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  • 20/05/2008 Bertold Brecht oggi. Per i rifiuti di Napoli è pronto il metodo camorra (http://www.canisciolti.info)

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    dal sito di Diego Cugia

    Ricevo e pubblico dal comitatopermanenteondinapeteani@yahoo.it il seguente testo:

    Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
    Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
    Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
    Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
    Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

    Bertolt Brecht

    Provate ad immaginare.
    Una persona del vostro quartiere è sorpresa dentro un appartamento: forse voleva rubare, forse voleva portar via una neonata. Viene arrestata.

    Provate ad immaginare.
    Il giorno dopo e poi quelli successivi, ragazzi in motorino lanciano una molotov contro la casa di un vostro vicino. L’incendio brucia in parte l’appartamento ma, per fortuna, l’uomo, la donna e i due bambini che ci vivono se la cavano. Spaventati, ma incolumi. Poi è la volta di un intero quartiere: arrivano a centinaia con i bastoni e le bottiglie incendiarie. La gente scappa si rifugia da parenti.

    Provate ad immaginare.
    Un bambino che vive ad un paio di isolati da casa vostra viene circondato da gente ostile che, sapendo che è del vostro paese, lo insulta, lo schiaffeggia, lo spinge a forza dentro una fontana. Il bambino è piccolo, forse piange, forse stringe i denti perché la violenza degli altri è un pane duro che ha imparato a masticare sin da quando è nato.

    Provate ad immaginare.
    La furia non si placa: anche i quartieri vicini sono sotto assedio. Raccolte in fretta poche povere cose intere famiglie si allontanano. La polizia non ferma nessuno degli incendiari ma "scorta" voi e i vostri compaesani. Andate via. Non sapete dove. Lontano dalle molotov, lontano dalla rabbia, lontano dalla ferocia di quelli che sino al giorno prima vivevano a poche centinaia di metri da voi. Andate in cerca di un buco nascosto dove, forse, potrete resistere per un po’. Fino alla prossima molotov.

    Provate ad immaginare.
    Vostri compaesani e parenti che vivono lontano, in altre città, vengono assaliti, le loro case bruciate. Anche loro sono in strada.

    Provate ad immaginare.
    Il governo del vostro paese vara misure straordinarie per far fronte all’emergenza. Leggi per fermare la violenza e l’illegalità. Leggi contro di voi ed i vostri parenti, contro i vostri vicini di casa, contro quelli del vostro quartiere e contro tutti quelli del vostro stesso paese.

    Provate ad immaginare di essere in Italia, in questo maggio del 2008.
    Non vi pare possibile? Eppure è cronaca di tutti i giorni. La cronaca di un pogrom.

    Un pogrom che sta incendiando l’Italia. Brucia le baracche dei rom e corrode la coscienza civile di tanti di noi. Qualcuno agisce, i più plaudono silenti e rancorosi, convinti che da oggi saranno più sicuri. Al riparo dalla povertà degli ultimi, di quelli che non si lavano perché non hanno acqua neppure per bere, di quelli che di rado lavorano, perché nessuno li vuole, di quelli che vanno a scuola pochi mesi, tra uno sgombero di polizia ed un rogo razzista.

    Forse pensate che questo non vi riguarda. Forse pensate che questo a voi non capiterà mai. Siete cittadini d’Europa, voi. Siete gente che lavora, che paga il mutuo, che manda i figli a scuola. Forse avete ragione. Forse no. Nella roulette russa della guerra sociale c’è chi affonda e chi resta a galla. Il lavoro non c’è, e se c’è è precario, pericoloso, malpagato. Il mutuo vi strangola, non ce la fate ad arrivare alla fine del mese, a pagare tutte le spese, ma forse, tirando a campare, con la paura che vi stringe la gola, ce la farete. Gli altri, quelli che restano fuori, che crepino pure. Nemici, anche i bambini. O li caccia il governo o ci penserete voi stessi, di notte con i bastoni e le molotov. A fare pulizia. Etnica. Intanto, giorno dopo giorno, i nemici, quelli veri, vi portano via la vita, rendono nero il vostro futuro. Il nemico marcia sempre alla nostra testa: è il padrone che sfrutta, è il politico che pretende di decidere per noi, che vuole che i penultimi combattano gli ultimi, perché la guerra tra poveri cancella la guerra sociale.

    Provate ad immaginare che un giorno il padrone vi licenzi, che la banca si prenda la casa, che la strada inghiotta voi e i vostri figli.

    Sarà il vostro turno. Ma allora non ci sarà più nessuno capace di indignazione, capace di rivolta.

