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  • 11/10/2006 E’ Colpevole Putin? (o il Maggiordomo) (Maurizio Blondet, www.effedieffe.com, visto su www.comedonchisciotte.org)

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    I lettori di gialli sanno che è sciocco sospettare di un colpevole (del solito misterioso omicidio) su cui gli indizi si accumulano fin dalle prime pagine.
    Ora, tutti i media occidentali lasciano capire - o si trattengono a stento dal gridare - che il mandante dell’assassinio di Anna Politkovskaya è Vladimir Putin.
    A dire il vero, le ipotesi sono stranamente vaste: si legge che l’ordine di uccidere è probabilmente partito da Ramzan Kadyrov, il caporione ceceno favorito dal Cremlino e fieramente accusato dalla giornalista, «oppure dai nemici di Kadyrov».
    Un po’ eccessivo, come ventaglio per le indagini.
    Nulla va escluso.
    Bisogna mettere in conto la spiccia brutalità dei vecchi agenti KGB e quella dell’esercito ex-sovietico, che si è macchiato in Cecenia di paurose atrocità.
    Ma poche settimane prima l’assassinio di Andrey Kozlov, il vice-presidente della Banca Centrale russa, ha suscitato in Occidente assai meno clamore.
    Kozlov stava cercando di portare la legalità nel vorticoso giro di denaro lurido che sporca il sistema finanziario russo.
    Aveva appena ritirato l’autorizzazione ad operare ad una banca implicata in riciclaggio, la Sodbusinessbank, e ne aveva nominato un direttore: un vero commissariamento.
    Ma coloro che la Pravda chiama «gli azionisti non identificati» della banca avevano, con sfida, nominato un direttore di loro fiducia, Boris Ponomarev (salvo caso di omonimia, una vecchia conoscenza, potente nel PCUS e nel KGB) il quale aveva vietato al direttore nominato dalla banca centrale l’ingresso nella Sodbusinessbank; un tribunale di Pietroburgo aveva dato ragione a Ponomarev e torto a Kozlov.
    La polizia aveva mantenuto, dice la Pravda, «la sua neutralità» (sic).
    E Kozlov era stato abbattuto come un cane.

    Quanto a Kadyrov, ha celebrato in questi giorni il suo trentesimo compleanno nella Grozny devastata.
    Gli è stata regalata una Ferrari nera da 380 mila euro, con la targa «K-30-RA» (che significa «Kadirov, 30 anni, Ramza Atmatovich»).
    Chi gli ha fatto il regalino? «Amici», ha detto lui.
    Altri «azionisti ignoti» del massimo business russo, il crimine.
    Ancora troppo potente, ancora troppo sfrontato e sicuro di complicità interne ed estere, abituato come si vede a sfidare anche Putin e il potere legale.
    Gli «oligarchi», la mafia ebraica, sono ancora dovunque, hanno ancora le mani in pasta dappertutto, e persino Putin deve scendere a patti con loro: per lo più con un do ut des, non vi occupate di politica, e noi vi lasciamo ciò che avete rubato.
    Perché questa impotenza?
    Basta ricordare la levata di scudi mondiale, anzi mondialista, di quando Putin mise in galera Khodorkovsky, il padrone della Yukos comprata ai tempi di Eltsin, che aveva rotto il patto e cercava di fargli le scarpe in politica.
    I massimi giornali finanziari, dal Wall Street Journal al Financial Times, si levarono a difesa del delinquente.
    William Engdahl, un ottimo analista (1), racconta che l’arresto di Khodorkovsky fu ordinato da Putin per prevenire una manovra di grande portata: l’oligarca, strapieno di dollari, aveva «comprato» alla Duma una maggioranza di voti, per cui il parlamento avrebbe cancellato la legge sulle risorse sotterranee in vigore, che impediva alla Yukos e ad altre compagnie private di impadronirsi di posizioni dominanti nelle materie prime russe, e anche di farsi oleodotti indipendenti dalla rete russa.
    Secondo Engdahl, il voto comprato alla Duma era solo il primo passo: Khodorkovsky voleva candidarsi contro Putin nelle presidenziali dell’anno seguente.
    Per conto degli «azionisti non identificati».
    Difatti, l’arresto dell’oligarca venne subito dopo, e a causa di un incontro riservato che Khodorkovsky aveva avuto con Dick Cheney, il vicepresidente USA.
    Era il 14 luglio 2003.
    Cosa si siano detti i due non è dato sapere.

