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  • 02/03/2010 Parlamentari, Corruzione, Mani pulite, basket in banca, cittani che votano e non pagano le tasse, intervenire prima che passi la nottata (www.lavoce,it)

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    02/03/2010 MENO PARLAMENTARI PER MENO CORRUZIONE (Tito Boeri e Vincenzo Galasso)

    Il fatto stesso che si debba varare una legge per vietare ai politici coinvolti in episodi di corruzione di presentarsi alle elezioni la dice lunga su come non funziona la selezione della classe politica in Italia. Per migliorarne la qualità servirebbe una maggiore competizione elettorale e una migliore legge elettorale. Ma anche cittadini più attenti e un'informazione più concentrata sui fatti e meno sui retroscena. Un cambiamento che richiede tempo. Tuttavia qualcosa si può fare subito: ridurre il numero di parlamentari e di amministratori a livello locale. E bisogna farlo finché è forte nell'opinione pubblica l'indignazione per i ripetuti episodi di corruzione. Altrimenti i politici troveranno sempre un modo per mantenere (se non aumentare) poltrone e spesa pubblica.

    A tre settimane dal voto alle Regionali, con liste elettorali già depositate, anche se non sempre in modo regolare, il Governo vara una nota (sarà un disegno di legge) per impedire ai politici corrotti di candidarsi alle elezioni. Lo giudicheremo quando ci sarà un testo. Ma un dato è già oggi chiaro: questa legge è una confessione dei vizi di fondo della democrazia in Italia. Non ci dovrebbe esser certo bisogno di una legge per impedire ai corrotti di candidarsi. Dovrebbero pensarci i partiti a non metterli in lista e i cittadini a punire i politici corrotti. Perché questo in Italia oggi non avviene o avviene troppo poco? C’è troppa poca accountability, responsabilizzazione degli eletti di fronte agli elettori. Vediamo come si potrebbe rafforzarla. Ma prima bene occuparsi di certe anacronistiche nostalgie della Prima Repubblica.

    DIFFERENZE FRA PRIMA E SECONDA REPUBBLICA

    Da non crederci. Molti commenti ai nuovi episodi di corruzione che coinvolgono la classe politica lasciano trasparire una struggente nostalgia per la Prima Repubblica. Dato che il nostro paese difetta di memoria storica, bene ricordare le cifre di quelle prime undici legislature della Repubblica italiana: circa un quarto dei parlamentari fu coinvolta in procedimenti giudiziari tali da comportare la concessione da parte dell’Aula dell’autorizzazione a procedere, con un impennata al 40 per cento nell’XI legislatura, sotto Tangentopoli. Il 2 per cento dei parlamentari sono finiti in prigione al termine del loro mandato.
    Cosa c’è di diverso fra la Prima e la Seconda Repubblica? La disgregazione dei partiti. “Prima si rubava per i partiti, ora solo per se stessi”, nelle parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini. In effetti, si è passati da partiti di massa che formavano e selezionavano le persone al loro interno, a partiti molti più snelli, meno interessati alla formazione, e più propensi a selezionare candidati provenienti da mondi diversi dalla politica. L’appartenenza alla classe politica è stata denigrata dagli stessi “nuovi” politici. Eppure il numero degli scranni in Parlamento – emblema della numerosità dei politici in Italia – non si è ridotto. È affiorata una nuova classe di politici-manager (il 40 per cento dei nuovi ingressi in Parlamento nell’ultima tornata elettorale appartiene a questa categoria) che coltivano i propri affari durante e dopo il loro mandato (oltre un terzo dei manager rimane in politica anche dopo il mandato). Non sempre legalmente, come dimostrano anche le vicende Fastweb e Telecom maturate proprio negli intrecci fra politica e business. Alla selezione dei partiti si è sostituita la selezione dei capipartito. In questo cambiamento non sono certo migliorati gli incentivi a scegliere candidature di qualità, anziché uomini (e donne) sotto il diretto controllo delle segreterie. La storia politica di altri paesi, come gli Stati Uniti, dimostra che i candidati di maggior qualità sono meno inclini a votare secondo logiche di partito e sono più attenti alle esigenze dei votanti del proprio distretto elettorale, come mostrano le recenti leggi sui mutui e sull’estensione dei sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti.(1) Per questo i migliori candidati non sono graditi alle segreterie.

