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  • 24/04/2006 Nepal, un Paese al Limite (Alessandra Campoli, Kathmandu, www.helpconsumatiri.it)

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    Carri armati a Kathmandu | Foto alessandra campoli

    Kathmandu, Nepal. 6 aprile 2006. Un silenzio irreale in una città solitamente caotica. Serrande abbassate e strade deserte. È il primo dei quattro giorni di “banda”, sciopero generale proclamato dall’alleanza dei sei partiti democratici contro lo strapotere del re Gyaendra. Quattordici mesi prima il sovrano, al governo dal 1992 dopo l’oscuro omicidio del re Birendra e il presunto suicidio del legittimo erede al trono, aveva privato il parlamento dei suoi potere decisionali. Da quel 6 aprile non si è più normalizzata la situazione, nella capitale, Kathmandu, ma anche negli altri centri principali della valle (Patan, Kirtipur), così come nelle città grandi e piccole dell’intero Paese.

    Gli attivisti pro-democrazia quotidianamente scendono in strada e i cortei raccolgono di giorno in giorno sempre più manifestanti. Il re risponde con un ingente spiegamento di militari e imponendo il coprifuoco costante e prolungato, notte e giorno, nelle città. Aderire alle manifestazioni significa infrangere il coprifuoco; l’esercito ha l’ordine, ogni giorno di più, di attenersi alla linea dura contro chi non rispetta gli ordini.

    Ma per la prima volta, dopo anni di attesa, di sussurri impauriti e di progressivo impoverimento, la voce della gente si fa sentire, urlando. Migliaia gli aderenti ai cortei, servizi e negozi serrati. Scuole chiuse. Ovunque. A tempo indeterminato. Decine di attivisti vengono arrestati. L’adesione massiccia dei professionisti (medici, banchieri, giornalisti, avvocati) è sintomatica in un paese in cui il sistema delle caste è fortemente sentito.

    Cresce l’adesione al movimento e ai cortei. Cominciano le prime vittime accidentali (la prima a Pokara, nell’ovest del Paese, il 7 aprile). Le pallottole vaganti dei militari colpiscono gli spettatori, compresi donne e bambini, sui terrazzi delle loro abitazioni. Per diversi giorni vengono interrotte le comunicazioni cellulari, su ordine del re, per impedire l’organizzazione dei presunti infiltrati maoisiti che minaccerebbero attentati. Fino alle prime vittime “ufficiali”, non accidentali, negli scontri avvenuti durante i grandi cortei del 20 e 21 aprile (con oltre mezzo milione di persone in strada nella sola Kathmandu). Tre morti, secondo le fonti ufficiali. Quindici, nelle liste degli ospedali, che pubblicano i nomi delle vittime; ad essi si aggiungono sette “dispersi”. Nel frattempo la Svizzera ammonisce il Nepal per le violazioni reiterate dei diritti umani. Gli Stati Uniti intervengono, sottolineando l’inadeguatezza del re nel fronteggiare la situazione di crisi. Amnesty International e le Nazioni Unite, dopo attenti monitoraggi, denunciano la brutalità delle forze armate durante le ore di coprifuoco. L’India invia un suo rappresentante, Karan Singh, a colloquio dal re, dopo aver minacciato la chiusura delle frontiere.

    Il 21 aprile di nuovo un messaggio del re. La proposta ai partiti di proporre un nome per l’elezione del Primo Ministro. Un temporeggiare in una situazione al limite del collasso. Perché il Nepal, paese tra i più poveri dell’Asia, non ha risorse. Perché le situazioni al limite della sopravvivenza sono incredibilmente numerose, nella stessa capitale. Perché le libertà dei singoli vengono costantemente violate. Perché quello che ora chiedono partiti è un piano di pace estremamente più complesso. Quello che chiede la gente è la democrazia.

    (L'autrice è ricercatrice dell'Associazione Comitato Ev-K2-Cnr)


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