24/07/2006 Professione: Assistente Domiciliare (Vincenzo Galasso, Maurizio Ambrosini, www.lavoce.info)

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  • Il Governo ha assunto l’iniziativa sul fronte dell’immigrazione, approvando fra l’altro un nuovo contingente di ingressi autorizzati per 350mila richiedenti: gli esclusi dal decreto-quote del mese di marzo, in realtà quasi sempre già presenti e occupati nel nostro paese.
    Subito si è alzato un coro di critiche, di chi teme l’accantonamento di una presunta fermezza nei confronti dell’immigrazione irregolare e l’arrivo di un volume incontrollabile di cosiddetti "clandestini". Molti continuano a preferire un’ipocrisia da "importatori riluttanti" di lavoro immigrato, fatta di fermezza apparente, controlli inadeguati sui luoghi di lavoro, immancabili sanatorie.

    Affanni del welfare e cultura della domiciliarità

    È singolare come, nell’immaginario collettivo, l’immigrato undocumented sia normalmente percepito come maschio, mussulmano, arrivato sulle nostre coste con un barcone, dedito a losche attività.
    Nella realtà, invece, molta parte dell’immigrazione irregolare è femminile, proviene dall’Europa dell’Est o dall’America latina, entra con un permesso turistico, contribuisce con il suo lavoro (non dichiarato) alla soluzione dei problemi di vita quotidiana di molte famiglie italiane, ormai non più necessariamente abbienti. A queste lavoratrici si riferisce la maggior parte dei nuovi ingressi autorizzati: persone che nel mese di marzo si erano sottoposte alla finzione delle chiamate nominative dall’estero, ma erano rimaste escluse, magari per uno scarto di pochi secondi, un inceppamento della timbratrice, un’indecisione dell’impiegato postale.
    Il decreto sui nuovi ingressi sollecita peraltro una riflessione più ampia sul lavoro mal riconosciuto nel settore domestico-assistenziale, la cui importanza nella vita quotidiana delle famiglie italiane è sempre più elevata. Al quasi mezzo milione di lavoratrici del settore, conteggiate dall’Inps, occorre infatti sommare l’esteso sommerso che caratterizza questa nicchia occupazionale. Rilevanti quanto i numeri sono le trasformazioni che hanno investito il lavoro domestico: il profilo professionale per molte collaboratrici familiari si è evoluto, dalla manutenzione della casa all’assistenza domiciliare nei confronti delle persone, specialmente anziane.
    Questa figura professionale pressoché nuova è anzitutto un chiaro segno dell’affanno crescente del nostro sistema di welfare e della sua difficoltà a tener dietro all’evoluzione della società. Alla crescita dei grandi anziani non ha corrisposto un incremento adeguato dei servizi pubblici a essi destinati: tra i primati negativi dell’Italia, in ambito Ocse, rientra anche quello relativo al numero di posti letto in strutture protette per gli anziani e all’impegno di risorse pubbliche nell’assistenza domiciliare. L’Italia ha il più alto tasso nel mondo di persone con oltre 65 anni, che incidono per il 18,1 per cento della popolazione. Per contro, dispone del più basso numero di posti-letto in residenze protette per anziani: venti per ogni mille ultra-sessantacinquenni, quando nessun altro paese industrializzato scende sotto la media dei sessanta posti-letto. Anche nel caso dell’assistenza domiciliare, l’Italia si colloca all’ultimo posto, con appena l’1 per cento degli anziani assistiti a domicilio, mentre la Francia raggiunge il 7 per cento.
    Si vanno prosciugando altresì anche le risorse del cosiddetto welfare invisibile, ossia il lavoro non riconosciuto e non pagato delle donne (mogli, madri, figlie), che all’interno delle famiglie si sono pressoché da sempre fatte carico delle esigenze dei congiunti più fragili.
    Si verifica così un drenaggio di risorse affettive e relazionali da paesi più poveri, per compensare il deficit di questi impalpabili elementi nella nostra organizzazione sociale e familiare. Per questa ragione, il termine "badante" è riduttivo e ingiusto: queste donne sono chiamate ad assicurare servizi che vanno ben oltre il semplice "badare" agli anziani loro affidati. Li assistono, fanno loro compagnia, cercano di tenerli su di morale, forniscono prestazioni delicate e para-infermieristiche. Ricorrere a loro significa aderire a una "cultura della domiciliarità" sempre più diffusa, che respinge l’istituzionalizzazione degli anziani e cerca di mantenerli a casa propria. Si scambia di fatto la qualità dell’assistenza che può essere assicurata da servizi formali con la costruzione dal basso di un welfare domestico, informale, privo di credenziali ma percepito come più flessibile, governabile, "amichevole" nei confronti degli anziani e delle loro famiglie.

