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15/11/2008 Genova: una storia di impunità (Mario Braconi, http://altrenotizie.org)

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Nella notte del 21 luglio 2001 diverse squadre della Mobile di Roma irrompono nella Scuola Diaz di Genova, dove sono accampati un centinaio di ragazzi che hanno partecipato alle manifestazioni contro il G8. Risultato: un centinaio di ragazzi feriti, un’ottantina di arresti arbitrari. Dopo 200 udienze, il tribunale di Genova, dopo dieci ore di camera di consiglio, ha condannato 13 dei 28 poliziotti imputati ad un totale di 36 anni: condanna minima rispetto ai 110 anni richiesti dai PM Zucca e Cardona Albini, chiamati a giudicare su una bruttissima storia di pestaggi selvaggi ed indiscriminati ai danni di giovani innocenti ed inermi, aggravati da conclamati episodi di crudele accanimento sulle vittime. Esemplari al proposito le vicende di una ragazza, manganellata sul capo fino a farle uscire della materia cerebrale, stando all’orripilante testimonianza di Michelangelo Fournier, all'epoca del G8 a Genova vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, condannato ieri a due anni e quella di un giornalista britannico, cui rappresentanti delle forze dell’ordine, a forza di calci, hanno fatto percorrere volando il perimetro di una stanza.

Non sono mancati casi di simulazione di reati su cui la verità giudiziaria ha dato risposte contrastanti: la vicenda dell’accoltellamento dell’agente da parte di un manifestante, per il quale sono stati chiesti dal PM quattro anni di condanna al poliziotto per simulazione di reato, si è conclusa con l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”; mentre anche il verdetto del tribunale ha confermato che la vicenda delle molotov ritrovate alla Scuola Diaz è stata frutto di una penosa messinscena maldestramente messa in atto da rappresentanti delle forze dell’ordine, nel tentativo di giustificare la cieca brutalità cui si sono abbandonate in quella tragica notte del 2001.

E proprio questa condanna a far pensare che ci sia una grave mancanza nella sentenza del tribunale, che sembra smontare la tesi della omogeneità dei comportamenti criminosi lungo tutta la catena di comando, dai vertici fino agli esecutori materiali. I casi sono due: o i capi non sapevano quello che facevano i sottoposti (e questo è gravissimo e comunque prefigura la responsabilità oggettiva), oppure lo sapevano, e dunque erano al corrente delle loro comportamenti criminali, atti di depistaggio compresi. Da questa prospettiva, il caso di Michelangelo Fournier, uno dei poliziotti oggi condannati per gli eventi della Scuola Diaz, che a giugno dello scorso anno ha deciso di vuotare il sacco su alcune scomode verità che riguardavano gli eventi del 21 luglio 2001, è esemplare.

Nel corso di una testimonianza in aula, Fournier ha ripetuto la frase con la quale già durante la sua prima deposizione (2002) aveva descritto la scena che gli si presentò davanti agli occhi subito dopo l'irruzione: “Una macelleria messicana”. Secondo Fournier, all'interno della scuola si stava perpetrando un vero e proprio pestaggio crudele e sistematico, caratterizzato da episodi particolarmente gravi di accanimento su ragazzi a terra; vale a dire, una situazione del tutto opposta a quella descritta dal suo capo, Canterini (comandante del Settimo nucleo del Primo Reparto Mobile di Roma), il quale, nonostante abbia sostenuto di esser giunto sul posto subito dopo la fine delle violenze e di non essere in grado di individuarne i veri responsabili, è stato condannato per lesioni personali aggravate e violenza privata.

E’ sempre Fournier a riferire di essere intervenuto più volte per tentare di arginare gli atti di barbarie e di essere stato costretto a togliersi il casco per farsi identificare dal suo collega che, non pago di aver manganellato la testa una ragazza fino a rompergliela, mimava atti sessuali sul suo corpo esanime. Fournier ha giustificato il suo silenzio prima del giugno 2007 con un atteggiamento dettato da “spirito di appartenenza”.

A prescindere dalla ragione che ha spinto Fournier a tradire quello “spirito di appartenenza” che per lungo tempo gli ha impedito un'altra appartenenza, quella al genere umano (ma questo riguarda la sua coscienza), sembra credibile la tesi del tribunale, secondo cui gli atti criminosi perpetrati dai poliziotti alla Diaz sarebbero imputabili a un manipolo di schegge impazzite? Se Fournier era il “poliziotto buono” che diceva “basta!” ai suoi colleghi (e sottoposti) più scalmanati senza peraltro riuscire a calmarli, come funziona la polizia in Italia?

Resta una vicenda vergognosa, scempio di corpi e diritto avvenuto a governo di destra appena insediato. Le “mani libere” che hanno prodotto la sospensione delle leggi e delle norme tutte, lo schiacciamento militare del dissenso politico. Le prove generali di un regime che, quando anche si processa, lo fa per autoassolversi.