    Provate ad immaginare un futuro come questo presente, da incubo. Un’offensiva razzista senza precedenti che trova pericolosi consensi anche in quegli strati popolari che avrebbero mille motivi per rivoltarsi contro ben altri soggetti e, cioè, contro i poteri forti e i suoi costanti soprusi sulle classi subalterne.

    Morti sul lavoro, salari da fame, precarietà diffusa e disoccupazione, problema casa, distruzione dei servizi sociali, problematiche sociali diffuse il cui responsabile ha un nome e cognome ben chiaro: il sistema capitalista, che continua a produrre super-profitti da una parte, guerre, sfruttamento e miseria dall’altra.

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: strada libera per la crescita di un nuovo fascismo, istituzionale, squadrista e addirittura popolare.

    Provate ad immaginare.
    Un giorno qualcuno potrebbe chiedervi "dove eravate mentre bruciavano le case, deportavano la gente, ammazzavano i bambini?" Non dite che non sapevate, non dite che non avevate capito, non dite che voi non c’entrate.

    Chi non ferma la barbarie ne è complice.


    Nota:

    Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, deportata ad Auschwitz con il numero 81672.
    Nata a Trieste il 26 aprile 1925, deceduta a Trieste il 3 gennaio 2003, ostetrica, libraia, sindacalista, dirigente dell’ANPI, dell’ANED ( Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti) e delle donne democratiche. All’indomani della scomparsa di Ondina Peteani, il figlio Gianni ha costituito un Comitato, da lui stesso presieduto, per onorarla come “prima staffetta partigiana d’Italia”.
     

    18/05/2008 La zattera della medusa (Barbara Spinelli - da La Stampa, 18 maggio 2008, http://www.canisciolti.info)

    Si è parlato molto, negli ultimi anni, della casta politica e delle sue cecità, dei suoi privilegi. Si è parlato della distanza che la separa dal cittadino, dal suo quotidiano tribolare. Si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie. Compito di chiamare i poteri a render conto, tra un voto e l’altro. Compito d’abituare l’opinione pubblica non a inferocirsi, ma a capire le complicazioni, a esplorarne le radici, a scommettere con razionalità su rimedi non subito spettacolari. Compito di formare quest’opinione, cosa che spetta all’informazione in quanto «mezzo che mette il cittadino a contatto con l’ambiente che sta al di fuori del suo campo visuale»: lo scriveva Walter Lippmann nei primi Anni 20, e la missione è sempre quella. La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le inquietudini, gli interessi prioritari. Che è vicina più ai potenti o alle lobby che ai lettori. Che alimenta il clima singolare che regna oggi nelle democrazie: come se vivessero un permanente stato di necessità - di guerra - dove per conformismo si sospendono autonomie, libertà di dire.

    La grande stampa Usa si è fatta dettare l’agenda da Bush, per anni. La stampa francese per anni s’è dedicata ai temi prediletti da Sarkozy. Quel che ci rende originali non è dunque la malattia. È il fallire del sistema immunitario, che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule.

    Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco: lo straordinario conformismo che disvelò Jean-François Revel (Pour l’Italie, 1958) non è scemato. In Italia c’è poca auto-stima ma anche poca analisi di sé. Un romanzo spietato come Madame Bovary è da noi impensabile. Quanto all’informazione, nulla che somigli alle autocritiche dei giornalisti Usa sull’Iraq, emerse quando Katrina travolse New Orleans.

    L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: nel Palazzo «un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza (...) un’aria di intesa e di pace». Fuori, intanto: una guerra tra poveri, e pogrom moltiplicati contro rom e diversi (la Repubblica, 16-5). Il guaio è che anche la stampa è Palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata.

    L’enorme polemica suscitata da alcune affermazioni televisive del giornalista Marco Travaglio è sintomo di questa malattia, assieme alla violenza, impressionante, con cui alcuni si scagliano contro di lui (in primis un grande professionista d’inchieste giudiziarie come Giuseppe D’Avanzo). Il Paese traversa tifoni, e i giornalisti trovano il tempo di scannarsi a vicenda come fossero nell’ottocentesca Zattera della Medusa. Chi ha visto il quadro di Géricault, al Louvre, ricorderà la cupa zattera, dove pochi naufraghi pensarono di salvarsi a spese di altri. Su simile zattera sono oggi i giornalisti, mangiandosi vivi. L’istinto della muta è forte in tempi di necessità, di Ultimi Giorni dell’Umanità.