    UN PROBLEMA DI ACCOUNTABILITY

    Ma non è dall’assenza dei partiti che scaturisce la corruzione. È un problema di accountability ovvero di limitata responsabilità: non tanto penale, nei confronti della legge, ma politica, verso gli elettori. Non è certo un caso che gli episodi più gravi (entrata di fatto della ‘ndrangheta in Parlamento) siano legati al voto delle circoscrizioni estere, dove ancora minore è la political accountability degli eletti poiché i distretti elettorali sono molto estesi, gli elettori poco informati e forse anche poco interessati a una politica che non li toccherà da vicino. Solo una maggiore competizione elettorale e una preferenza degli elettori per candidati di qualità può migliorare i processi di selezione.
    Il grado di competizione elettorale dipende in larga misura dell’offerta politica. La mancanza di un’alternativa credibile consente al partito al potere di detenere un monopolio politico e la competizione si sposta all’interno del partito, lontano dalle urne. È ciò che avviene oggi in Cina, che avveniva in Italia nei 46 anni di governo democristiano e che continua ad avvenire in molti paesi quando uno dei due (o più) schieramenti di maggioranza perde forza elettorale. Ma anche la struttura bicamerale del sistema parlamentare e l’enorme numero di posti a disposizione (vedi tabella a fondo pagina) – gli scranni in Parlamento – contribuisce a ridurre il livello di competizione elettorale e consente ai capipartito di destinare alle Camere un buon numero di fedelissimi.
    I sistemi elettorali contano nel favorire la political accountability dei politici. Ora come allora, negli anni Ottanta e Novanta, il Parlamento è eletto con un sistema proporzionale. Il maggioritario uninominale consentirebbe invece di aumentare la responsabilità politica nei confronti degli elettori del proprio distretto, a cui i politici dovranno tornare se vogliono un altro mandato. E può anche migliorare gli incentivi per la selezione dei candidati. Ad esempio, se nel proporzionale, il controllo di un pacchetto di voti (e di preferenze) poteva essere sufficiente a far ri-eleggere un politico indagato, nel maggioritario ciò risulterebbe più difficile, soprattutto nei distretti con maggior competizione elettorale. Un recente studio mostra infatti che durante il periodo del sistema maggioritario misto, il cosiddetto Mattarellum, nelle circoscrizioni uninominali più competitive, dove l’esito elettorale era maggiormente incerto, hanno prevalso candidati di maggior qualità – ovvero più istruiti e con maggiori esperienze amministrative.
    A differenza che nella Prima Repubblica oggi abbiamo liste chiuse, che aumentano il potere di selezione delle segreterie dei partiti, e riducono la responsabilità diretta dei politici nei confronti degli elettori. Ciò che è più grave è che oggi agli elettori non è consentito punire i politici che si sono comportati peggio, magari macchiandosi di reati di corruzione, neanche ex-post, ovvero alle successive elezioni. La sorte dei singoli politici è, infatti, strettamente legata a quella del partito: la accountability non è più individuale, ma di tutto il partito. Facile per i singoli politici provare a giustificare colpe ed errori con scelte di partito. E per i partiti, facile mimetizzare politici di dubbia provenienza in lunghe liste elettorali, lontano dai riflettori che si accenderebbero su di loro in distretti uninominali – solo per scaricare i casi estremi dipingendoli come poche mele marce.

    SUBITO MENO PARLAMENTARI

    Per tutti questi motivi, tornare indietro, sempre che ciò sia possibile, passando dalla selezione dei capipartito alla selezione dei partiti non serve. Ci vorrebbero una maggiore competizione elettorale e una migliore legge elettorale. Ci vorrebbero anche cittadini più attenti. In alcuni distretti infatti, gli elettori non sembrano sensibili alla qualità dei politici, ma ad altri fattori, quali l’ideologia o il clientelismo. È ciò che emerge da uno studio che mostra come negli anni precedenti al 1994 – e dunque con un sistema proporzionale – nelle circoscrizioni con livello di capitale sociale più basso, i politici per i quali era stata chiesta l’autorizzazione a procedere non siano stati “puniti” alle urne dai loro elettori. Per avere cittadini più attenti e consapevoli è necessario che gli elettori siano in grado di valutare l’operato dei politici. Questo è possibile solo migliorando il monitoraggio e l’informazione sui politici. Anziché focalizzarsi sulle voci raccolte nel “Transatlantico” sarebbe più utile per gli elettori che i mezzi di informazione valutassero la rispondenza delle azioni dei politici ai loro programmi elettorali, che riportassero il livello di assenteismo dei parlamentari e le loro decisioni di voto in Parlamento, evidenziando, ad esempio, se hanno votato lungo le linee di partito almeno sulle leggi più significative. Cosa ha fatto il politico eletto nella circoscrizione dovrebbe essere una rubrica fissa in ogni giornale locale.
    Ma è difficile pensare che a breve si possa rafforzare la competizione elettorale, cambiare sistema di voto, consapevolezza dei cittadini e sistema di informazione. Bene muoversi in questa direzione, ma ci vorrà del tempo. Oggi per rafforzare la selezione, migliorare il monitoraggio dei politici e aumentare in parte anche la competizione elettorale, si può imporre un numero chiuso più stringente. Bisogna ridurre il numero di parlamentari e il numero di amministratori a livello locale. Come si vede dalla tabella qui sotto oggi in Italia ci sono molti più parlamentari per abitante rispetto ad altre democrazie anche più consolidate della nostra (un parlamentare ogni 63.315 contro una media di un parlamentare ogni 240.242 abitanti). Per metterci in linea con gli altri paesi (ad esclusione dell’India) dovremmo almeno dimezzare il numero dei parlamentari.
    Bisogna farlo ora, subito, finché è forte fra i cittadini l’indignazione per i ripetuti episodi di corruzione. Altrimenti i politici troveranno sempre un modo per tornare sui loro passi. Come avvenuto con la ventilata riduzione degli amministratori nella Finanziaria 2010.

      N° Parlamentari Popolazione Residente Popolazione/Parlamento
    Italia 952 60.275.846 63.315
    Francia 923 62.342.668 67.544
    India 795 1.198.003.272 1.506.922
    Giappone 727 127.156.225 174.905
    Germania 682 82.166.671 120.479
    Gran Bretagna* 646 62.032.247 96.025
    Spagna 614 44.903.659 73.133
    Brasile 594 193.733.795 326.151
    Stati Uniti 535 314.658.780 588.147
    Canada 413 33.573.467 81.292
    Portogallo 230 10.707.130 46.553
    Australia 226 21.288.754 94.198
    Olanda 225 16.592.232 73.743
    Belgio 221 10.646.804 48.176
    Media     240.042

    * Non è stata considerata la House of Lords.
    Fonte: Onu, siti ufficiali per nazione.