15/11/2008 Impunità di Stato (Marzia Bonacci - aprileonline, http://www.canisciolti.info)

La sentenza del processo per quanto accaduto nella scuola genovese il 21 luglio 2001 assolve i vertici della catena di comando delle forze dell'ordine. Ai tempi dei fatti di Genova 2001 Vittorio Agnoletto, attualmente eurodeputato del Prc-Se, era portavoce del Genova Social Forum. Ieri in aula ha ascoltato la sentenza sulla "notte cilena" o "macelleria messicana", per usare espressioni che hanno riassunto in questi anni quanto accaduto nel plesso scolastico genovese la notte del 21 luglio, quando le forze dell'ordine irruppero massacrando i giovani anti G8 che alloggiavano lì, insieme a molti giornalisti. Con lui abbiamo commentato la sentenza di ieri.  

Con la sentenza per i fatti della Diaz che vedeva coinvolte le forze dell'ordine sembra emergere un'inquietante consapevolezza, quella per cui "lo Stato non processa se stesso"...
Si ma non esclusivamente. Perché alla consapevolezza amara che lo Stato non processa se stesso, si affianca anche quella per cui, in Italia, sta scomparendo uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione e che è base di qualunque paese democratico: la separazione dei poteri. La sentenza di ieri per l'episodio di violenza delle forze dell'ordine alla Diaz si è concentrata e ha tenuto in conto soprattutto gli equilibri politici, oscurando quello che è accaduto realmente.

Dunque nella vicenda giudiziaria della Diaz ha pesato la delegittimazione del principio di separazione dei poteri dello Stato per ragioni di equilibrio politico. Puoi farmi qualche esempio?
Il primo, passato sotto silenzio, riguarda il comportamento tenuto dall'Avvocatura dello stato nelle settimane scorse, la quale anziché intervenire in solidarietà alle vittime e in favore dell'accertamento della verità per quanto accaduto alla Diaz, ha chiesto invece l'assoluzione dei 29 imputati del processo che facevano e fanno parte delle forze dell'ordine. Secondo esempio riguarda il collegio giudicante che ha scelto di riconoscere l'impunità a Gratteri, Calderozzi e Luperi, cioè ai tre personaggi di spicco tra le forze dell'ordine implicate nel procedimento Diaz che in questi anni sono stati promossi in grado: Gratteri come capo del dipartimento anticrimine, Calderozzi capo dello Sco e Superi dirigente del dipartimento dell'Aisi. Diversamente sono state comminate condanne - ma miti e  prescritte- a coloro che venivano accusati di concorso in lesioni e che allora ricoprivano i ruoli di più basso grado.

Una sentenza piuttosto anomala?
No, una sentenza formulata con il bilancino di una giustizia discutibile, per cui si è scelto di rendere impuniti coloro che coprivano ruoli centrali nella catena di comando e di purire, però con pene irrisorie, gli anelli più deboli di quella stessa catena.

La politica dei due pesi e due misure della giustizia italiana sembra dunque confermata?
Si, soprattutto perché nessuno, per esempio, è stato condannato per i verbali falsi firmati. Ma se lo avesse fatto un qualunque cittadino o addirittura un immigrato, cosa sarebbe successo?
Quello che emerge anche dalla sentenza di ieri è che la legge non è uguale per tutti, soprattutto per coloro che rivestono ruoli di potere, anche di polizia. E' un messaggio anche per il futuro: penso ai giovani che in queste ore stanno manifestando a Roma in difesa di università e ricerca. E si tratta di un messaggio pesantissimo, cioè che chiunque indossa una divisa non è tenuto a rispettare legge e Costituzione come invece si richiede a tutti gli altri cittadini.

La decisione di ieri sui fatti della Diaz in qualche modo fa il paio con quella, sempre del governo di centrodestra, di sostituire il prefetto di Roma Mosca, lo stesso che rifiutò di prelevare le impronte ai bimbi rom e che ha gestito le piazze capitoline ricolme di giovani studenti in queste settimane. Come si tengono insieme questi due eventi?
Si tengono insieme all'interno di un impianto comune che si fonda su un principio, cioè che fanno carriera nella polizia e nei servizi coloro che non rispettano Costituzione, leggi italiane e direttive europee, mentre vengono rimossi quanti cercano di agire nella legalità come l'ex prefetto di Roma Mosca. Una riprova di questo è anche quanto accaduto ad Andreassi, al tempo dei fatti della Diaz vice capo della polizia. E' stato infatti una voce solitaria che si era detta contraria all'assalto alla scuola e che, conseguentemente, non ha fatto carriera. Quella notte quando sono arrivato all'istituto che accoglieva il movimento anti G8, prima di mezzanotte, lo chiamai al telefono per chiedere cos stessa accadendo nella scuola, per raccontargli che si stava compiendo una mattanza. Mi rispose: che era stato deciso e che lui non poteva fare nulla per evitarlo.

E il governo di centrodestra?
Il governo è stato ispiratore delle violenza di quelle giornate genovesi. Fini era nella caserma dei carabinieri di Genova senza avere mandato istituzionale per essere lì, mentre il ministro della Giustizia Castelli passò per la caserma Bolzaneto dicendo che era tutto in ordine e che non stava accadendo niente di illecito all'interno di essa. Il governo è quello che promuove i dirigenti dell' ordine pubblico genovese del luglio 2001, è quello che ha pagato, paga e pagherà gli avvocati della difesa per gli esponenti delle forze dell'ordine coinvolte nelle atrocità di Genova ed è sempre quello che in tribunale, attraverso l'Avvocatura dello Stato, si rifiutato di pagare il risarcimento alle vittime della violenza della polizia.

