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  • 10/08/2008 Il teatro della guerra. Ossezia, la Russia pronta ad intervenire. Ossezia, è la guerra annunciata (Carlo Benedetti, http://altrenotizie.org)

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    MOSCA. La pace del Caucaso - dicono cinicamente a Mosca - è quella della guerra. E il riferimento d’obbligo è alla Cecenia che ha visto e vede ancora gli stessi scenari che arrivano oggi dalle due Ossezie divise tra Georgia e Russia. Con i bollettini dal nuovo fronte caucasico che sono impressionanti: cresce la tensione in tutto il teatro ossetino, i georgiani sparano a tappeto e con i loro aerei colpiscono ogni villaggio, Tbilissi attacca i separatisti e attua forme di genocidio e di pulizia etnica, le vittime sarebbero già 1400 mentre il leader georgiano Saakasvili si difende dicendo che il suo paese reagisce alle “provocazioni” del Nord. Da Mosca Medvedev, Putin e il ministro degli Esteri Lavrov giustificano l’invio di caccia e reparti blindati sostenendo che la Russia deve difendere i suoi peacekeeper e i connazionali. Parte intanto una missione congiunta Usa-Ue ma è allarme sul fronte energetico perchè a rischio c’è un milione di barili di greggio. E le fiamme del Caucaso avanzano di minuto in minuto. La televisione russa trasmette senza soste intervistando tutti gli esponenti politici e tutti i dirigenti del Cremlino.

    In Russia molti dicono che sembra di essere tornati ai tempi della seconda guerra mondiale quando la popolazione restava incollata alla radio per sentire i comunicati sull’attività del fronte. Non si è, certo, al panico, ma a Tbilissi il governo ha decretato lo stato d’assedio e la gente fa incetta di pane. Si corre nei rifugi sotterranei e le fonti ufficiali continuano a parlre di una prossima invasione russa. Viene alimentata ad arte la paura di una guerra globale. Ma una cosa è certa: la guerra è qui, ai confini. A ricordarlo ci sono le bare di zinco che arrivano negli aeroporti militari e le centinaia di carri armati che sferragliano per le arterie che vanno verso Zchikvali.

    Stesse visioni al Nord, nella Russia di Vladikavkas. Qui fanno base le truppe corazzate russe pronte sempre a mettere in moto i loro tank per correre in soccorso alle popolazioni dell’Ossezia del Sud che sono - a grande maggioranza - di origine russa o, addirittura, hanno la cittadinanza russa. La situazione è anche aggravata da alcuni “fatti” inevitabili che aumentano di ora in ora. Perchè nelle zone del Nord stanno arrivando i primi convogli di volontari. Sono giovani ed anziani, parenti degli ossetini che giungono da ogni parte del Paese. C’è una sorta di tam-tam che risveglia i sentimenti patriottici ed alimenta il nazionalismo. Si è in presenza di una vera e propria azione partigiana che il Cremlino non riesce più ad arginare. E a muoversi è anche la comunità Cosacca che annunciato che molte centinaia di uomini (“terroristi” secondo Tbilissi) sono già in marcia pronti a proteggere l'autoprocalamatasi repubblica. E tutti sanno che questi leggendari uomini un tempo fedeli alla Russia zarista sono già armati e decisi a tutto. In pratica una sorta di Gurka in versione caucasica...

    In sintesi, questa è la mappa del teatro di guerra.
    GEORGIA. Con i suoi 70.000 chilometri quadrati ed una popolazione complessiva di circa sei milioni di abitanti è la terra che ha dato i natali a Josif Stalin e a tanti altri personaggi della vita sociale di quella che un tempo era l’Unione Sovietica. Tutti ricordano questa terra caucasica come luogo di villeggiatura ideale, ma oggi è una regione devastata da conflitti, guerre e pulizie etniche. Ha sopportato l’arroganza di un poliziotto come Schevardnadze (uno dei distruttori dell’Urss) ed ora - tra spinte nazionaliste e ondate di separatismo - si trova dominata da un reazionario filo-americano di nome Michail Saakasvili. E’ lui che, traghettando il Paese nella Nato e negli Usa di Bush, sviluppa una dura campagna di odio antirusso. Ha già effettuato una svolta economica in direzione dell’Ovest scavalcando il monopolio della Russia per portare il greggio dal Mar Caspio verso i mercati occidentali. Ma proprio mentre si delinea una politica tutta filo-americana, la Georgia vede esplodere nazionalismi e movimenti di secessione. E’ il caso di due regioni, come Abchazia e l'Ossezia del sud, che si sono autoproclamate indipendenti a prezzo di sanguinose guerre interetniche e che godono di un più o meno tacito sostegno di Mosca nella difesa della loro autonomia.