    Ignoranza e mancanza di memoria sono tra i mali che impediscono di smettere il cannibalismo tra giornalisti e di suscitare un’opinione pubblica informata. Si ignora quel che succede nel Paese, e da quanto tempo. Il pogrom di Ponticelli non è un evento nuovo. Violenze di mute cittadine contro il capro espiatorio già sono avvenute il 2 novembre 2007, quando squadracce picchiarono i romeni dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani. Già il 21-22 dicembre 2006 presidi cittadini incendiarono un campo nomadi a Opera presso Milano, approvati da un consigliere comunale leghista, Ettore Fusco, ora sindaco. E non erano violenze nate da niente, avevano anch’esse album di famiglia che chi ha memoria conosce: la tortura di manifestanti no-global a Genova nel 2001; gli sgomberi dei campi Rom attuati brutalmente dal Comune di Milano nel giugno 2005; le parole del presidente del Senato Pera contro i meticci nell’agosto 2005; le complicità del governo Berlusconi nel rapimento di Abu Omar e nella sua consegna ai torturatori egiziani.

    Erano pogrom anche quelli del 2006-2007, e gli oppositori di allora non sapevano che a forza di aizzarli avrebbero suscitato i mostri che adesso, grazie all’allarme europeo, devono condannare. La perdita di memoria è stupefacente, ramificandosi s’espande. D’un tratto Berlusconi è «un’altra persona», al pari di suoi amici come Dell’Utri, Schifani. Non hanno dovuto fare ammenda: sono altre persone perché il conformismo fa letteralmente magie. Non si ricorda quel che è stato Berlusconi ancora ieri: come quotidianamente ha delegittimato Prodi, trascinando dietro di sé l’informazione. Di conflitto d’interesse non si parla più. Non si ricordano i trascorsi dei suoi uomini. I rapporti con la mafia o il vivere vicino a essa sono pur sempre una loro macchia. Travaglio ha avuto il cattivo gusto di non uniformarsi, di dirlo a Fabio Fazio su Rai3. Sta pagando per questo.

    Fa parte del conformismo giornalistico il fascino per il potere (il vizio infantile descritto nel libro di Scalfari: non solo i buoni vincono ma chi vince è buono). E anche se il fascino esiste altrove, in Italia è diverso: proprio perché lo Stato è debole, la massima irriverenza verso le cariche repubblicane si mescola non di rado a riverenze esagerate (verso il presidente del Senato, anche verso il Capo dello Stato). L’usanza non esiste in regimi presidenziali come America e Francia.

    Travaglio è un professionista che ha molto investigato, ma ve ne sono altri: Abbate che ha indagato su mafia e politica, o Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Elio Veltri, Carlo Bonini, Francesco La Licata. Anche D’Avanzo è fra essi, e per il lettore non è chiaro perché si sia tanto accanito contro Travaglio, il cui carattere non è più spigoloso di altri astri giornalistici. Travaglio si è chiesto come mai un politico dal passato non specchiato sia presidente del Senato. Non è illegittimo. Ha violato il sacro della carica, ma la prossimità di Schifani alla mafia è già stata descritta da Lirio Abbate e Peter Gomez ne I Complici - in libreria dal marzo 2007 - senza che mai sia stata sporta querela. Berlusconi s’avvia a esser osannato allo stesso modo, metamorfizzandosi in tabù. L’antiberlusconismo non è più una normale presa di posizione politica; sta divenendo un insulto che disonora oppositori e giornalisti. Qui è l’altra originalità italiana. Nessuno si sognerebbe in America di accusare il New York Times o i democratici di anti-bushismo, nessuno in Francia denuncerebbe l’anti-sarkozismo di Libération o dei socialisti. Da noi lo spirito dell’orda è tale che ieri era indecente difendere Prodi, oggi è indecente attaccare Berlusconi.

    Le precipitose scuse di Fabio Fazio non erano necessarie. Più appropriato è quello che ha detto dopo, su La Stampa del 13 maggio: «L’idea che si immagini sempre il complotto, la trama, fa pensare che non possa esistere la normalità; è come se non si riuscisse a concepire che in Italia c’è chi lavora autonomamente. Noi giornalisti non siamo dipendenti della politica. Semmai questo è un atteggiamento proprietario che ha la politica nei confronti dei cittadini». Che cos’è la normalità, per il giornalista? È non farsi intimidire, non lasciarsi manipolare dalla violenza con cui il presidente della Camera Fini giustifica, in aula, gli attacchi a Di Pietro («dipende da quel che dici»). È lavorare solo per i lettori: via maestra per fabbricarsi gli anticorpi che mancano.