Tu hai sostenuto la necessità di una Commissione di inchiesta parlamentare su quanto accaduto a Genova nel luglio 2001...
Fai bene ad usare il passato: ho sostenuto, oggi non lo sostengo più. La commissione parlamentare sarebbe stata importante negli anni scorsi ma attualmente, con questo governo, non ha senso, perchè non agirebbe secondo mandato istituzionale, cioè per individuare la responsabilità di coloro che avevano l'incarico di gestire l'ordine pubblico. Come potrebbe farlo con questo governo? Si tratta, come dicevo prima, dello stesso esecutivo che ha promosso la catena di comando dell'ordine pubblico genovese che invece dovrebbe essere al centro dell'inchiesta parlamentare per accertarne le responsabilità nella violenza di Genova 2001. Permettimi di aggiungere una postilla sul tema. Anche il governo Prodi ha le sue colpe perché si era impegnato nel programma a istituire una commissione parlamentare ma non lo ha fatto. E di questo dobbiamo ringraziare anche l'Idv di Di Pietro.

La politica dunque è colpevole tanto quanto il governo di allora?
Ieri nell'aula del tribunale si percepiva una drammatica solitudine delle vittime perché noi politici eravamo in pochi. Ho apprezzato in questo senso la presenza del sindaco di Genova Vincenzi perché da parte sua essere lì, in quell'aula, è stata una scelta di assunzione ufficiale e simbolica di responsabilità da parte delle istituzioni locali. Un gesto che acquista maggiore importanza se si tiene conto del fatto che il suo predecessore al Comune ha deciso di non costituirsi parte civile nel processo, e se si considera il silenzio assordante dei vertici del Pd sulla sentenza di ieri.
Ma altrettanto assordante è il silenzio di gran parte della società civile e del mondo della cultura che pure all'epoca dei fatti si era pronunciato e aveva partecipato a quell'evento genovese. Chiedo loro di riprendere la parola. Perché quello che è accaduto a Genova è qualcosa che non riguarda solo le sue vittime, ma tutti noi. E' stato lo scivolone principale verso uno stato autoritario che va contrastato anche sul fronte culturale.

Cosa accadrà al processo Diaz?
Ora spetta agli avvocati dell'accusa valutare la possibilità di accedere al secondo grado di giudizio rispetto all'imputazione di falso verso le forze dell'ordine, visto che si tratta dell'unico capo d'accusa a non andare in prescrizione. Certo, per quanto accaduto alla Diaz ci sarebbe la possibilità di ricorrere alla Corte europea, ma questo è possibile solo quando si saranno esaurite tutte le strade della giustizia nazionale, quindi ci vorranno anni.

Il 25 novembre si svolgerà l'udienza preliminare che deciderà se verranno processati l'ex questore Colucci e il suo capo De Gennaro, oggi coordinatore dei servizi riformati, anche lui premiato dopo Genova 2001. Cosa succederà in questo filone di inchiesta che è uno dei tanti scaturiti da quei giorni tragici?
Non saprei perché ora sarà il gip a scegliere rispetto alla vicenda Colucci-De Gennaro, per cui si ipotizza il reato per falsa testimonianza (Colucci) e induzione a falsa testimonianza (De Gennaro). Un altro filone di inchiesta è stato aperto per la scomparsa delle molotov dalla questura dove erano custodite; altro ancora  è stato istituito contro ignoti per il tentativo di omicidio di Marc Owen, anche se il giovane inglese ha riconosciuto uno dei suoi possibili aggressori, il famoso "Coda di cavallo", poliziotto presente allo stesso processo perchè lo seguiva per conto della questura, tanto che nei suoi confronti è stata avanzata una denuncia. La vicenda di Bolzaneto si è invece conclusa con il primo grado di giudizio, anche se non saprei dire se si tenterà la strada del secondo grado visto che la gran parte dei reati cadrà in prescrizione a gennaio prossimo. In generale sui procedimenti giudiziari in corso non sono ottimista, soprattutto vista la recente sentenza Diaz.

Cosa ha pesato negativamente in questi processi sul G8 2001?
La pressione politico-ambientale. Poi dal punto di vista giudiziario è emersa la difficoltà delle vittime ad individuare gli aggressori: i poliziotti non erano riconoscibili, indossavano il casco. Non a caso abbiamo sempre richiesto, da allora, l'istituzione del codice identificativo sulla divisa. Nel processo Bolzaneto ha invece significato molto, negativamente, l'assenza in Italia del reato di tortura, che il nostro paese non ha ancora trasformato in legge nonostante abbiamo firmato la convenzione internazionale. In gran parte dei casi, infine, si è imposta come un macigno la prescrizione, anche perché i tempi della giustizia italiana sono quelli che sono.

Marzia Bonacci - aprileonline

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