    Dalla parte dell’assistente familiare

    Uno degli aspetti impliciti nel rapporto di lavoro dell’assistente domiciliare, come preferiamo chiamarla, è pertanto la tendenza alla familiarizzazione: si chiede di fatto a questa lavoratrice di colmare il vuoto lasciato dai veri familiari, di diventare, come spesso si dice, "una persona di famiglia". In questo modo, il rapporto di lavoro si carica di sottintesi, e anche di ambivalenze. In un certo senso, ritorna a un assetto premoderno, in cui il "padrone" è anche "patrono", si fa carico di molti aspetti della vita personale e familiare della lavoratrice. Nello stesso tempo, in parecchi casi tende a chiedere una dedizione e una disponibilità che eccede i rapporti contrattuali. Ci si attende per esempio la manifestazione di una dolcezza, un’amorevolezza nei confronti dell’anziano da assistere che non necessariamente corrisponde ai suoi sentimenti, e che non si chiederebbe a un’infermiera italiana.
    In secondo luogo, questo settore ha bisogno in permanenza di persone disposte a convivere giorno e notte con i datori di lavoro. Ciò significa preferire persone sole, isolate, senza familiari in Italia; e anche eventualmente prive di permesso di soggiorno. I comportamenti effettivi della domanda di lavoro contrastano con la qualificazione del lavoro di cura a domicilio, e anche con l’obiettivo di favorire l’integrazione sociale delle lavoratrici immigrate.
    Qui può subentrare anche una sorta di abusivismo di necessità: se non è possibile assumerle regolarmente, molti si sentono autorizzati a farle lavorare "in nero" attendendo la prossima sanatoria. Quando questa arriva, molte famiglie (per fortuna) si sentono moralmente obbligate a mettere in regola le assistenti domiciliari, anche se spesso i costi vengono rimbalzati su di loro, e la stessa decisione di regolarizzarle viene percepita e vissuta come una concessione "umanitaria".
    Gli eventi invalidanti, inoltre, sono spesso improvvisi e non seguono il calendario dei decreti ministeriali per le autorizzazioni all’ingresso. Non guardano neppure al censo, e quindi toccano anche famiglie a basso reddito, per le quali stipendio e contributi pieni possono rappresentare un onere insopportabile. Sarebbe necessaria una politica molto più robusta di voucher, finalizzati all’acquisto trasparente di prestazioni assistenziali, oltre all’immediata possibilità di regolarizzare i rapporti di lavoro, per socializzare i costi e far emergere il lavoro nero.
    Va infine ricordato che queste lavoratrici hanno spesso alle spalle famiglie e figli molto giovani. Partono per poterli mantenere e assicurare loro un futuro, ma questa scelta drammatica provoca lacerazioni e ferite emotive profonde. Anche per questa ragione, il lavoro fisso a domicilio dovrebbe rappresentare al più una fase di passaggio, seguita per chi lo desidera dal ricongiungimento familiare e dall’apertura di altre opportunità.
    Nel campo dell’assistenza, la soluzione auspicabile è quella del superamento della privatizzazione del rapporto di lavoro tra famiglie e aiutanti domiciliari, interponendo soggetti organizzativi terzi (enti bilaterali, istituzioni pubbliche, imprese sociali, eccetera), che, assumendo la lavoratrice, la collocherebbero in una posizione più simile a quella di un normale dipendente.
    I relativi costi non potrebbero che essere assorbiti dalla collettività, che non può illudersi di risolvere i problemi dell’assistenza agli anziani con il fai-da-te del welfare informale.

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