    (1) Per maggiori informazioni si veda: "The Political Economy of the U.S. Mortgage Default Crisis" di Atif Mian, Amir Su…, and Francesco Trebbi; maggio 2009.

    02/03/2010 QUEI CITTADINI CHE VOTANO MA NON PAGANO TASSE (Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon)

    Torna agli onori della cronaca la Circoscrizione estero. Per facilitare l'esercizio di un diritto dei connazionali che risiedono in altri paesi sarebbe bastato il voto per corrispondenza. Invece la legge sul voto degli italiani all'estero finisce per garantire una rappresentanza senza tassazione: cittadini che non pagano tasse in Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano con il loro voto le tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono. Viceversa, gli immigrati regolari nel nostro paese sono soggetti a una tassazione senza rappresentanza.

    L'aula di Palazzo Madama, dal sito senato.it.


     

    Le cronache sono piene in questi giorni delle mirabolanti avventure di Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl, accusato di essere stato eletto al Parlamento italiano nella Circoscrizione estero, ripartizione Europa, grazie ai voti della ‘ndrangheta. Ma accuse di brogli e contestazioni sono state avanzate anche nei confronti di altri deputati e senatori eletti in quella Circoscrizione. Chi sono dunque gli italiani all’estero e come votano? Ed è giusto che votino? Perché le contestazioni?

    IL VOTO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO 

    La legge 459 del 27 dicembre 2001 riconosce il diritto di voto per i referendum e le elezioni dei due rami dal Parlamento a tutti gli italiani residenti all’estero, iscritti all’Aire (Agenzia per gli italiani residenti all’estero, gestita dal ministero dell’Interno) o iscritti agli schedari consolari (gestiti dal ministero degli Affari esteri; i consolati dovrebbero automaticamente aggiornare i dati dell’Aire). Alla data dell’ultima elezione, il referendum del 2009, gli aventi diritto al voto in questa categoria erano 3.024.879. Si noti che secondo la legge sulla cittadinanza del nostro paese (legge 91/1992, articolo 1), per essere italiani, e dunque per godere dei diritti politici, basta nascere da almeno un genitore italiano. Ciò assicura la cittadinanza anche a coloro che, nati all’estero ma avendo subito optato per la cittadinanza italiana, non hanno poi mai risieduto sul territorio italiano, né ne hanno mai imparato la lingua. (1)
    È a questi cittadini che si rivolge la legge 459/2001. La norma segue e completa una riforma costituzionale (legge costituzionale 1/2001) che introduce, agli articoli 56 e 57, la Circoscrizione estero e ne definisce la rappresentanza parlamentare: dodici deputati e sei senatori.
    Sono due le sostanziali novità introdotte della legge ordinaria. La prima è rendere più semplice l’esercizio del diritto di voto per gli italiani che risiedono all’estero, prevedendo il voto per corrispondenza. In alternativa, l’elettore può decidere di votare in Italia nella circoscrizione del territorio nazionale in cui risulta iscritto; e se non ha mai risieduto in Italia, ma è italiano per discendenza diretta, la sua circoscrizione è quella del genitore, del nonno o di altro antenato. In secondo luogo, rende operativa la Circoscrizione estero: stabilisce infatti la sua ripartizione in quattro aree - Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, e Africa, Asia, Oceania e Antartide. Ma stabilisce anche che i candidati stessi (e di conseguenza gli eletti) debbano essere residenti all’estero.
    Se l’obiettivo della legge fosse stato solo quello di rendere più facile l’esercizio del voto da parte degli italiani residenti all’estero, sarebbe stato sufficiente il voto per corrispondenza o qualunque altra forma di voto a distanza. Con la Circoscrizione estero si fa di più: si consente agli italiani all’estero di diventare elettorato passivo.
    È possibile che l’intenzione del legislatore, con l’introduzione della Circoscrizione estero, fosse solo quella di offrire una funzione di rappresentanza. Ma nonostante il numero esiguo, questi parlamentari hanno acquisito un’importanza superiore alle previsioni. Durante la XV legislatura, hanno di fatto garantito al governo Prodi la fiducia al Senato, condizionandone l’azione di governo. Nell’attuale legislatura, invece, le vicende del senatore Pdl Nicola Di Girolamo, e le contestazioni su altri eletti all’estero, stanno mettendo in serio imbarazzo il Parlamento.

    I LIMITI DELLA LEGGE

    I punti deboli della legge 459/2001 sono numerosi. Innanzitutto, le ripartizioni della Circoscrizione estero sono molto ampie e quindi rischiano di essere poco rappresentative; addirittura, una comprende ben tre continenti. In un contesto di tale distanza tra eletto ed elettore, anche la possibilità di esprimere preferenze sui candidati (consentito a questi elettori, a differenza di quello che succede agli italiani residenti) può non funzionare come effettivo meccanismo di selezione e controllo della classe politica. Inoltre, i candidati potrebbero essere poco conosciuti dagli elettori e, soprattutto, poco controllabili dai partiti che li selezionano. Il caso Di Girolamo è significativo: nessuno sembra più ricordare chi lo ha proposto, ed è subito cominciato all’interno del Pdl il valzer delle responsabilità tra chi avrebbe dovuto valutarne la candidatura. Infine, come illustrano le cronache recenti, il voto espresso per corrispondenza solleva dubbi sulla sua trasparenza, regolarità e gestibilità amministrativa. Le operazioni di scrutinio sono lente e facilmente imprecise. Per esempio, a quasi due anni dalle elezioni politiche del 2008, i dati sugli scrutini delle schede per la Circoscrizione estero sul sito del ministero dell’Interno risultano ancora incompleti. 
    Tutti questi elementi vanno rapidamente rivisti dal legislatore e in effetti ci sono già diversi disegni di legge depositati in Parlamento. È molto probabile che a seguito del caso Di Girolamo, si arrivi a ripensarne alcuni, a cominciare dal voto per corrispondenza. Ma qualunque riforma deve tenere conto del fatto che la disciplina del voto per gli italiani all’estero si fonda su una norma della Costituzione. Senza toccare ulteriormente la Carta, il legislatore potrà al massimo modificare le modalità di espressione di voto o di selezione dell’elettorato passivo, ma non potrà eliminare la Circoscrizione estero. (2) E invece proprio su questa si dovrebbe riflettere.