    Barbara Spinelli - da La Stampa, 18 maggio 2008

    19/05/2008 Psicoanalisi del tifo calcistico (Paolo De Gregorio, http://www.canisciolti.info)

    La cultura di massa del nostro tempo, quella reale di chi non legge né giornali né libri (2 italiani su 3), è il risultato dello sversamento nei cervelli di valori non teorici, ma assorbiti dalla realtà, attraverso lo sport, la musica, la moda, la TELEVISIONE, fenomeni che vengono gestiti da cervelli raffinatissimi e sostenuti da imperi finanziari che hanno degli scopi precisi, teorizzati e applicati dalla ideologia piduista.

    L’obiettivo strategico è quello di perpetuare l’individualismo, la competizione, la voglia di vincere sugli altri, di dimostrare che con la ricchezza si compra tutto (dalle donne alla politica), e quindi spingere le persone a qualsiasi nefandezza pur di arricchirsi, ad esibire simboli modaioli dell’apparire, ad “avere per essere”, insomma fabbricare persone idonee all’accettazione totale della società capitalista e consumista.
    Per quanto riguarda le grandi masse, quelle che ti fanno vincere le elezioni, questo “pensiero unico”, così fortemente programmato e gestito, ha trionfato, anche perché non contrastato da un altro sistema di valori, e forse incontrastabile per la potenza di fuoco del grande capitale contro il nulla.

    Se oggi ci limitiamo a qualche riflessione sul calcio nella giornata che ha visto l’Inter campione d’Italia, possiamo vedere come dei sentimenti come l’esigenza di appartenenza ad un gruppo, l’illusione di vincere qualcosa, di sentirsi forti e protagonisti, siano usati e strumentalizzati per integrare le persone nel pensiero unico capitalista.

    Facciamo degli esempi:
    -i presidenti delle squadre di calcio non sono eletti da nessuno. E’ è il denaro che posseggono che gli dà quel ruolo, sono dei monarchi che decidono tutto, e sono benvoluti e applauditi dai sudditi tifosi in modo direttamente proporzionale alla loro capacità di spesa e di portare i migliori giocatori del mondo a militare nella propria squadra. La squadra risulta, nel caso dell’Inter, essere composta da mercenari miliardari, di cui uno solo italiano (Materazzi), non ha nulla a che fare con i colori sociali e lo Sport, poiché è a tutti gli effetti una Società per azioni. I giocatori vanno e vengono come pacchi postali, la società stessa può essere venduta in qualunque momento ad un capitalista russo o americano, come avviene in Inghilterra e forse avverrà per la Roma in Italia.
    La prima lezione del pensiero unico è dunque la venerazione per il capo e il capitale, valori che poi sono assai utili in fabbrica e nel lavoro subordinato, concetti che nessuna teoria scritta avrebbe potuto mai far passare.

    -“panem et circenses”: già gli antichi romani avevano compreso il ruolo sociale di alimentare i peggiori sentimenti attraverso i giochi, eventi in cui si dava sfogo a frustrazioni e violenza che venivano indirizzate verso i duellanti e non verso il potere costituito.
    Anche oggi nel calcio, quelle menti raffinate di cui parlo, non fermano la violenza che negli stadi si esprime, per il semplice motivo che è il “pathos” della guerra che aggancia i più, dove il nemico è l’avversario, e la divisione tra tifoserie e città alimenta nel profondo la cultura che la vita è una guerra di tutti contro tutti e riconoscersi come classe sociale o popolo diventa una chimera. Altra acqua al mulino di chi fabbrica il pensiero unico del dominio capitalista.
    Berlusconi, che insieme a Licio Gelli, è il principale regista e attuatore della strategia della destra attraverso il potere dei media, ha anche egli utilizzato il fatto di essere il presidente, padrone, mecenate del Milan, per accreditarsi come personaggio di successo, vincente, per arrivare al potere politico, stravolgendo la democrazia umiliata dal potere del denaro e dalla visibilità luccicante di chi controlla i media con cui, in 20 anni, ha indottrinato quelli che una volta erano classe operaia e popolo.
    Chiunque voglia cambiare qualcosa in Italia non può prescindere dal fatto che chi controlla TV, calcio, musica, moda, controlla i cervelli e i sentimenti, determina la cultura dominante e se questo potere dittatoriale non viene indebolito la destra sarà in eterno al potere.

