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  • 01/03/2006 Perché non deve essere una Guerra Civile Europea (Elie Cohen, www.lavoceinfo)

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    Siamo al 14 agosto, dichiara Giulio Tremonti: l’affare Enel-Suez sarebbe il preambolo della guerra civile europea. Ma questa frase terribile è la risposta a un’altra immagine forte, quella di un primo ministro francese, con a fianco due ammutoliti amministratori delegati, mentre annuncia la fusione di due società energetiche, in risposta all’Opa preliminare di Enel. "Commedia dell’arte contro il chicchirichì dei galli": l’Europa deve essere proprio in crisi per permettere un tale spettacolo.

    Una fusione coerente

    La prima impressione, a una settimana dall’annuncio della fusione in un lussuoso hotel di Bruxelles, è che l’operazione Suez-Gdf debba essere valutata per la sua coerenza economica, per aver rimesso in gioco il predominio di Edf, e per il suo contributo all’accelerazione delle privatizzazioni. Del resto, anche il Financial Times ne riconosce la coerenza industriale. Non bisogna quindi farsi influenzare dalle immagini forti e dai proclami di principio. Il riavvicinamento tra Suez e Gdf ha un significato, avviene in seguito all’assorbimento di Ruhrgas da parte di Eon, dopo il lancio dell’Opa di Gas Natural su Endesa, e dopo che l’ipotesi di una fusione Edf-Gdf è stata scartata.
    La vera questione è allora un’altra: perché assistiamo, in Europa, a questo processo di consolidamento? Perché i Governi sostengono le concentrazioni nazionali, contro Bruxelles e talvolta contro le loro stesse autorità di regolazione della concorrenza? La risposta si può trovare in due considerazioni. La prima riguarda il mix energetico europeo. L’altra, il fallimento di un modello datato di regolamentazione.