    LE DUE OSSEZIE. Quella del Nord si trova ufficialmente integrata nella Repubblica federativa Russa. La sua capitale è Vladikavkaz. E in questa regione di confine (con la Georgia ossetina) si trovano la maggior parte delle basi militari russe nella regione del Caucaso e il paese - forse anche per questo motivo - è stato suo malgrado coinvolto e vittima del conflitto tra la Russia e la Cecenia, con la tragedia del 2004 dei bambini di Beslan. Gli osseti, intanto, accusano la minoranza musulmana inguscia di alimentare il terrorismo nella regione.

    Il Sud, invece, è territorio georgiano (3900 Km2) con circa 75mila abitanti di cui il 68% osseti, il 25% georgiani e il resto russi. La capitale è Zchikvali (42mila abitanti) che sino al 1961 era chiamata Staliniri in onore, appunto, del conterraneo Stalin. La svolta separatista ufficiale si è avuta nel 2006 quando alle elezioni presidenziali vinse il candidato secessionista Eduard Kokojty (che in un messaggio alla Duma di Mosca chiese l’annessione alla Russia) contro il filo-georgiano Dmitrij Sanakoev.

    GLI UOMINI DEL CONFLITTO. Le più grandi responsabilità di questa guerra ricadono sul dittatore di Tbilissi, Michail Saakasvili. Siamo qui in presenza di un reazionario che si è messo al servizio degli Usa. Un personaggio sempre considerato dall’Occidente come un paladino dei valori democratici. Ma che con i suoi metodi repressivi, ha ampiamente disatteso le promesse di democrazia di cui si era fatto garante. Il suo obiettivo politico è di portare la Georgia nel bacino americano, nella Nato e nel campo di quelle forze che si oppongono alla Russia. Il vero regista dell’intera operazione caucasica è, comunque, il presidente americano Bush. E’ lui che appoggia la Georgia del dittatore Saakasvili.


    Diversa la posizione del presidente dell'Ossezia del Sud, Eduard Kokoity. Un personaggio che si trova a gestire la difficile situazione del suo paese dove la spinta all’autonomia da Tbilissi cresce di giorno in giorno. E che ora è favorita anche dalla pulizia etnica delle truppe di Saakasvili. Kokoity denuncia l'uccisione di "centinaia di civili" nell'operazione militare delle forze georgiane a Tskhinvali. Nel definire l'azione in corso "un genocidio", Kokoity, afferma che "hanno perso la vita centinaia di abitanti pacifici". "Questi ultimi tragici eventi - accusa ancora il presidente - dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud".

    E nel contesto generale del conflitto nord-sud si staglia anche la figura di Putin già coinvolto nella guerra in Cecenia. Il leader russo giunge a Vladikavkas direttamente da Pechino per dire che l’intervento militare della Russia in Ossezia del Sud “dal punto di vista giuridico è del tutto fondato e legittimo, ma è anche necessario” per il ripristino della pace nella regione. Putin, accusa poi le autorità georgiane di “azioni criminali” e annuncia lo stanziamento di 500 milioni di rubli aggiuntivi per aiutare l’Ossezia del Sud, dove è in corso “una catastrofe umanitaria”.

    Intanto a Mosca il difensore dei diritti civili, Vladimir Lukin chiede alla società mondiale che venga formato al più presto un Tribunale chiamato a giudicare i criminali che in Georgia hanno ordinato il genocidio degli ossetini. Ma in attesa del giorno del giudizio Tbilissi continua a sparare, mentre la Russia si vede costretta - dalle dure leggi della diplomazia e della realpolitik - ad assistere a questa tragedia caucasica. Ma è anche vero che la domanda che circola a Mosca è questa: sino a quando?

