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07/02/2011 Le Foibe: ricordare sempre anche le vittime del comunismo (Inneres Auge, http://iofuoridalcoro.blogspot.com)

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Tra le tante tragedia degli ultimi 150 anni d'Italia non si può non ricordare il massacro (che ha riguardato anche croati e sloveni) delle Foibe.

Nel periodo compreso tra l'ottobre del 1943 e il maggio del 1945 oltre 10mila italiani furono sterminati dai partigiani comunisti di Josip Broz (il famoso Maresciallo Tito). Stime precise su quante siano state le persone uccise nelle Foibe non ci sono (questo accomuna tutti i grandi stermini). Nelle Foibe venivano gettati i fascisti, i non comunisti, alcuni socialisti e comunisti in dissenso con il regime Jugoslavo oltre a tanta gente comune che aveva come unica colpa quella di essere di nazionalità italiana. Delle Foibe si parla poco e solo dal 2004 è stata istituita la Giornata del Ricordo (il 10 febbraio). C'è chi ancora nega che le Foibe siano mai esistite ed in passato anche dei politici italiani hanno cercato di nascondere la verità. Palmiro Togliatti, oggi celebrato come un eroe dai sinistroidi, appoggiò la feroce repressione di Stalin in Unione Sovietica e permise ai "Titoini" di occupare i territori giuliani e massacrare tutta quella gente. Le Foibe sono un piccolo ma importante anello della catena di sangue che lega le innumerevoli stragi compiute in nome del comunismo. Una tragedia, una macchia indelebile che non è meno importante dell'Olocausto.


Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell'alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri "facciamo presto, perché si parte subito". Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole "un'altra volta li butteremo di qua, è più comodo", pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott'acqua schiacciandomi con la pressione dell'aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.  (Giovanni Radeticchio, un sopravvissuto)

http://iofuoridalcoro.blogspot.com
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