    Fonti energetiche e regole del mercato

    La composizione delle fonti energetiche in Europa sta cambiando rapidamente per l’incremento del prezzo del petrolio e del gas, in previsione di un Kyoto 2, che comporterebbe un rincaro dei costi delle emissione di gas-serra, e perché il terzo passo verso la liberalizzazione del mercato dell’energia avverrà come previsto nel 2007.
    La fine del petrolio a buon mercato e la crescita del prezzo del gas hanno un doppio effetto: rendono più difficile la concorrenza dei nuovi operatori verso quelli storici e riportano la questione della sicurezza degli approvvigionamenti al centro delle preoccupazioni delle autorità politiche.
    D’altra parte, anche la crescita attesa del prezzo del carbone nel quadro di un rafforzamento della lotta al surriscaldamento del pianeta attraverso la limitazione delle emissioni di gas-serra, ha un doppio effetto: favorisce le imprese elettriche che si affidano principalmente all’energia idraulica e nucleare, e svantaggia le società che dipendono dal carbone e dal petrolio.
    Una tale prospettiva giustifica investimenti e ricerca finanziati dagli Stati, come dimostra l’"Energy Bill" del presidente Bush. La legge, emanata l’estate scorsa, prevede infatti un forte sostegno per il rilancio del nucleare e per la ricerca, soprattutto nel campo del sequestro di carbone.
    Infine, la conferma al 2007 del terzo passo della liberalizzazione dei mercati europei dell’energia rende cruciale per gli operatori tradizionali l’uscita dai territori nazionali e l’avvio di offerte multienergetiche. Ma è cambiata di conseguenza anche la distribuzione e la corsa agli approvvigionamenti. Edf o Vattenfall, che operano una nel nucleare e l’altra nell’energia idrica, si sono rafforzate. Suez, grazie a Electrabel (nucleare) e a Cnr (idrica), è diventata una preda ambita. Enel e Eon, sedute su una montagna di denaro, sono invece in cerca di prede.
    Ma le concentrazioni potrebbero essere negoziate e gestite a livello europeo. Invece, si cercano soluzioni nazionali: perché?
    La risposta è semplice e brutale: l’Europa ha fallito nella politica energetica. Il modello europeo di liberalizzazione per l’energia era basato su una questione dimenticata, la sicurezza, e su tre orientamenti strategici che si sono rivelati erronei.
    Non vogliamo qui discutere della sicurezza: la dipendenza dal gas russo e le debolezze nella rete di trasporto sono ormai note.
    La liberalizzazione europea è stata pensata mercato per mercato: l’obiettivo della Commissione era rompere i monopoli nazionali verticalmente integrati e non costituire una piattaforma europea integrata per sviluppare interconnessioni al di là delle frontiere.
    La liberalizzazione europea ha fatto affidamento sull’idea che si potevano ottenere diminuzioni significative dei prezzi moltiplicando gli attori e favorendo il loro accesso alla rete dell’operatore tradizionale. Semplicemente, la Commissione non ha considerato che ciò che è possibile con il gas a prezzo contenuto e se esistono sovracapacità idriche, è impossibile quando il prezzo del gas triplica, come è avvenuto negli ultimi tempi. Risultato, oggi bisogna obbligare Edf ad aumentare le tariffe se non vogliamo che spariscano gli operatori alternativi.
    Infine, l’Unione Europea ha scommesso sull’introduzione di una regolamentazione dei mercati locali attraverso enti di regolamentazione locali. Non ha potuto dunque evitare né la mancanza di un regolatore specializzato, come è avvenuto in Germania, né lo scontro tra l’ente di regolamentazione e i campioni nazionali in diversi altri paesi.
    Il risultato di ciò, che è giusto definire una sconfitta collettiva, è una ri-nazionalizzazione di fatto praticata dai politici. Ne sono la migliore dimostrazione l’incapacità europea di negoziare con Gazprom, di pensare collettivamente la diversificazione dei gruppi energetici nazionali e di bloccare la politica dei campioni nazionali multienergetici iniziata da Eon.
    In un simile contesto, la fusione Suez-Gdf realizza l’accordo perfetto tra un’industria del gas e una elettrica, tra un operatore nucleare e idrico e uno del gas, tra un leader del Gnl e uno specialista di servizi energetici, tra un francese senza prospettive e un belga sotto dimensionato. Non c’è dunque nulla di scandaloso nella fusione. Anzi, vi si possono scorgere benefici secondari degni di considerazione, come la banalizzazione di Edf nel contesto europeo e la privatizzazione di Gdf.

    Oltre la sconfitta

    Bisogna pertanto rassegnarsi alla sconfitta? L’errore peggiore sarebbe quello di proseguire con una politica che ha già dimostrato le sue carenze. Un’altra politica è possibile, che concili l’intensificarsi della concorrenza nell’interesse del consumatore, la sicurezza energetica e l’uscita graduale dall’economia del carbone. Si deve basare su tre pilastri. Da un lato, bisogna accettare l’idea che nei prossimi anni il rilancio degli investimenti passi attraverso i grandi operatori tradizionali. È necessario dunque riattivare gli incentivi agli investimenti e rinunciare alla concezione di una concorrenza atomistica nel settore energetico.
    Ma nello stesso tempo bisogna rafforzare la concorrenza, oggi decisamente insufficiente.
    Compito della Commissione è dunque incentivare lo sviluppo delle interconnessioni al di là delle frontiere, e rendere più trasparenti le condizioni d’accesso alla rete di trasporto del gas e dell’elettricità.
    Infine, per mettere in atto una politica comune, bisognerà dotarsi di strumenti comuni, primo fra tutti un regolatore europeo.
    La minaccia di tentazioni nazionaliste è abbastanza seria, le sfide tecnologiche e industriali sufficientemente evidenti: è meglio evitare le invettive e le guerre assurde.

    * Elie Cohen è direttore della ricerca al CNRS e membro del Conseil d’analyse économique


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