    RAPPRESENTANZA E TASSAZIONE

    Il problema fondamentale è che il diritto di voto per gli italiani all’estero garantisce loro una effettiva “representation without taxation”: cittadini che non pagano tasse in Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano, con il loro voto, le tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono. Questo è ancor più vero con la Circoscrizione estero, i cui rappresentanti parlamentari sono essi stessi cittadini non residenti in Italia. La rappresentanza senza tassazione contrasta con un principio fondamentale della democrazia, e se è in qualche modo accettabile per cittadini italiani che sono solo temporaneamente al di fuori dei confini nazionali, lo è di meno per chi ha deciso di vivere stabilmente all’estero e che in qualche caso, non conosce né le istituzioni né la lingua del paese di origine. La cosa è ancora più impressionante se si pensa che viceversa, in Italia vivono e lavorano individui che soffrono di una tassazione senza rappresentanza, vale a dire gli stranieri regolari. Secondo il Rapporto Caritas-Migrantes, nel 2007 gli immigrati hanno contribuito al 6,1 per cento del Pil e assicurato un gettito fiscale al nostro paese pari a 3 miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli versamenti Irpef.
    Curiosamente, il numero degli stranieri residenti in Italia, regolari e maggiorenni, è anch’esso di poco superiore ai tre milioni (dati Istat, 2009). Appare quanto meno singolare che una popolazione così ampia, che vive e lavora onestamente nel nostro paese, non possa esprimere alcun voto, neppure a livello amministrativo, pur essendo soggetta al fisco e usufruendo dei servizi offerti. Si noti che oltretutto vivono in Italia circa mezzo milione di stranieri solo di nome: sono i figli di immigrati, nati o arrivati in tenera età nel nostro paese, che hanno studiato in Italia, ne parlano perfettamente la lingua, e che sono in effetti indistinguibili dai connazionali della stessa età, eccetto che non godono degli stessi diritti. È opportuno che questa asimmetria venga risolta al più presto, accelerando il percorso per l’ottenimento della cittadinanza e dei diritti collegati.


    (1) A questo numero si aggiungono i numerosissimi cittadini stranieri nati all’estero ma che possono vantare un ascendente italiano (fino al secondo grado). Questi ultimi devono però richiedere che venga riconosciuta loro la cittadinanza italiana, dopo avere risieduto sul territorio italiano per almeno tre anni (è il caso per esempio di tanti calciatori naturalizzati).
    (2) L’unica strada, in questo senso, potrebbe essere quella dell’abrogazione totale della stessa legge 459/2001; ciò comporterebbe l’applicazione della disciplina precedente alle modifiche costituzionali del 2001 (così come previsto anche dall’articolo 3. comma 2 della legge cost. 1/2001: “In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore”.

    02/03/2010 MANI PULITE. 15 ANNI DOPO (Edmondo Bruti Liberati)

    È in qualche modo cambiata la corruzione in Italia quindici anni dopo le inchieste di Mani pulite? Sì, una novità c'è ed è il carattere "sistemico" del fenomeno. È questa la risposta che fornisce uno dei più noti esponenti della magistratura nel brano che qui pubblichiamo tratto dalla sua prefazione a un libro di Alessandro Galante Garrone, in libreria in questi giorni: "L'Italia Corrotta, 1895 - 1996, cento anni di malcostume politico" (Aragno editore, 147 pagine, 10 euro). Galante Garrone, scomparso nel 2003, lo pubblicò per la prima volta nel 1996, raccontando e analizzando il fenomeno della corruzione con la sua esperienza di storico e giurista, con il suo rigore morale e intellettuale che vede le cose con un pessimismo non rassegnato.



     

