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  • 08/06/2006 Come promuovere l' Italia. E il Commercio (Beniamino Quintieri, www.lavoce.info)

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    Lo "spacchettamento"di diversi ministeri attuato dal nuovo Governo Prodi ha portato alla nascita del "ministero delle Politiche europee e commercio internazionale": di fatto è stato ripristinato il vecchio ministero per il Commercio con l’estero, peraltro arricchito dalle competenze che nel precedente esecutivo facevano capo al ministero delle Politiche comunitarie.
    È una ulteriore sconfessione della riforma Bassanini, la quale, tra i vari accorpamenti, aveva unito il Commercio estero al ministero dell’Industria, sulla base del presupposto che le politiche commerciali costituissero una parte sempre più rilevante delle politiche industriali di un paese. La scelta appariva coerente con quella, peraltro discutibile, effettuata dallo stesso ministro, di inserire nella riforma del Titolo V della Costituzione anche la promozione commerciale all’estero da parte delle Regioni.

    Il quadro attuale

    Come valutare questo nuovo assetto organizzativo voluto dal Governo Prodi? La risposta non è semplice, né credo esista una soluzione ottimale al problema. Negli altri paesi, le competenze delle politiche commerciali sono assegnate per lo più ai ministeri dell’Industria e in qualche altro caso ai ministeri degli Esteri. Tuttavia, l’importanza che il commercio estero riveste in un paese come l’Italia, nonché la complessità del nostro sistema istituzionale, fa sì che la scelta di un ministero a se stante non debba necessariamente essere considerata una soluzione inefficiente.
    In realtà, il problema principale non appare tanto quello di stabilire in quale ministero debbano confluire le burocrazie competenti, quanto piuttosto di individuare un assetto complessivo delle politiche per l’internazionalizzazione più ordinato ed efficiente di quello attuale. Da questo punto di vista, c’è molto da fare e c’è da sperare che il nuovo Governo proceda con decisione.
    In questi ultimi anni si è assistito a una poderosa crescita del numero degli attori pubblici impegnati a vario titolo nell’attività di promozione all’estero, con nove enti e con ben sette ministeri che svolgono azioni in favore dell’internazionalizzazione del paese. A livello locale, poi, l’attivismo intorno a eventi promozionali ha assunto caratteri patologici: non solo le Regioni con proprie agenzie e spesso con sportelli all’estero, ma anche province e comuni, per non parlare delle Camere di commercio locali.
    Questo fermento determina la dispersione delle risorse pubbliche in una miriade di attività la cui utilità effettiva si rivela pressocché nulla e che certo non contribuisce a rafforzare l’immagine del "sistema Italia" all’estero. Di recente, qualche passo avanti è stato fatto: l’accordo tra ministero degli Esteri, delle Attività produttive e Istituto per il commercio estero per la creazione di sportelli unici all’estero, sta portando in alcuni paesi a un graduale accentramento logistico delle diverse istituzioni in una unica sede operativa.
    Tuttavia, un altro elemento di particolare debolezza caratterizza le politiche per l’internazionalizzazione: l’attuale assetto giuridico-amministrativo che governa le istituzioni deputate allo scopo. Il processo decisionale è eccessivamente lento e caratterizzato da numerosi e spesso inutili passaggi burocratici: tavoli, commissioni, cabine di regia vengono istituite a livello ministeriale con troppa frequenza finendo per rallentare e complicare decisioni che per loro natura dovrebbero essere agili e tempestive. Inoltre, meccanismi decisionali basati su modalità di tipo "concertativo" rendono più difficile scelte selettive e strategiche favorendo, al contrario, meccanismi inerziali basati su una distribuzione a pioggia delle risorse su un numero elevato di azioni promozionali.
    Allo stesso tempo, le attuali norme che regolano i rapporti di lavoro all’interno della pubblica amministrazione e un elevato tasso di sindacalizzazione ostacolano un processo di selezione dei nostri rappresentanti nei vari uffici italiani all’estero basato esclusivamente sul merito.
    La soluzione più efficiente di questi problemi sarebbe, presumibilmente, quella di trasformare enti come l’Ice e l’Enit da enti pubblici non economici in agenzie governative a capitale pubblico, sottoposte a una attenta valutazione di efficacia e di efficienza da parte di un organismo neutrale.

    Linee per una riforma

    Una riforma del commercio estero italiano dovrebbe perciò essere incentrata su quattro linee di intervento.
    1) Riportare allo Stato centrale la competenza esclusiva della promozione internazionale: le Regioni contribuirebbero comunque alla definizione delle linee guida nazionali e potrebbero competere liberamente nell’attrazione degli investimenti dall’estero e nel marketing territoriale.
    2) Creare una cabina di regia presso la presidenza del Consiglio per la formulazione delle linee guida e per il controllo sull’attività degli enti. Vi parteciperebbero sia i ministeri e gli enti interessati che i rappresentanti del mondo imprenditoriale e delle Regioni.
    3) Trasformare l’Ice in una agenzia governativa con competenze esclusive su promozione del commercio e investimenti italiani all’estero e degli investimenti esteri in Italia, promozione del turismo. Ciò implicherebbe l’eliminazione di "doppioni" (Enit, Buonitalia) e un più stretto collegamento con le agenzie specializzate nella promozione del territorio.
    4) Proseguire nella creazione di "sportelli unici" all’estero con la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti e nel rispetto delle relative specializzazioni. Si richiederebbe la chiusura degli uffici esteri delle Regioni le quali, tuttavia, potrebbero avere una presenza all’interno degli "sportelli Italia". Le ambasciate e i consolati, la cui distribuzione sul territorio andrebbe ridisegnata, dovrebbero concentrarsi su attività di diplomazia economica, lasciando agli altri enti compiti di diplomazia più strettamente commerciale di promozione e di consulenza.


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