    09/08/2008 Ossezia, la Russia pronta ad intervenire (Carlo Benedetti, http://altrenotizie.org)

    MOSCA. La capitale dell’Ossezia del Sud - Tskhivali - è in fiamme. Le truppe georgiane comandate dal presidente di Tbilissi Saakasvili attaccano su tutti i fronti. Bruciano gli ospedali, le scuole e i maggiori edifici pubblici. Ma le bombe cadono anche sulle abitazioni. Le vittime, secondo le prime informazioni diffuse a Mosca, sarebbero oltre mille. Si combatte nelle strade delle città e dei villaggi mentre il comando delle forze d’interposizione della Csi (Comunità di Stati indipendenti, l'organismo nato sulle ceneri dell'Urss) - per la stragrande maggioranza russe - viene attaccato dai militari georgiani. L’esercito ossetino non riesce a respingere l’offensiva scatenata da Tbilissi. Colonne di profughi, con auto e camion, cercano di raggiungere il confine russo per trovare rifugio nell’Ossezia del Nord. Il caos regna ovunque e le notizie che giungono dal fronte caucasico sono frammentarie e, spesso, anche contraddittorie. Alcuni fatti vengono strategicamente taciuti. Ma una cosa è certa: è guerra.

    E in Russia iniziano gli arruolamenti volontari per accorrere nell’Ossezia del Nord e raggiungere poi il Sud per combattere contro gli invasori georgiani. Si scatenano odi antichi che diventano fattori di ulteriori tensioni. Il governo dell’Ossezia del Sud, intanto, non cede di un millimetro e ribadisce la sua volontà di staccarsi dalla Georgia e ottenere una completa e reale autonomia. In pratica vuol passare dal processo di autodeterminazione al riconoscimento ufficiale della Repubblica. La situazione (che si caratterizza con un gorgo di conflitti nazionalistici) ricorda a tutti quella della Cecenia. Ma qui c’è già una istituzione autoproclamata che ha tutte le caratteristiche di una nazione autonoma.

    Mosca, per ora, non si pronuncia sulle questioni di natura istituzionale e diplomatica. Punta a difendere l’integrità del suo territorio di confine (quello dell’Ossezia del Nord) e ad impedire che nella zona del sud i georgiani diano il via ad azioni di pulizia etnica. Sono queste le posizioni espresse da Putin (che si trova a Pechino per le olimpiadi e che ha parlato dell’Ossezia con Bush) e da Medvedev che, in diretta tv dal Cremlino, afferma che “la Russia fornirà risposte adeguate alla Georgia” e sottolinea che "non abbandoneremo i nostri concittadini: i colpevoli saranno castigati come meritano".

    E’ chiaro che Mosca (pur tenendosi a volte nel vago se non bell’ambiguità del linguaggio diplomatico) si prepara a passare dalle parole alle armi per difendere la popolazione russa che abita nell’Ossezia. E mentre le unità di crisi della Difesa e degli Esteri sono al lavoro studiando soluzioni per una trattativa globale, l’intera vicenda assume il carattere di una emergenza politica nazionale. Con il presidente della Duma di Stato, Boris Gryzlov, il quale ammonisce che la Russia "non si asterrà dalle misure operative su vasta scala per proteggere i connazionali presenti nella regione".

    A Mosca arrivano anche segnali dagli Usa con la proposta della fine immediata dei combattimenti nell'Ossezia del Sud, invitando all'apertura di negoziati diretti tra i belligeranti. "Noi chiediamo che le violenze cessino immediatamente e che le parti avviino negoziati diretti", dice il portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe, che si trova al seguito del presidente Bush, a Pechino. Ma a Mosca come a Tskhivali si sa bene che il limite di guardia è stato superato, dal momento che il capo della Georgia - Saakasvili - è un uomo di Washington. Segue i diktat della Casa Bianca, del Pentagono e della Cia. Riceve fondi ed armi dall’amministrazione statunitense ed ha come compito principale quello di fare della Georgia una fortezza americana nel cuore del Caucaso.

    In questo contesto non è difficile capire che il disegno degli geostrateghi americani sia proprio quello di favorire sempre più una destabilizzazione dei sistemi politici, capace di favorire l’ingresso nella NATO dei due Stati che hanno sbocchi sul Mar Nero: Ucraina e Georgia. L’obiettivo, infatti, consiste nel trasformare il Mar Nero in un lago della Nato spodestando, di fatto, la Russia dai suoi storici territori in Europa.