    Se qualcosa è mutato nel passaggio alla nuova corruzione, sottolineano diversi studiosi che si sono occupati del fenomeno, è nel senso che la corruzione ha assunto nel nostro paese un carattere ‘sistemico’, è una pratica comune e diffusa in molti settori di attività politico-amministrativa: «Sembrerebbe così smentita la contrapposizione tra una società politica corrotta e una società civile sana ed onesta […] Al contrario il sistema della corruzione […] ha dimostrato la propria capacità di radicamento nella società civile, innervandosi in profondità nel mondo delle professioni, dell’imprenditoria e della finanza» (1). Si è osservato anche che nella corruzione post Mani pulite «nel rapporto tra politici ed imprenditori, questi ultimi sembrano dotati di maggiore autonomia e potere negoziale» (2). Si devono poi considerare i preoccupanti intrecci fra corruzione e criminalità organizzata, non solo di carattere mafioso. 
    Il fenomeno della corruzione in Italia, divenuta ormai corruzione sistemica, continua ad avere un’incidenza del tutto anomala rispetto alle altre democrazie occidentali. Abbiamo sopra richiamato la severa valutazione del Rapporto GRECO del Consiglio d’Europa. È un quadro che corrisponde a quello delineato dagli studiosi che si sono occupati del tema con maggiore attenzione: «Un individuo partecipa allo scambio corrotto quando i costi, legati alla probabilità di essere scoperti e alla severità delle sanzioni previste, non superano i benefici attesi, confrontati con quelli delle alternative disponibili» (3). E si aggiunge che occorre considerare anche il costo morale della corruzione che «tende a crescere in presenza di sistemi di valori che sostengano il rispetto della legge e dei principi dello stato di diritto», ma per arrivare alla amara, ma realistica conclusione che «in Italia i fattori che orientano le scelte dei potenziali corrotti e corruttori, a livello tanto di occasioni economiche quanto di vincoli morali, forniscono deboli disincentivi alla diffusione del fenomeno» (4).
    Non meno pessimistica è la valutazione del rischio penale: «a forme di criminalità che si caratterizzano per una diffusione sistemica, per le tante ed oscure connessioni con il potere politico ed economico, per l’abissale “cifra nera”, nonché per la elevata pericolosità nei confronti delle vittime individuali, della collettività, e, a un livello ancora più ampio, rispetto alla tenuta delle regole democratiche, si oppone un diritto penale che versa da anni in uno stato di “crisi di legittimazione” senza precedenti, che presenta profili di effettività fortemente differenziati in ragione delle fenomenologie criminose da combattere e delle aree geografiche teatro della criminalità» (5).
    Le «cifra nera», termine con il quale i criminologi indicano l’insieme dei reati commessi e non scoperti, muta, ovviamente a seconda delle tipologie di reato, ma è ovunque elevata con riferimento al fenomeno della corruzione. Diverse analisi svolte indicano che in Italia, rispetto ad altri paesi confrontabili, la «cifra nera» della corruzione è particolarmente alta per una serie di ragioni aggiuntive: il carattere sistemico che la corruzione ha assunto, l’intreccio con la criminalità organizzata, il basso livello del costo morale e del rischio penale. Sotto quest’ultimo profilo, le numerose modifiche legislative intervenute negli ultimi quindici anni presentano un saldo indiscutibilmente negativo con riguardo alla capacità di incidere sulla corruzione. Si pensi alle leggi ad personam, che - ormai dal 2001 - è una categoria con cui ci si deve confrontare nell’analizzare la legislazione in materia penale. La riforma del falso in bilancio ha drasticamente ridotto la possibilità di fare ricorso a tale tipologia di reato per aggredire la formazione di fondi neri, normale presupposto di pratiche corruttive. Ancor più rilevanti gli effetti della riduzione drastica della prescrizione, operata con la legge cosiddetta ex-Cirielli: è ulteriormente aumentata quella che è stata chiamata la «cifra grigia dei fatti criminosi scoperti ed accertati, ma non sanzionati da condanna definitiva» per l’intervento della mannaia della prescrizione (6).  Non a caso, come si è visto, questa disciplina ha suscitato attenzione e preoccupazione nel Rapporto GRECO.
    Ancora da ricordare l’indulto, concesso con la legge 241/2006, grazie al quale si sono condonati tre anni di pena, il limite più alto mai toccato nella storia repubblicana. Il beneficio è stato escluso per una lunga serie di reati, ma non per la corruzione, come è corrente nei provvedimenti di clemenza di altri paesi. Anzi, come è stato pacificamente riconosciuto, questa clemenza così generosa è stata determinata dalla volontà di evitare che l’on. Previti, condannato ad una severa pena detentiva per fatti di corruzione, dovesse scontarla in carcere. E si trattava di uno dei tipi di corruzione da sempre ritenuta gravissima, quella di giudici.


    (1) Della Porta-Vannucci, Mani impunite, p. 10.
    (2) Ivi, p. 115.
    (3) Ivi, p. 11.
    (4) Ivi, p. 12.
    (5) Davigo-Mannozzi, La corruzione in Italia, p. 309.
    (6) V. Grevi, «Prefazione» a Davigo-Mannozzi, La corruzione in Italia, p. VII.

    02/03/2010 E SE GIOCASSIMO A BASKET IN BANCA? (Giancarlo Perasso)

    La discussione sulle nuove regole per il sistema bancario è in un'impasse. Ma la crisi non è stata solo una conseguenza degli eccessivi rischi assunti dalle banche. E' anche il risultato della quantità di denaro impiegata in questi rischi. Invece di mettere limiti alle attività delle banche, si può prendere esempio dalla Nba. Dove le squadre che superano il monte salari per i giocatori pagano una cifra corrispondente all'Associazione. Lo stesso principio si potrebbe applicare al rapporto tra debiti e asset degli istituti bancari.

    Ferve il dibattito e la polemica sulle regole per evitare nuove crisi finanziarie e nuovi esborsi da parte dei contribuenti per salvare le banche. Sono state avanzate tante proposte: dalle indicazioni del Financial Stability Board ai vari interventi del presidente Nicolas Sarkozy, agli articoli recenti di Martin Wolf o John Gapper e molto altro ancora. (1)

