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  • 17/07/2006 In Memoria di Sergio Steve (Antonio Pedone, www.lavoce.info)

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    Il 9 luglio è morto Sergio Steve, all’età di novantuno anni. Sino alla fine è stato dotato di lucidità e memoria critica, come dimostra il "colloquio autobiografico" appena pubblicato su Economia Pubblica. Esso contiene la descrizione di un lungo percorso intellettuale dalla fine degli anni trenta del secolo scorso ai giorni nostri, e dà conto della varietà e ricchezza di interessi, al di là del campo delle scienze economiche e sociali, di Sergio Steve e di alcuni altri intellettuali e artisti della sua generazione.

    Passione civile, chiarezza e rigore

    Tra gli economisti e gli scienziati delle finanze di professione, Steve ebbe rapporti di stretta amicizia, collaborazione e reciproca stima con, fra gli altri, Bresciani Turroni, Buchanan, De Maria, Kaldor, Kalecki, Myrdal, Sraffa, Sylos Labini e Vanoni. In particolare, condivise passione civile e impegno accademico con Federico Caffè e Giorgio Fuà.
    La passione civile ebbe modo di manifestarla in numerose occasioni, a cominciare dal clima naturalmente esaltante dell’immediato dopoguerra, Come segretario della Commissione per la ricostruzione finanziaria, collaborò all’emissione del prestito Soleri (che secondo Paolo Baffi si sarebbe dovuto chiamare prestito Steve), e che contribuì decisamente al funzionamento del governo e dell’economia nazionale. Ancora più importante fu il ruolo svolto come segretario della sottocommissione finanza della Commissione per la Costituente. Basta leggere i rapporti sul debito pubblico o la finanza locale, dei quali fu estensore Steve, per rendersi conto di alcune qualità che caratterizzano tutta la sua opera: la chiarezza e il rigore dell’esposizione; il richiamo dei punti essenziali, anche contrastanti, delle diverse posizioni, e dei loro argomenti; l’illustrazione critica dei vari strumenti di analisi e di intervento disponibili. La rilettura del rapporto sulla finanza locale, dove i problemi dei rapporti finanziari intergovernativi sono esaminati tenendo conto non solo della distribuzione di funzioni e risorse tra i vari enti ma anche della profondità degli squilibri territoriali e dei comportamenti di amministratori locali e centrali, potrebbe risultare molto utile oggi che "in questo povero paese tutti sono federalisti, senza sapere quello che si fanno né quello che si dicono".
    Altrettanto importante, anche se in forme e intensità diverse, fu la partecipazione di Steve al dibattito sul Piano del lavoro e alla Conferenza di Mosca del 1952, alla formulazione del Piano Vanoni e all’impostazione e redazione della Nota Aggiuntiva del 1962. La fiducia di Steve nell’ingegneria economica e sociale era ancora alta, ma l’esperienza e le reazioni della politica cominciarono a minarla. Un atteggiamento più fortemente critico caratterizzò la successiva partecipazione di Steve ai lavori delle Commissioni per la riforma tributaria e per la sua attuazione, così come l’"esperienza impegnativa", nel 1987-88, quale presidente per la Commissione per la verifica dell’efficienza e della produttività della spesa pubblica. La relazione conclusiva di quest’ultima Commissione elenca i problemi che andrebbero affrontati per accrescere la trasparenza dei conti pubblici, per rendere le previsioni di bilancio meno azzardate, meno precaria la controllabilità dei flussi finanziari e meno urgente l’esigenza di periodiche due diligence sui conti pubblici.

    Attenzione ai fatti ed evitare complicazioni inutili

    Si andava così approfondendo l’approccio metodologico che Steve aveva seguito, in misura diversa, nel corso della sua attività di ricerca, testimoniata dalle sue Lezioni di scienza delle finanze e dalla raccolta di Scritti scelti pubblicata dal Ciriec nel 1997. Quell’approccio si rifaceva, nel solco della tradizione italiana degli studi di finanza pubblica, all’intreccio, proprio delle scienze sociali, tra fatti, idee e valori, sottolineando i reciproci nessi e condizionamenti tra le vicende storiche, l’analisi teorica e le scelte politiche. Ciò comportava una visione dinamica e non statica dell’analisi economica, e un’attenzione continua, se pur critica, ai mutamenti profondi della realtà, all’evoluzione delle idee e degli strumenti di analisi, agli atteggiamenti psicologici e concreti degli individui. Solo così riteneva ci si potesse liberare o difendere dai vecchi miti che circondano le nostre discipline, e non per sostituirli con altri miti, come purtroppo spesso è accaduto. Questa sua posizione ha portato talvolta a equivoci e incomprensioni, nonostante Steve avesse più volte documentato come la tradizione italiana di Scienza delle finanze, da Ferrara a Barone, Pantaleoni, De Viti, Einaudi e Griziotti, pur sottolineando "i vincoli pesanti che l’attività finanziaria dello Stato incontra nella realtà politica", era "consapevole dei limiti del mercato" e senza "alcuna propensione per lo stato minimo". E di ciò si era più volte occupato affrontando temi ancor oggi attuali quali il ruolo dell’imposta personale progressiva, o la regolamentazione dei mercati soprattutto per i servizi di interesse economico generale.
    Oltre che nel campo dell’impegno civile e della ricerca, il rigore e la passione intellettuale di Steve si sono esercitati lungamente nell’insegnamento universitario. Era convinto che l’università si giustifica solo se è "un luogo dove si insegnano i metodi avanzati di lavoro intellettuale" a studenti capaci e motivati. Mentre "fare le scuole professionali in un’istituzione così costosa come l’università è assurdo", soprattutto se aperte a studenti incapaci o non motivati. Argomentava che il suo modello di università, che si rifaceva a quello inglese e a quello prefigurato dalla riforma Gentile, non avrebbe accresciuto le disuguaglianze ma le avrebbe ridotte, o, almeno le avrebbe rese meno immotivate ed ereditarie di quelle a cui dà luogo l’attuale sistema. Era deluso dell’apparente apprezzamento delle sue proposte, cui seguivano comportamenti incoerenti da parte dei politici e dei colleghi. Era orgoglioso, oltre che del successo dei suoi numerosi allievi, di aver costituito la seconda più importante biblioteca di Scienza delle finanze in Italia (e forse in Europa), e dell’opera compiuta con Federico Caffè per la liberalizzazione dei piani di studio. Infine, era molto orgoglioso di essere rimasto fedele a due regole in tutta la sua vita di lavoro: "essere attento ai fatti ed evitare complicazioni inutili". Che è qualcosa di cui, mi pare, possono andare orgogliosi anche i collaboratori de La Voce

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