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  • 06/02/2009 Per Riccardo Faini, economista gentiluomo (Carlo Azeglio Ciampi, http://www.lavoce.info)

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    La pubblicazione di questo volume, che fa seguito al convegno promosso per onorare la memoria di Riccardo Faini e ne raccoglie gli atti, avviene a pochi mesi di distanza dalla sua scomparsa.
    Basterebbe già questo - la brevità del tempo trascorso da quel doloroso sabato 20 gennaio 2007 - a dare conto dell'intensità del desiderio, direi dell'ansia, di ricordare l'amico e il collega; quasi un volerselo sentire ancora accanto, impegnato a discutere i risultati di una ricerca, a progettarne di nuove, suggerite magari proprio da quelle discussioni. Sempre assecondando quel bisogno di andare oltre, di spostare un po' più in alto l'asticella della conoscenza; per quel senso di insoddisfazione che si annida nello spirito di ogni autentico ricercatore, prima ancora che nell'intelletto.
    Nel solco delle ricerche su temi ai quali Faini stava dedicando da ultimo il suo impegno scientifico - che con personale sacrificio riusciva a conciliare con l'oneroso incarico affidatogli dal ministro dell'Economia - i saggi qui raccolti proseguono un dialogo brutalmente interrotto. Per gli autori prolungano il legame con l'amico scomparso.
    Queste poche righe muovono anch’esse dal desiderio di riannodare nella memoria i fili di un rapporto che, senza avere la continuità, l'assiduità di quello intrattenuto con i colleghi economisti, ha conosciuto l'intensità che scaturisce da un'immediata intesa, da una sintonia che fa superare le differenze anagrafiche e ciò che queste comportano quanto a esperienze, a diversità di percorsi.
    Conobbi Faini nel 1995 quando, chiamato dal Presidente Santer, presiedevo la neo-costituita Commissione per la competitività europea. In quella circostanza cercavo una collaborazione scientificamente robusta; non meno importante per me era poter contare su un elemento motivato anche sul piano ideale. In altre parole, non mi bastava un ottimo economista; per il compito affidatomi cercavo una personalità con forte senso delle istituzioni, capace di quell’attenzione al “sociale” che asseconda un'esigenza personale profonda prima che un interesse scientifico: tutto ciò mi sembrava indispensabile per condividere lo spirito che aveva animato il Consiglio europeo di Essen del febbraio 1995 e condotto alla costituzione del Gruppo consultivo per la competitività.
    All'origine di quella decisione, infatti, c'era la constatazione che la perdita di competitività, e le sue conseguenze in termini di sviluppo e di occupazione, era la sfida più difficile che l’Europa si trovava a dover raccogliere nello scorcio del Novecento e che ancora avrebbe dovuto fronteggiare all’inizio del nuovo millennio: un problema “che ha cause tradizionali e nuove, che richiede perciò una strategia complessa, di misure tradizionali e non tradizionali, di breve e di lungo periodo”. Questa era la mia diagnosi. E, a quel tempo, non si aveva ancora piena consapevolezza delle dimensioni della globalizzazione e dell’ingresso nel mercato mondiale delle nuove, grandi economie dell’Oriente: la Cina e l’India. La gravità e la difficoltà delle questioni da affrontare ancora una volta mi indicavano nel dialogo e nel confronto il solo metodo per giungere a soluzioni condivise.
    Il mio principale collaboratore doveva perciò essere anche coraggioso e aperto, rigoroso e flessibile, idealista e pragmatico. Questo l'identikit che mentalmente avevo disegnato e del quale cercavo riscontro.
    Il profilo scientifico, la storia intellettuale e personale di Faini mi convinsero che avevo trovato l'uomo giusto. E così fu: fino a quando ho ricoperto l’incarico di Presidente di quella Commissione ho potuto contare su una collaborazione assai feconda, sul piano professionale quanto su quello umano. Da vicino, si rivelò confermata la statura scientifica e culturale del Faini economista; dell'uomo, ebbi modo di rilevare alcuni tratti desueti in questi nostri tempi in cui si urla senza argomentare e l'aggressività è spesso considerata un valore; dove l'arroganza è scambiata per fermezza di carattere. Mitezza, garbo, signorilità facevano di Faini, nonostante l'età, un gentiluomo di antico stampo.
    Più tardi, come responsabile del ministero del Tesoro, indicare Faini quale rappresentante dell'Italia al Fondo monetario internazionale fu per me una scelta per così dire naturale; una decisione assunta facilmente e in breve tempo, che riscosse l'immediato consenso degli ambienti accademici e istituzionali. Un generale, incondizionato apprezzamento caratterizzò la sua presenza al Fondo. Il rimpianto che ne ha accompagnato la scomparsa è la malinconica conferma della validità di quella scelta.
    All'indomani della morte di Faini ho letto e ascoltato numerose testimonianze di colleghi, amici, studenti con accenti resi diversi solo dal differente grado di consuetudine e di intimità; ho potuto constatare quanto vasta fosse la considerazione di cui godeva, quanto unanimi fossero il rispetto e l'ammirazione che suscitava.
    In quelle testimonianze ho ritrovato numerosi tratti di quel profilo del collaboratore ideale disegnato oltre dieci anni fa e al quale Riccardo aveva corrisposto con un sovrappiù di simpatia, di calore, di ironia; soprattutto con una modestia tanto più sorprendente via via che si svelava l'elevatezza della sua statura scientifica e intellettuale. Tra le tante, una mi ha colpito particolarmente in un passaggio che “fotografa” Riccardo Faini, studioso e uomo e ne riassume la personalità; è una caratteristica che apprezzai in modo speciale e che si rivelò essenziale, preziosa nel comune impegno in seno al Gruppo per la competitività. A conclusione del mio breve ricordo, non senza commozione, vorrei riproporre, quel passaggio così come l'ho letto.
    “La complessità sfidava il suo intelletto e lo stimolava a cercare di comprenderla con una molteplicità di strumenti dei quali la teoria economica era il principale, ma non certo il solo”.



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    Foto: da www.quirinale.it

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