    COME NELL’NBA

    A me pare che ci troviamo a un punto morto: da un lato tanti tecnici (per i quali parteggio, lo ammetto) analizzano i problemi e propongono soluzioni; dall’altro, tanto populismo, che aborro. Ci troviamo in un’impasse micidiale, la miglior condizione per non arrivare a nulla, salvo poi accettare le regole imposte dall’unico giocatore che veramente conta: gli Stati Uniti. Ma saranno regole che favoriranno le banche di quel paese, naturalmente, e non il sistema bancario globale. Nel frattempo, le banche di investimento hanno ricominciato a fare quello che facevano prima, gli investitori non hanno imparato nulla (un aneddoto personale: la scorsa settimana un fondo di investimento qui a Londra mi ha informato che è interessato ad acquistare mutui in sofferenza nei paesi dell’Europa centro-orientale: sono rimasto senza parole). Il denaro continua a non costare niente e si naviga a vista, come tre anni fa.
    Vorrei allora proporre una misura semplice semplice e trasparente per ridurre il rischio che si ripeta una crisi come quella del 2007-2008. La crisi è derivata non solo da eccessivi rischi assunti dalle banche, ma anche dalla quantità di denaro impiegata in questi rischi. Il rapporto debiti/asset (leverage) di Merril Lynch a maggio 2008 era pari a 45.8, quello di Lehman Brothers a 33.2. Bear Stearns, prima di essere acquistata da JpMorganChase aveva un leverage di 34.6. Quindi, non solo rischi , ma anche grandi quantità di denaro impiegate in attività rischiose.
    Piuttosto che impedire alle banche di promuovere certe attività, come indicato nella proposta Paul Volcker, e quindi penalizzare l’innovazione finanziaria che, nolenti o volenti, ha contribuito a rendere l’economia più efficiente (si pensi solo alla possibilità per esportatori e importatori di coprirsi dal rischio di cambio con i derivati) ritengo che sia più efficiente internalizzare il costo del maggior rischio per una banca “x” nel caso, appunto, volesse espandere la propria attività in attività più rischiose. E qui ci viene in aiuto la pallacanestro: l’idea è quella di penalizzare il ricorso al leverage, sulla falsariga della “luxury tax” della National Basketball Association (Nba).
    Nell’Nba, esiste il “salary cap”, cioè un monte salari fisso per ogni squadra (i premi sono liberi). Se la squadra di Los Angeles, ad esempio, volesse ingaggiare un campione che porterebbe il monte ingaggi al di sopra del tetto fissato, dovrebbe versare alla Nba stessa il corrispondente dell’ammontare per cui ha superato il monte salari. Per fare un esempio: se il monte salari è 100 dollari e cresce a 110 con l’arrivo del nuovo giocatore, la squadra dovrà versare 10 dollari all’Nba.
    Si potrebbe applicare lo stesso principio al rapporto tra debiti e asset delle banche: fino a un certo multiplo fissato per legge (Dieci volte? Meno? Di più? Spetta ai governanti decidere quanto) il leverage è libero dalla “leverage tax”, oltre quella soglia, per ogni dollaro di leverage bisognerà versare un dollaro all’erario. Volendo si potrebbe anche valutare se incrementare la “leverage tax” oltre una certa soglia. Ad esempio, non più un dollaro per un dollaro ma due dollari di tassa per ogni dollaro di leverage oltre un certo ammontare.

    UNA MISURA TRASPARENTE

    È una misura semplice da applicare, trasparente, che permetterebbe alle autorità di politica monetaria di tenere bassi i tassi di interesse per fronteggiare la crisi economica riducendo i rischi di bolla speculativa. Inoltre, non vieterebbe alle banche di continuare a sviluppare nuovi prodotti né di espandersi, lo renderebbe solo più costoso. Spetterà allora a manager e azionisti decidere se espandersi più del consentito e pagare una tassa: si limiterebbero così i profitti da attività rischiosa, rendendo il trade-off rischi-benefici più sbilanciato a favore dell’avversione al rischio. L’obiezione è che rendendolo più costoso, le banche assumerebbero più rischio. Può darsi, non è detto e dipenderà dai parametri, ma almeno ci sarebbe un meccanismo che porterebbe a riflettere attentamente prima di assumere un rischio. E lo Stato incasserebbe qualcosa.


    (1) Si vedano rispettivamente, Martin Wolf, “Volcker’s axe is not enough to cut banks to size”, Financial Times, 26 gennaio 2010,. E John Gapper “Volcker has the measure of the banks”, Financial Times, 27 gennaio 2010.

    02/03/2010 INTERVENIRE PRIMA CHE PASSI LA NOTTATA (Francesco Daveri)

    Disoccupazione all'8,6 per cento e Pil 2009 a -5 per cento: l'economia italiana soffre ancora i colpi di coda di una crisi ormai finita. Ma c'è lo spazio e la necessità per gli incentivi temporanei con efficacia limitata a sei mesi ai settori in difficoltà. Si tratta di permettere alle imprese di avviare processi di ristrutturazione in modo socialmente non distruttivo. Di interventi di questo tipo si parla da tempo, ma il governo continua inspiegabilmente a rinviarne l'adozione.

    Disoccupazione all’8,6 per cento, record dal 2004”, “Pil -5 per cento, mai così male dal 1971”. Ecco le ultime notizie da un fronte che non smette mai di fare feriti (e morti, come scriveva Dario Di Vico sul Corriere della Sera, raccontando di piccoli imprenditori e artigiani suicidatisi durante la crisi). Ma come, la crisi non era finita? E perché allora i giornali sono pieni di brutte notizie? Soprattutto, il governo può fare qualcosa?

    LA CRISI È FINITA?

