “legge e ordine”, giustamente sinistra in Occidente, sembrava in Somalia una bella utopia finalmente prossima a realizzarsi. Ma questo non significa che fossero tutte rose e fiori. Non tutti i Somali, anche se musulmani, erano contenti che il ripristino di un’autorità pubblica per cui si potesse avere rispetto avvenisse attraverso l’applicazione della Shariah, né erano contenti che la nuova libertà di movimento nelle loro città venisse controbilanciata dalla chiusura dei cinema e dal divieto di ascoltare musica occidentale. Nessuno può dire cosa sarebbe diventato da qui a cinque anni il regime delle Corti Islamiche. Forse sarebbe sorta una repubblica islamica moderata, capace di realizzare un’ampia riconciliazione nazionale, e di offrire un modello di convivenza tra diversi credi religiosi ed opinioni politiche; ma è anche possibile che diventasse un regime oppressivo come quello dei Talebani, in ultimo basato solo sulla sopraffazione delle armi. In questa incertezza il grande favore popolare che aveva saputo propiziarsi si spiega solo nelle derelitte condizioni di una nazione che, già estremamente povera di suo, dal 1991, cioè dalla caduta del regime filo-USA di Siad Barre, viveva senza un governo centrale, con un intero popolo in ostaggio alla violenza dei signori della guerra.

    Per quanto ripugnante sia il Governo Transitorio, e per quanto invisa sia ai Somali una influenza etiope sul loro destino nazionale, c’è da sperare che a qualunque soluzione si arrivi, ciò accada per vie pacifiche e negoziali. La formula sarebbe quella di un allargamento delle basi di consenso dell’attuale governo attraverso un’alleanza con gli elementi “moderati” delle Corti Islamiche. Ma questo è tutt’altro che semplice. Le Corti islamiche non sono tutte uguali. Alcune hanno una ideologia islamista radicale e jihadista molto più marcata delle altre. Ma queste sono anche quelle Corti le cui milizie sono più fedeli e motivate, e dunque quelle con più probabilità di scendere su un terreno armato. Le altre milizie obbedivano soprattutto ad una fedeltà di clan che ora, opportunisticamente, potrebbe o spingerle ad unirsi al governo -- fornendogli una capacità militare di cui al momento è quasi del tutto privo -- o scegliere il vecchio sistema dei signori della guerra, vivendo parassitariamente sulle spalle della popolazione. Va da sé che se i colloqui per una soluzione pacifica verranno fatti in base ad una lista di buoni e cattivi che piaccia a Washington, il successo di una riconciliazione nazionale è molto dubbio.

    Un saggio della caratura morale del Governo Transitorio può essere dedotto dalle parole del presidente Abdullahi Yusuf, che ha rivendicato il “diritto” degli Americani di bombardare villaggi Somali ed uccidere civili innocenti. Una dimostrazione di entusiasmo collaborazionista poco incoraggiante in prospettiva dell’opera di pacificazione di cui il popolo somalo ha così disperatamente bisogno. La decisione di Bush di inviare altri 20.500 soldati in Iraq, nonostante la svolta democratica del Congresso, dimostra che le linea guida dell’amministrazione sono ancora quelle del Marzo 2003. In quest’ottica, i progetti di sviluppo della base militare USA di Gibuti, dove attualmente si trova il comando per le operazioni in Africa, ed in futuro una forza di intervento rapido che badi a tenere sotto controllo la situazione africana ad occidente, e l’Oceano Indiano ad oriente (oltre il Corno d’Africa ci sono lo Yemen e l’Arabia Saudita), potrebbero fornire il criterio per trattare il caso Somalia. Se gli USA preferiscono avere un regime cliente e subalterno, retto sull’appoggio militare USA ed Etiope (come è verosimile), non c’è bisogno di una riconciliazione nazionale, ed il popolo somalo verrà tagliato fuori. Se questo non si adatterà alla nuova servitù -- come mai ha fatto in passato -- l’unica altra via rimastagli sarà la ribellione armata.

    Per noi Italiani, aiutare i Somali ad evitare questo disastro potrebbe essere un bel modo di saldare i conti del passato.

    Gianluca Bifolchi

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