    Tutto ciò dovrebbe servire a tre scopi: proteggere le forniture energetiche ponendole sotto il controllo delle holding dell’Ovest; agevolare la “democratizzazione” e cioè l’occidentalizzazione totale di quello che nelle mire di Washington dovrebbe essere un “Grande Medio Oriente”, da Casablanca a Kabul. Non solo, ma il piano statunitense tende anche ad infliggere una decisiva sconfitta geostrategica alla Russia. Questi fini spiegano il sostegno occidentale al filoamericano e filo-Nato Viktor Yushchenko in Ucraina. E soprattutto spiegano la determinazione del governo georgiano-americano a riprendere il controllo delle sue due province separatiste, Abchazia ed Ossezia meridionale.

    Intanto l’Unione europea chiede alle parti in causa di fermare le violenze. Anche l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) esprime la sua "seria preoccupazione" per le violenze nella provincia dell'Ossezia del Sud e lancia un appello alle parti in conflitto perché trovino una soluzione. Dal canto suo il ministro degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, attuale presidente dell'Osce, dichiara di essersi messo in contatto con Tbilissi e Tskhinvali e di aver invitato le due parti a incontrarsi il prima possibile a Helsinki: "La situazione nella zona del conflitto è estremamente tesa e si impone un calo immediato della tensione" precisa Stubb.

    Si fa sentire anche il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, il quale lancia un appello per la "fine immediata degli scontri armati" e l'apertura di "discussioni dirette". Dimentica ovviamente che le colpe del conflitto vanno ricercate anche nell’arroganza della Nato, che non vuole consentire ad una “parte” della Georgia di scegliere la via dell’autonomia.

    E mentre dal Caucaso continuano ad arrivare notizie di scontri e di lutti, Putin da Pechino fa sentire ancora una volta la sua voce: "Ci dispiace - dice - che oggi, proprio nella giornata dell’inaugurazione delle Olimpiadi, i dirigenti georgiani abbiano intrapreso le azioni aggressive nei confronti dell’Ossezia del Sud, anche se sin dai tempi antichi nel periodo dei Giochi Olimpici le guerre venivano sospese. Di fatto la Georgia ha scatenato le azioni militari con l’uso dei mezzi bellici pesanti. Si lamentano vittime e feriti anche tra le forze di pace russe”.

    Non mancheranno “nostre misure di ritorsione": è l’annuncio che il primo ministro russo fa alla radio che continua a trasmettere le tragiche notizie del Caucaso, mentre nella centrale piazza Smolensk di Mosca - dove si trova il palazzone del ministero degli Esteri - gli ossetini che vivono nella capitale danno vita a meeting di protesta. Chiedono l’intervento della “Madre Russia”. Ed è chiaro che oggi inizia il momento della verità per Medvedev e Putin. Perchè questa attuale - senza voler essere catastrofici - può essere considerata come una guerra degli Usa (tramite l’alleata Georgia) contro la Russia.

    08/08/2008 Ossezia, è la guerra annunciata (Carlo Benedetti, http://altrenotizie.org)

    MOSCA. Nel Caucaso tornano le fiamme della guerra. Mentre la Cecenia è sempre in stato d’allerta ora esplode l’Ossezia del Sud, territorio situato nell’ambito dei confini della Georgia e che, da anni, rivendica la sua autonomia da Tbilissi dopo aver autoproclamato una sua repubblica, eletto un suo presidente e formato il suo esercito. La situazione è giunta ora ad un punto di non ritorno ed è guerra. Da una parte, in difesa, i sudisti ossetini di Eduard Kokojtym dall’altra, all’attacco, i georgiani di Michail Saakavili. Le truppe di Tbilisi, intanto, varcano i confini e puntano sulla capitale Tskhivali. I georgiani - forti dell’appoggio diplomatico degli Usa e dotati di armi americane - mobilitano anche i riservisti e riescono a colpire i villaggi ossetini con un fitto fuoco di mortai e lanciarazzi. Danno il via a bombardamenti aerei contro la provincia autonoma ribelle: cinque caccia georgiani Sukhoi-25, in due ondate successive colpiscono le postazioni sud-ossetine nei dintorni del villaggio di Tkverneti.