    Per rimanere nel campo calcistico, immaginiamo quale cultura alternativa potrebbe nascere se, per legge, il calcio avesse le seguenti regole:
    -le società sportive sono enti senza fine di lucro e regolamentate solo dal diritto sportivo
    -i calciatori nel campionato italiano possono essere solo italiani
    -i calciatori non possono essere comprati né venduti come al mercato, devono essere allevati nei vivai delle squadre e restare nella società di appartenenza
    -i presidenti delle società sono eletti democraticamente dagli iscritti e dagli abbonati e non possono rimanere in carica per più di due mandati
    -le trasferte dei tifosi al seguito della squadra sono vietate
    -il servizio d’ordine intorno allo stadio deve essere garantito non dalla polizia, ma da un servizio d’ordine di iscritti scelti tra i più responsabili e capaci
    -la retribuzione dei calciatori deve essere stabilita all’interno di un bilancio in pareggio tra costi e ricavi.
    Questo calcio sarebbe una palestra di democrazia e partecipazione.
    Quello di oggi è un immondo mercato per tifosi sudditi e monarchi despoti.

    Paolo De Gregorio, 19 maggio 2008

    17/05/2008 Il Riformatorio (Marco Travaglio - Ora d'aria, da L'Unità, 17 maggio 2008)

    Messaggio ai lettori e agli amici dopo una settimana difficile
    Cari amici del blog, ma anche di Repubblica, dell'Unità, di Micromega, di Annozero, una sola parola: GRAZIE. E' stata una settimana difficile, ma ora va un po' meglio e sto leggendo, a rate, la fiumana di commenti e di messaggi di solidarietà che mi sono piovuti da ogni dove. Sono commosso. Credo che, come molti colleghi, se non avessi l'affetto dei lettori sarei già stato schiacciato. Siete la mia scorta, la mia assicurazione sulla vita. Grazie ancora. Continuate a partecipare attivamente e criticamente. E quando avete qualcosa da obiettare, fatelo sempre. Un abbraccio a tutti.
    Marco

    Da qualche giorno, avendo osato raccontare le amicizie mafiose del presidente del Senato, ricevo lezioni di giornalismo anche dal primo che passa per la strada. La cattedra più copiosa di utili suggerimenti è Il Riformista (mi è toccato pure comprarlo, raddoppiandogli le vendite). Quattro giorni fa titolava: “Sconfiggere Furio Colombo e Travaglio”. Ecco, di sconfiggere Berlusconi non se ne parla più, anzi ci si arrende. Si dialoga, con gran trasporto e voluttà. Vedi mai che, dal banchetto del ricco epulone, cada qualche briciola. Tra Mondadori ed Einaudi, Mediaset e Rai, Mediolanum e Milanello, Medusa ed Endemol, per non parlare delle scuderie dell’eroe Mangano, c’è sempre qualcosa da mangiare.

    Tre giorni fa, sotto una mega-inchiesta sulla bolletta elettrica di Grillo, altro titolo: “Travaglio e Fazio non è giornalismo”. Parola di uno che, a legislature alterne, fa il giornalista e il parlamentare, ovviamente senza lettori né elettori. Coerente. L’altroieri, non bastando i Pulitzer di redazione, Polito El Drito ha reclutato alcuni maestri di giornalismo presi da fuori. Tipo Minoli, quello che faceva gli spot elettorali per Craxi col garofano all’occhiello. Se esistesse un Ordine dei giornalisti e non questa patetica parodia, l’avrebbe cacciato a pedate (invece hanno radiato Giampiero Mughini per uno spot scherzoso sui telefonini: sponsorizzare ricariche è più grave che sponsorizzare politici). Ora questo maestro d’indipendenza, autore di un recente dvd sull’Opus Dei cui è affiliato suo suocero Ettore Bernabei, mi rammenta “il motto: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso”. Cioè: se so che un politico ha amici mafiosi, devo starmi zitto perchè qualcuno potrebbe inventarsi che ho anch’io amici mafiosi e magari infilarmi pure una bustina di cocaina nella macchina. Dice poi il Woodward di RaiEducational che “intenzionalmente” confondo “la notizia con il commento”. Lui invece confonde direttamente le notizie con le bufale (vedi scoop barzelletta sui brogli al referendum monarchia-repubblica). Monta in cattedra pure l’Annunziata: tra un contratto con l’Aspen e uno con l’Eni, invoca una “grande riflessione sull’etica della professione in generale”. Se evitasse di intervistare Tremonti (vedi sempre alla voce Aspen) ogni tre per due, si rifletterebbe meglio. Poi c’è Alfredo Reichlin, che, non si sa bene a che titolo (è un politico), mi accusa addirittura di “impedire alla sinistra di individuare e affrontare i problemi veri”. Voglio rassicurarlo: a non individuare e affrontare i problemi veri, la sinistra ci riesce benissimo da sola, senza il mio aiuto.

