Golfo persico: commandos italiani
piombano dagli elicotteri su un mercantile sospetto e, tenendo a bada con i
mitra l'equipaggio, lo perquisiscono per due ore scoprendo infine un
«detonatore nucleare». È una delle fasi dell'esercitazione Leading Edge a
guida Usa, svoltasi in acque internazionali «al largo della costa
nord-orientale del Bahrain», ossia di fronte all'Iran. Qui sicuramente era
diretto il mercantile con a bordo il «detonatore nucleare», intercettato dai
commandos della marina italiana che hanno così impedito a Teheran di usare
la Bomba. War game? Fino a un certo punto.
La forza navale schierata di fronte alle coste iraniane è decisamente
superiore a quella necessaria per una esercitazione. Gli Usa hanno dislocato
due portaerei, la Einsehower e la Enterprise, con i rispettivi gruppi di
battaglia. Una forza che può attaccare simultaneamente con centinaia di
aerei e missili e unità da sbarco. Essa è affiancata dalla Task force
combinata 152 (Ctf 152), al comando di un contrammiraglio italiano, di cui
fanno parte le navi Etna e Comandante Foscari. Di questa e altre due task
force fanno parte anche unità britanniche, australiane, francesi e tedesche.
Per giustificare lo schieramento di questa imponente forza navale, non
credibile per un semplice war game, nei giorni scorsi fonti della Cia e
della marina britannica hanno diffuso la voce di un possibile attentato di
Al Qaeda contro terminali petroliferi, in particolare quello saudita di Ras
Tanura. L'allarme è stato lanciato venerdì scorso anche dal comando italiano
della Ctf 152, che ha avvertito di stare in allerta nei riguardi di navi o
altre attività «sospette».
In attesa dell'«attentato di Al Qaeda» nel Golfo, la portaerei Enterprise è
stata impegnata in un altro war game: dal 10 settembre sta bombardando
l'Afghanistan. Come informa il Comando centrale delle forze navali Usa, in
poco più di due settimane, «nel quadro dell'operazione Enduring Freedom, gli
aerei imbarcati sulla Enterprise hanno effettuato circa 200 missioni di
appoggio aereo ravvicinato contro estremisti talebani in Afghanistan». Il
Comando centrale sottolinea che la «giornata più pesante» è stata quella in
cui i jet hanno compiuto l'«appoggio ravvicinato alle forze Isaf in
Afghanistan». In queste missioni vengono usate anche bombe a guida laser
Gbu-12 da 500 libbre e altre armi di precisione: finora ne sono state
sganciate sull'Afghanistan, solo dagli aerei dell'Enterprise, oltre 120. In
questa macchina da guerra è inserita l'Italia. Il contrammiraglio italiano,
cui è affidata la Ctf 152, è agli ordini del vice-ammiraglio Walsh, capo del
Comando centrale delle forze navali Usa; questo dipende dal Comando centrale
Usa, il cui quartier generale è a Tampa in Florida; a sua volta il Comando
centrale dipende dal segretario alla difesa Rumsfeld e questi dal presidente
Bush. Il contrammiraglio italiano è quindi inserito nella catena di comando
statunitense. La Ctf 152, infatti, non fa parte della Nato ma della marina
Usa impegnata nell'operazione Enduring Freedom lanciata dal Pentagono nel
2001. Contemporaneamente, in Afghanistan, il contingente italiano partecipa
a una missione, quella Isaf, che ha cambiato natura da quando la Nato, con
un atto unilaterale, ne ha assunto nell'agosto 2003 la direzione. A guidare
la missione non è più l'Onu ma la Nato, che sceglie i generali da mettere a
capo dell'Isaf. E poiché il «comandante supremo alleato» è sempre un
generale statunitense, anche la missione Isaf è di fatto inserita nella
catena di comando del Pentagono e quindi integrata con Enduring Freedom.
Inutile illudersi che «in territorio afghano l'Italia non è più in alcun
modo impegnata militarmente nell'ambito della missione Enduring Freedom,
essendo ormai il contributo italiano a questa iniziativa limitato alla
presenza di unità navali nel Golfo arabico» (Mozione dell'Unione, luglio
2006). Lo conferma il fatto che gli aerei dell'Enterprise, schierata nel
Golfo insieme alle navi italiane nel quadro di Enduring Freedom, bombardano
l'Afghanistan per sostenere le forze Nato/Isaf. E, da un momento all'altro,
le navi italiane schierate nel Golfo potrebbero trovarsi automaticamente in
guerra. Basterebbe qualcosa di analogo all'«incidente del Golfo del Tonchino»
dell'agosto 1964, in cui gli Usa inscenarono un attacco di motosiluranti
nord-vietnamite a un proprio cacciatorpediniere per iniziare il
bombardamento del Nord Vietnam. Il bombardamento dell'Iran potrebbe oggi
essere motivato con un «incidente del Golfo persico».
Manlio Dinucci
Fonte:
www.ilmanifesto.it
1.11.06
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