    Cominciamo con la “la crisi è finita”. Finita quando? Difficile dirlo con precisione. Se si cerca su Google la locuzione “la crisi è finita”, vengono fuori una sequenza di riferimenti, di articoli di giornale e di blog, così come prese di posizione di operatori attivi sui mercati finanziari, con date molto diverse: 22 aprile, 21 marzo, 11 novembre, 27 agosto, 17 maggio 2009 solo nella prima videata. Tutti i riferimenti annunciano lo stesso evento: la fine della crisi. Di sicuro il Pil, l’indicatore riassuntivo della capacità di produrre reddito che gli uffici statistici nazionali pubblicano ogni tre mesi, ha smesso di diminuire rispetto ai valori assunti nei trimestri precedenti nella maggior parte dei paesi europei e negli Stati Uniti più o meno durante il terzo trimestre del 2009. La diminuzione del Pil è andata avanti per cinque trimestri, dal secondo trimestre 2008 fino al secondo trimestre 2009 (incluso). In complesso, il Pil italiano è sceso in termini reali di 5 punti percentuali nel 2009 rispetto al suo valore medio del 2008. Come in Germania e nel Regno Unito, peggio che in molti altri paesi europei, tra cui la Spagna e la Francia. Ma è stata solo una “grande recessione”, e non una “grande depressione” come quella degli anni Trenta: durante la depressione il Pil Usa diminuì di ben 25 punti percentuali nei quattro anni tra il 1929 e il 1933. Oggi stiamo parlando di previsioni di crescita flebile per il 2010. Ci chiediamo se sarà “più zero virgola cinque” oppure “più uno”, non se dopo il “meno cinque” ci sarà un “meno quattro” o un “meno sei”.
    Ad oggi, ci sono elementi sufficienti per dichiarare che la crisi, o meglio la grande recessione, sia finita. Il mercato immobiliare americano ha fermato la sua discesa e il Pil ha ricominciato ad aumentare ovunque. E, da dicembre 2009, anche la disoccupazione Usa ha cominciato a diminuire, un segno che non solo l’epicentro della crisi (il mercato immobiliare Usa) si è stabilizzato, ma anche il suo principale meccanismo di trasmissione (il mercato del lavoro) comincia a mandare qualche segnale positivo. Soprattutto al di là dell’oceano Atlantico.

    LA LUNGA CODA DELLA CRISI SUL MERCATO DEL LAVORO

    Il problema è che il Pil ha ricominciato a crescere, ma troppo lentamente per riuscire a riassorbire la disoccupazione latente che le imprese hanno accumulato in questi mesi di crisi durissima sul fronte delle vendite. Ecco perché, anche se “la crisi è finita”, il lavoro non c’è e “in Italia la disoccupazione è ai massimi dal 2004”. È vero, i disoccupatierano più di due milioni e centocinquantamila persone in gennaio, l’8,6 per cento del totale. Mentre erano l’8 per cento a ottobre 2009 e il 7 per cento a ottobre 2008 e solo il 6 per cento nell’agosto 2007. L’aumento della disoccupazione è tuttavia – e purtroppo – un evento fisiologico, data l’intensità della crisi dell’anno scorso. Chi, resistendo al furore iconoclasta di questi mesi, avesse conservato un manuale di macroeconomia potrebbe infatti controllare le previsioni della legge di Okun, una regola del pollice stimata per l’economia americana già negli anni Sessanta. Questa legge dice: “Se il Pil diminuisce di due punti percentuali rispetto alle possibilità di crescita di lungo termine, la disoccupazione è destinata, dopo qualche mese, ad aumentare di un punto percentuale”. Insomma, secondo Okun, tra Pil e disoccupazione c’è una relazione 2:1.
    E così, se il Pil dell’Italia scende di 5 punti in un anno e dato che la crescita di lungo periodo dell’economia italiana è all’1 per cento annuo, a causa della crisi, la disoccupazione in Italia deve salire di circa tre punti. Se, prima della crisi, siamo partiti dal 6 per cento di tasso di disoccupazione, sulla base della legge di Okun, possiamo aspettarci che la brutta botta subita dal Pil italiano nel 2009 finirà per tradursi in una disoccupazione non lontana dal 9 per cento in questi primi mesi del 2010. Per i primi nove mesi del 2009, la crisi non è arrivata sul mercato del lavoro perché il governo ha usato la Cig, che ha congelato il numero degli occupati ai livelli pre-crisi. Ma anche la Cig è destinata a diventare mobilità e poi licenziamento se l’economia non riparte. Ciò che vediamo oggi è dunque il manifestarsi della legge di Okun.

    NON ASPETTARE CHE PASSI LA NOTTATA

    Chi crede nella legge di Okun potrebbe trarre due implicazioni. Primo, il rapido aumento della disoccupazione osservato negli ultimi sei mesi non sarà indefinito, ma raggiungerà probabilmente un tetto massimo. Almeno a patto che il Pil ricominci a crescere intorno all’1 per cento. Tutt’altro che scontato, ma non impossibile con i dati che conosciamo oggi.
    C’è però una seconda cosa da dire. Anche se quelli che osserviamo sul mercato del lavoro sono solo i colpi di coda di una crisi alle spalle, c’è spazio per misure di sostegno ai consumi che accompagnino il mercato del lavoro fuori dalla crisi, ad esempio gli incentivi temporanei (con efficacia limitata a sei mesi) ai settori in difficoltà di cui si parla da giorni e la cui adozione il governo continua a rinviare. È vero, tutti i produttori di tutto il mondo vogliono gli incentivi e poi non viene mai un buon momento per smantellarli. Ma, in questo caso, si tratta di garantire incentivi temporanei ai settori che producono elettrodomestici, dispositivi elettronici, macchine agricole, mobili, cucine e veicoli diversi dall’automobile. Non si tratta di tenere in piedi industrie decotte. In tutti questi settori, le aziende dovranno e hanno già cominciato a ristrutturare, ma hanno bisogno di un po’ di ossigeno per farlo in modo socialmente non distruttivo. Non ci sono soldi per tutti? Il governo scelga e spieghi i criteri che lo hanno indotto a decidere in un modo piuttosto che in un altro. Meglio scegliere e spiegare piuttosto che rinviare per non scontentare nessuno.