    Ma riecco ieri El Drito con un altro editoriale che fa molto discutere (l’ha ripreso fra l’altro l’Eco del Chisone): implora Veltroni di “scrollarsi finalmente di dosso la banda dei quattro, Di Pietro, Grillo, Travaglio e Santoro, invece di tenerli ambiguamente in caldo per tempi peggiori”. Non so gli altri tre, ma io sono curiosissimo: quando mai sono stato in braccio a Veltroni, che non ho mai avuto il piacere di conoscere; in che senso Uòlter dovrebbe scrollarmisi di dosso; devo preoccuparmi nell’apprendere che mi tiene “in caldo”, per giunta “per tempi peggiori”? Seguono i consigli del collega Piroso, direttore del TgLa7, che mi suggerisce anche il mio prossimo scoop. Ha scoperto che l’ex pm è indagato su denuncia di un ex Idv perché affittava due suoi appartamenti al suo partito e vuole che me ne occupi perché la notizia, a suo dire, è oscurata dal regime dipietrista. Spiace deluderlo: ma negli ultimi tre anni la faccenda è finita in copertina una dozzina di volte sugli house organ di Berlusconi, ne ho scritto più modestamente io sull’Unità e se n’è occupato soprattutto il Tribunale di Roma: tutto archiviato, nada de nada. E comunque, avendo Piroso a disposizione un tg e un talk show, potrebbe tornare lui sul tema, magari allargandolo agli immobili passati dalla Telecom di Tronchetti Provera alla Pirelli Re di Tronchetti Provera, almeno ora che Tronchetti Provera non è più il suo editore. In fondo è un giornalista anche lui: o devo fare tutto io?

    L’ultima lezione di giornata viene da Giuseppe D’Avanzo. Tre giorni fa scrive che “il legale di Aiello dice di aver saputo dal suo assistito che Aiello ha pagato l’albergo a Marco”. Cioè a me. Ieri il legale di Aiello gli scrive di non avergli mai parlato. D’Avanzo risponde: “Il ricordo di Aiello è stato raccolto da fonti vicine all’inchiesta”. Wow! Fonti vicine all’inchiesta. Magari le fonti del Clitumno. O forse le fonti Fiuggi. Anzi, fuggi-fuggi.

    Marco Travaglio - Ora d'aria, da L'Unità, 17 maggio 2008

    18/05/2008 Per i rifiuti di Napoli è pronto il metodo camorra (Marco Cedolin - marcocedolin.blogspot.com - ilcorrosivo.blogspot.com, http://www.canisciolti.info)

    Che in tema di rifiuti la classe dirigente italiana ignori perfino le nozioni più elementari è ormai cosa consaputa, per prenderne coscienza basta osservare i politici nostrani che ogni qualvolta sono costretti ad argomentare sulla questione iniziano a farfugliare cose senza senso con sul viso dipinta un’espressione beota, sulla falsariga dell’ormai “mitica” apparizione a Matrix dell’ex ministro Gasparri.

    Ne consegue che in merito alla disastrosa situazione dei rifiuti napoletani, da essi stessi creata, non sappiano davvero che pesci pigliare e Silvio Berlusconi annaspi affannosamente come prima di lui aveva fatto romano Prodi, con l’unica differenza che i mesi continuano a passare ed il nuovo governo sembra stia iniziando a perdere ogni coordinata, fino al punto da confondere la creazione di una corretta gestione della spazzatura (come avviene in tutto il mondo) con la preparazione di una missione di guerra in Afghanistan o in Iraq, magari condita da risvolti spionistici che ricordano gli anni della guerra fredda.

    Il supercommissario Gianni De Gennaro si è ormai sgonfiato come un vecchio canotto, dopo avere preso coscienza del fatto che avvelenare la gente ormai consapevole degli effetti del veleno è pratica molto più difficile e sottile di quanto non lo sia farla manganellare a sua insaputa mentre sta manifestando e sembra ormai prossima la sua destituzione. Ritornerà probabilmente in sella l’immarcescibile Guido Bertolaso, che in tema di rifiuti non ha mai risolto nulla, però vanta ormai grande esperienza nella difesa dei profitti di quei “poteri forti” che nei rifiuti sguazzano a meraviglia, quasi si trattasse delle piscine adagiate nei giardini delle loro ville che proprio i rifiuti hanno contribuito a costruire. Nel nuovo “piano” di Berlusconi, che ancora non ha compreso se il nemico da combattere sia costituito dai rifiuti o dai napoletani, sembra sarà contemplato l’uso dell’esercito che dovrebbe secondo le parole del Corriere Della Sera “gestire problemi di ordine pubblico, prevenire situazioni critiche come quelle che si stanno nuovamente acuendo, ma soprattutto partecipare direttamente al trasferimento dell'immondizia nelle discariche, bypassando posti di blocco e proteggendo uno dei profili nuovi delle possibili misure”.