    Fatto è che subito dopo l’incontro con Cheney, Khodorkovsky intavola trattative con ExxonMobil e Chevron Texaco (la ditta per cui ha lavorato Condoleezza Rice) per cedere loro una quota di Yukos fino al 40%: ciò che avrebbe conferito all’oligarca e alla sua azienda una immunità definitiva (andare contro Khodorkovsky sarebbe stato andare contro le due più grandi multinazionali occidentali) e agli anglo-americani un potere di interferenza, e anche di veto, sulle politiche energetiche di Mosca.
    E pochi giorni prima del suo arresto, nell’ottobre 2003, Khodorkovsky si incontrò a Mosca con il capo della potente finanziaria Carlyle: ossia con Bush padre.
    Apparentemente, per mettere a punto la cessione alle due petrolifere americane.
    L’oligarca aveva appena fatto un’offerta ad un altro suo pari, Boris Berezovsky, per comprare la sua Sibneft.
    Se fuse, Yukos e Sibneft avrebbero detenuto la seconde riserve energetiche del mondo - 10,5 miliardi di barili - dopo la Exxon, e il quarto posto come produttori (2,3 milioni di barili al giorno).
    Era un tentato putsch petrolifero.
    Putin lo impedì, e da allora non è stato più un amico per Washington.
    Inutile aggiungere altri particolari: che Khodorkovsky aveva creato una fondazione «per il pluralismo e la democrazia», la Open Russia Foundation, copiata sulla Open Society Foundation del finanziere e suo grande amico George Soros; e che nella sua fondazione sedevano Henry Kissinger, Arthur Hartman (ex ambasciatore USA a Mosca) nonché lord Jacob Rotschild, il banchiere che aveva prestato a Khodorkovsky i capitali (250 milioni di dollari) che erano bastati, sotto Eltsin, a comprare la Yukos - che valeva cento volte di più.
    Dopo il suo arresto, a fare lobby per esigerne la liberazione Khodorkovsky ha pagato a Washington Stuart Eizenstat, già segretario al Tesoro e sottosegretario di Stato americano.
    In quegli stessi mesi, Bush figlio denunciava i trattati anti-missili balistici (ABM) stilati dai suoi predecessori coi sovietici, proclamando la volontà di riprendere la corsa agli armamenti strategici. Una chiara minaccia per Mosca.

    La strategia americana non poteva sfuggire agli analisti dell’ex-KGB.
    Certo avevano sottolineato un passo del discorso che Dick Cheney aveva tenuto al London Institute of Petroleum nel settembre 1999, ben un anno prima di divenire vice-presidente.
    «… Dal 2010 avremo bisogno di disporre di una cinquantina di milioni di barili al giorno in più. Dove verrà questo greggio? Gli Stati e le compagnie nazionali controllano il 90 % della materia prima: il settore petrolifero rimane essenzialmente in mano agli Stati. […] il Medio Oriente, con due terzi delle riserve e i costi di estrazione più bassi del mondo, è ancora il posto dove giace il tesoro. Benchè le compagnie [private] cerchino ansiosamente un maggiore accesso all’area, i progressi sono lenti. […] Negli anni ‘90 le aspettative dicevano che una quantità significativa delle nuove risorse sarebbe venuta da luoghi come l’URSS e la Cina…».
    La cinquantina di milioni di barili al giorno cui alludeva Cheney equivale a mettere le mani su cinque Arabie Saudite petrolifere; e presto, visto che mettere a produzione un nuovo giacimento richiede sette anni.
    Cheney indicava dunque la strategia USA poi seguita dal governo: arraffare le riserve altrui, con occupazioni militari o «privatizzazioni», per sottrarre il business agli Stati, come quella che aveva beneficiato Khodorkovsky.
    L’invasione dell’Iraq nel 2003 non può che essere stata interpretata a Mosca come il primo passo.
    Il secondo, sarebbe stato mettere le mani sulle risorse russe e quelle ex-sovietiche del Caspio.
    Proviamo a guardare le cose dal punto di vista di Mosca.
    Oggi si trova accerchiata da una decina di Paesi che erano nel Patto di Varsavia, ed oggi sono nella NATO: Polonia, Cechia, Ungheria, Estonia, Lettonia e Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia; la Georgia sta per diventare membro della NATO, e in Ucraina non mancano le forze «democratiche» che ci sperano.
    Tale espansione della NATO è avvenuta molto rapidamente, e per volontà americana, non certo europea; e sull’onda delle «rivoluzioni colorate» che, pagate dalla CIA, hanno portato la «democrazia» filo-americana in quei Paesi.