    Gli aerei dell’armata di Tbilisi attaccano anche un convoglio umanitario inviato dal presidente dell'Ossezia del nord - che è il territorio situato nell’ambito della Russia - Teimuras Mamsu. Bombardano poi anche il quartier generale delle forze di pace della Csi (per lo più russe). Ed è chiaro, a questo punto, che la guerra è esplosa a tutti i livelli. La parola è alle armi e il Caucaso vive ore drammatiche mentre si cominciano a contare i morti.

    In Russia - paese indirettamente chiamato in causa perchè sotto la sua giurisdizione c’è l’Ossezia del Nord - sono già impegnte le unità di crisi al Cremlino e ai ministeri della Difesa e degli Esteri. Le fonti d’informazione ufficiali rendono noto che "sotto la direzione del presidente Dmitri Medvedev", Mosca sta studiando in queste ore "misure d'urgenza" per "ristabilire la pace" nella regione e difendere, di conseguenza, i cittadini russi presenti nella repubblica separatista, che rappresentano circa il 90% circa della popolazione. Impegnato in questa operazione d’emergenza anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che, su richiesta della Russia, si è riunito per consultazioni in una rara sessione notturna per discutere l'escalation del conflitto.

    Si apprende anche che Mosca aveva già messo in agenda della riunione un breve testo di dichiarazione in cui i Quindici del Consiglio erano chiamati ad esprimere "preoccupazione per l'escalation delle violazioni nella zona del confine georgiano-sud osseziano" e si invitavano le parti in conflitto a rinunciare alla violenza. Una frase, quest'ultima, a cui la Georgia è contraria e su cui Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero espresso riserve. Il Consiglio è quindi passato a riunirsi in seduta pubblica senza aver raggiunto l'unanimità.

    La situazione, ora, è in piena evoluzione. Continuano infatti i raid aerei e gli attacchi con mezzi blindati. Gli ossetini si difendono con una lotta partigiana che coinvolge, praticamente, tutta la popolazione (gli abitanti della regione sono 65.000). Si combatte ai confini con la Georgia e si cerca di contenere l’avanzata delle truppe di Tbilisi che hanno le loro basi di appoggio nei villaggi di Ergneti e Nikozi. Contemporaneamente nella capitale ossetina il presidente Kokojty annuncia che se la situazione precipiterà sino al punto di mettere in pericolo l’sistenza dell’autonomia dell’Ossezia del Sud farà appello a volontari che potrebbero arrivare da tutto il Nord-Caucaso. Scenderebbero in campo anche i cosacchi el Don. Kokojty, inoltre, accusa gli Usa e l’Ucraina di soffiare sul fuoco perchè avrebbero fornito alla Georgia, rispettivamente, 120 e 40 armi di precisione.

    E tutto avviene mentre il presidente di Tbilissi, Saakasvili, (un reazionario di stampo fascista al servizio degli americani) mostra sempre più i muscoli. Certo dell’appoggio occidentale non molla nei confronti di una Ossezia sudista che non vuole restare sotto il tallone di una Georgia che è da sempre nemica di questo popolo di contadini e pastori che ora si trova attaccato.

    L’unico appoggio che gli potrebbe venire è quello della Russia, il paese confinante dove, appunto, è collocata la Repubblica autonoma dell’altra Ossezia, quella del Nord. Ma se la Russia dovesse intervenire vorrà dire che Mosca ha scelto la guerra diretta con Tbilissi. Ma nonostante tutte le prudenze e le preoccupazioni di ordine diplomatico il generale Valerij Evtukhovich, che comanda le truppe dei paracadutisti russi di stanza nell’area della Ossezia del Nord, dichiara che «in caso di necessità» i suoi uomini sono pronti a intervenire. E così si comprende bene che il periodo delle astuzie politiche e diplomatiche è già alle spalle. Si è nel pieno di un crisi che non è solo caucasica, ma europea. Con Tbilissi che proprio sull’onda di questa guerra da poco iniziata ritiene sempre più importante rafforzare i suoi legami con la Nato e con gli Usa per assicurarsi la completa e futura integrità territoriale. Intanto le bombe cadono su Tskhivali. Ma l’eco arriva al Cremlino dove si pone, oggi più che mai, il problema del che fare.

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