    Proprio codesto “profilo” sembra sarà uno degli assi nella manica sfoderati dal Cavaliere che avrebbe intenzione di secretare la scelta, la destinazione e le procedure di gestione dei nuovi siti adibiti a discarica dei rifiuti. L’idea potrebbe anche funzionare ma bisognerebbe spiegargli che non è sua né tanto meno originale, dal momento che si tratta della pratica che la camorra sta portando avanti da decenni senza neppure avere bisogno dell’aiuto dell’esercito.

    Sempre nel solco della stessa filosofia “camorrista” il Silvio nazionale sembra abbia anche intenzione di eliminare per mezzo di un decreto legge le procedure burocratiche per la progettazione e la costruzione di nuovi inceneritori che il Corriere, dando ennesimo sfoggio dell’incompetenza dei pennivendoli che concorrono alla sua stesura, si ostina a definire “termovalorizzatori” facendo ricorso ad un termine inesistente sia nel lemmario italiano che in quello scientifico. Idea questa forse un poco più originale, ma assai pericolosa, perché quelle che vengono liquidate superficialmente come “procedure burocratiche” sono in larga parte norme costruite per salvaguardare la salute dei cittadini e l’integrità dell’ambiente e farne carta straccia con l’ausilio di un decreto è un modo di agire molto simile a quello della camorra che ha sempre operato in spregio di quelle stesse norme come ora il governo intende fare “legalmente”.

    Nei giorni scorsi Berlusconi aveva definito il problema dei rifiuti di Napoli molto più difficile da risolvere rispetto a quello di Alitalia e di questo non c’è da stupirsi dal momento che la classe politica con le speculazioni di borsa e gli intrighi societari ha grande dimestichezza, mentre sembra non avere la benché minima idea di come andrebbero smaltiti correttamente i rifiuti.

    Anziché mobilitare l’esercito non sarebbe meglio iniziare a costruire la raccolta differenziata e mobilitare un esercito di spazzini, dal momento che oltretutto le scope ed i compattatori sembrano più adatti allo scopo di quanto non lo siano i fucili ed i carri armati che sono in genere destinati ad altri tipi di “pulizie”?

    Anziché costruire discariche segrete come quelle della camorra ed inceneritori illegali legalizzati non sarebbe forse meglio iniziare a praticare il riciclaggio ed il riutilizzo, approfittando dei finanziamenti miliardari che cadranno a pioggia sulla regione per costruire una realtà virtuosa che costituisca un esempio per tutto il resto d’Italia? Basterebbe semplicemente copiare gli esempi che ci vengono dall’estero, da città come San Francisco, Edmonton, Perth, anziché copiare quelli fin troppo italiani che ci vengono dalla camorra.

    Marco Cedolin - marcocedolin.blogspot.com - ilcorrosivo.blogspot.com

    18/05/2008 Berlusconi: Su sicurezza e rifiuti all'opinione pubblica non vanno dati segnali ma decisioni (http://www.canisciolti.info)

    Sicurezza e rifiuti. Il Governo italiano e Silvio Berlusconi in testa si avvicinano al Consiglio dei ministri straordinario di Napoli con la consapevolezza che "all'opinione pubblica non vanno dati segnali ma decisioni". Assumersi la responsabilità di misure 'dure', ha spiegato il premier nei contatti avuti in questi giorni, fa parte del governare, logica conseguenza del 'metterci la faccia'. E in vista del Cdm partenopeo il capo del Governo non ha nascosto i suoi timori. Preoccupazioni che, viene spiegato, "non hanno scalfito la sua volontà di dare risposte concrete" ma che necessariamente dovranno essere commisurate alla situazione attuale. Le due 'spine', assodato che sulla copertuta per il taglio dell'Ici non ci saranno sorprese e per questo il ministro Tremonti sta chiudendo con i 'preventivi', sono proprio rappresentati dai due programmi bandiera che vedranno la luce nel corso della riunione partenopea. Silvio Berlusconi sa che non è la raccolta dei sacchetti il cuore del problema dei rifiuti; semmai è lo smaltimento che va affrontato con soluzioni non estemporanee. In questo senso il lavorìo dei tecnici del ministero dell'Ambiente, di quelli della Salute e della Protezione civile, converge su un punto: vanno individuate aree dove rendere i rifiuti un ricordo per sempre. In questo senso la 'perlustrazione sui territori' è già partita, fuori e dentro il capoluogo partenopeo. La soluzione, ne è convinto il Cavaliere, va trovata con il concorso di tutti, anche con il lavoro comune con quelle amministrazioni tanto deplorate in campagna elettorale (vedi Iervolino e Bassolino) e nonostante qualche preoccupazione per l'atteggiamento di alcune Procure che vietano l'utilizzo di alcune discariche.