    La discussione sulle nuove regole per il sistema bancario è in un'impasse. Ma la crisi non è stata solo una conseguenza degli eccessivi rischi assunti dalle banche. E' anche il risultato della quantità di denaro impiegata in questi rischi. Invece di mettere limiti alle attività delle banche, si può prendere esempio dalla Nba. Dove le squadre che superano il monte salari per i giocatori pagano una cifra corrispondente all'Associazione. Lo stesso principio si potrebbe applicare al rapporto tra debiti e asset degli istituti bancari.
    Ferve il dibattito e la polemica sulle regole per evitare nuove crisi finanziarie e nuovi esborsi da parte dei contribuenti per salvare le banche. Sono state avanzate tante proposte: dalle indicazioni del Financial Stability Board ai vari interventi del presidente Nicolas Sarkozy, agli articoli recenti di Martin Wolf o John Gapper e molto altro ancora. (1)

    COME NELL’NBA

    A me pare che ci troviamo a un punto morto: da un lato tanti tecnici (per i quali parteggio, lo ammetto) analizzano i problemi e propongono soluzioni; dall’altro, tanto populismo, che aborro. Ci troviamo in un’impasse micidiale, la miglior condizione per non arrivare a nulla, salvo poi accettare le regole imposte dall’unico giocatore che veramente conta: gli Stati Uniti. Ma saranno regole che favoriranno le banche di quel paese, naturalmente, e non il sistema bancario globale. Nel frattempo, le banche di investimento hanno ricominciato a fare quello che facevano prima, gli investitori non hanno imparato nulla (un aneddoto personale: la scorsa settimana un fondo di investimento qui a Londra mi ha informato che è interessato ad acquistare mutui in sofferenza nei paesi dell’Europa centro-orientale: sono rimasto senza parole). Il denaro continua a non costare niente e si naviga a vista, come tre anni fa.
    Vorrei allora proporre una misura semplice semplice e trasparente per ridurre il rischio che si ripeta una crisi come quella del 2007-2008. La crisi è derivata non solo da eccessivi rischi assunti dalle banche, ma anche dalla quantità di denaro impiegata in questi rischi. Il rapporto debiti/asset (leverage) di Merril Lynch a maggio 2008 era pari a 45.8, quello di Lehman Brothers a 33.2. Bear Stearns, prima di essere acquistata da JpMorganChase aveva un leverage di 34.6. Quindi, non solo rischi , ma anche grandi quantità di denaro impiegate in attività rischiose.
    Piuttosto che impedire alle banche di promuovere certe attività, come indicato nella proposta Paul Volcker, e quindi penalizzare l’innovazione finanziaria che, nolenti o volenti, ha contribuito a rendere l’economia più efficiente (si pensi solo alla possibilità per esportatori e importatori di coprirsi dal rischio di cambio con i derivati) ritengo che sia più efficiente internalizzare il costo del maggior rischio per una banca “x” nel caso, appunto, volesse espandere la propria attività in attività più rischiose. E qui ci viene in aiuto la pallacanestro: l’idea è quella di penalizzare il ricorso al leverage, sulla falsariga della “luxury tax” della National Basketball Association (Nba).
    Nell’Nba, esiste il “salary cap”, cioè un monte salari fisso per ogni squadra (i premi sono liberi). Se la squadra di Los Angeles, ad esempio, volesse ingaggiare un campione che porterebbe il monte ingaggi al di sopra del tetto fissato, dovrebbe versare alla Nba stessa il corrispondente dell’ammontare per cui ha superato il monte salari. Per fare un esempio: se il monte salari è 100 dollari e cresce a 110 con l’arrivo del nuovo giocatore, la squadra dovrà versare 10 dollari all’Nba.
    Si potrebbe applicare lo stesso principio al rapporto tra debiti e asset delle banche: fino a un certo multiplo fissato per legge (Dieci volte? Meno? Di più? Spetta ai governanti decidere quanto) il leverage è libero dalla “leverage tax”, oltre quella soglia, per ogni dollaro di leverage bisognerà versare un dollaro all’erario. Volendo si potrebbe anche valutare se incrementare la “leverage tax” oltre una certa soglia. Ad esempio, non più un dollaro per un dollaro ma due dollari di tassa per ogni dollaro di leverage oltre un certo ammontare.

    UNA MISURA TRASPARENTE

    È una misura semplice da applicare, trasparente, che permetterebbe alle autorità di politica monetaria di tenere bassi i tassi di interesse per fronteggiare la crisi economica riducendo i rischi di bolla speculativa. Inoltre, non vieterebbe alle banche di continuare a sviluppare nuovi prodotti né di espandersi, lo renderebbe solo più costoso. Spetterà allora a manager e azionisti decidere se espandersi più del consentito e pagare una tassa: si limiterebbero così i profitti da attività rischiosa, rendendo il trade-off rischi-benefici più sbilanciato a favore dell’avversione al rischio. L’obiezione è che rendendolo più costoso, le banche assumerebbero più rischio. Può darsi, non è detto e dipenderà dai parametri, ma almeno ci sarebbe un meccanismo che porterebbe a riflettere attentamente prima di assumere un rischio. E lo Stato incasserebbe qualcosa.


    (1) Si vedano rispettivamente, Martin Wolf, “Volcker’s axe is not enough to cut banks to size”, Financial Times, 26 gennaio 2010,. E John Gapper “Volcker has the measure of the banks”, Financial Times, 27 gennaio 2010.

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