    E’ chiaro per Putin che gli USA oggi perseguono ciò che ritengono il loro interesse (il controllo diretto della risorsa energetica) aggressivamente, in modo unilaterale e in spregio ai trattati internazionali, con aggressioni militari e con operazioni di sovversione interna.
    Le ONG americane, dalla Soros Foundation al National Endowment for Democracy, sono apparse ben chiaramente dietro le «spontanee» rivoluzioni democratiche in Georgia, Ucraina e negli altri Paesi sopra ricordati.
    La loro intrusione nella stessa Russia ha dovuto essere bloccata, suscitando le solite proteste internazionali.
    Putin, con la Gazprom che ha raccolto l’eredità Yukos, ha assicurato alla nazione che il petrolio russo resti allo Stato e non vada ai «privati».
    Ha interrotto lo smantellamento delle forze e testate nucleari sovietiche (gli SS-18 specialmente) che proseguiva in obbedienza ai trattati ABM, ora stracciati da Bush; e sta finanziando un rammodernamento delle forze strategiche, «per assicurare» come ha detto lui stesso nel 2003, «la capacità di difesa della Russia e dei suoi alleati nel lungo periodo».
    Sta inoltre più o meno allontanando le petrolifere occidentali dai golosi giacimento del nord russo.
    Non appare in grado di eliminare del tutto gli «oligarchi» coi loro «azionisti ignoti», e pare che le sue mosse tendano piuttosto a guadagnarli dalla sua parte (come il losco Kadyrov) o ad assicurarsene la neutralità.
    Non è la situazione ideale, specie vista la capacità sovversiva di un nemico che, se militarmente è in difficoltà in Iraq e in Afghanistan e in calo verticale di autorevolezza internazionale, si è rivelato assai abile nelle azioni di eversione, in «cambi di regime» e in «democrazie spontanee».
    Le bande criminali e miliardarie interne alla Russia possono fornire tutta la manodopera necessaria a tali progetti eversivi.
    Insomma, la Russia si difende in una condizione di guerra di nuovo tipo, fredda e sempre sul punto di diventare calda, dove il colpo decisivo può venire da ogni parte.

    La brava giornalista non ha capito - magari in ottima fede - di essersi inserita, con le sue inchieste e denunce sacrosante sulla Cecenia, in questa guerra.
    Tutto è possibile.
    Può averla fatta uccidere Putin, l’apparenza è contro di lui.
    Ma, come nei gialli, sarà bene non trascurare i maggiordomi.
    E i loro «ignoti azionisti», capacissimi di organizzare attentati e omicidi «false flag», ossia da attribuire al colpevole più evidente.

    Maurizio Blondet
    Fonte: www.effedieffe.com
    Link

    Note
    1) William Engdahl, «The emerging russian giant plays its cards strategically», GlobalResearch, 7 ottobre 2006.

    Archivio Politkovskaja

  • 07/10/2006 Archivio Politkovskaja
    Comunque il giorno fatidico è arrivato e la giornalista Anna...


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