    L'altro tema sul quale si è concentrata l'attenzione del presidente del Consiglio è quella del pacchetto sicurezza. Berlusconi, vienespiegato, non ha affatto gradito il fuoco di fila del Governo spagnolo, preoccupato a suo dire "più dal fatto che se noi inaspriamo le nostre leggi i clandestini cercheranno altre coste per l'approdo" puntando, va da sé, a quelle iberiche. Il nodo da sciogliere è, ovviamente, quello legato al reato di clandestinità. Berlusconi non è contrario ma sa che sia il presidente della Repubblica che l'opposizione non nascondono le loro perplessità sull'introduzione di un nuovo reato penale. Dall'altro gli 'eurocritici' a Strasburgo stanno di nuovo affilando le armi (e il prossimo dibattito sulla situazione dei rom sta lì a dimostrarlo). "Io non ho paura delle critiche dell'Europa", ha ripetuto Berlusconi a chi lo ha sentito nel corso del week end. Ma, allo stesso tempo, sa anche che iniziare la legislatura con uno scontro frontale è un lusso che non può permettersi. Per dare un segnale sul fatto "che nessuno ha la ricetta gusta in tasca" e che "senza collaborazione internazionale non si risolvono i problemi", Berlusconi ha teso la mano al colonnello Gheddafi auspicando di poterlo incontrare al più presto.

    Anche in virtù della delicatezza degli equilibri internazionali, Berlusconi vuole approfondire meglio il tema della 'clandestinità' e rendere la decisione del governo inattaccabile sotto tutti i punti di vista. Per questo, per studiare al meglio le conseguenze di un provvedimento siffatto, molto probabilmente il reato di clandestinità finirà nel ddl che, come ha annunciato lo stesso ministro dell'Interno Maroni, vedrà la luce entro luglio.

    19/05/2008 Maroni: Le norme del pacchetto sicurezza entreranno in vigore entro luglio  (http://www.canisciolti.info)

    "Entro luglio le norme del pacchetto sicurezza entreranno in vigore". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Maroni, a "Porta a Porta"."Ho presentato -spiega- un pacchetto con trenta capitoli. Deciderà Berlusconi quali verranno messi in decreto legge e quali in disegni di legge", ma questi ultimi "avranno una corsia preferenziale". Poi Maroni ribadisce: "Io sono favorevole all'introduzione del reato di immigrazione clandestina. Consente il giudizio immediato e l'espulsione dopo la sentenza di condanna".

    19/05/2008 Bambini rom sottratti ai genitori dal Tribunale dei minori e dei quali si sono perse completamente le tracce (http://www.canisciolti.info)

    Bambini rom, alcuni dei quali accusati di accattonaggio, sottratti ai genitori dal Tribunale dei minori e dei quali si sarebbero perse completamente le tracce: da due anni, infatti, padri e madri non saprebbero più nulla della loro sorte. A denunciare l'episodio è stata l'europarlamentare ungherese Rom Viktoria Mohacsi, in Italia per un'indagine per la Ue, durante una conferenza sul tema organizzata dai Radicali. "Ho raccolto personalmente tutti i documenti riguardo a 12 casi di bambini scomparsi a Napoli a seguito di un intervento del tribunale - spiega l'eurodeputata - ma, secondo l'avvocato dell'Opera nomadi, il numero di questi casi sarebbe addirittura di diverse centinaia". Il problema "è che questi bambini sembrano spariti nel nulla, e di loro non c'è più traccia da nessuna parte".

    Durante un giro di alcuni campi nomadi di Roma e Napoli, continua l'europarlamentare rom, "mi è stato raccontato personalmente dai genitori quanto accaduto. Un uomo di 55 anni, risiedente in un campo nomadi napoletano, mi ha detto che 2 anni fa, scendendo dal tram, si è visto sequestrare i bambini che lo accompagnavano da 2 poliziotti". Di questi bambini "si sono perse completamente le tracce ed è allucinante che i genitori siano così disperati, perchè non ne sanno più nulla".

    Mohacsi rivolge un appello alla delegazione radicale nel Parlamento italiano, affinchè "domandi al ministro dell'Interno che fine hanno fatto questi bambini e in quali luoghi vengono tenuti. Se veramente fosse confermato che il tribunale non sa spiegare che fine hanno fatto - dice - le conseguenze sarebbero molto pesanti e credo che l'Unione europea dovrebbe prendere dei provvedimenti in merito".

    http://www.canisciolti.info

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