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27/07/2008 Lodo Alfano: la monarchia incostituzionale (Mariavittoria Orsolato, http://altrenotizie.org)

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Lo potremmo chiamare lodo Speedy Gonzales. Venticinque giorni: tanto è bastato al team delle libertà per discutere, approvare e promulgare il disegno di legge sull’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato. Con 171 voti a favore, 128 contrari e i soliti 6 Udc astenuti, il lodo Alfano - versione riveduta, corretta ma non edulcorata, dell’incostituzionale lodo Schifani targato 2004 - ha superato lo scoglio del Senato ed è arrivato tra le mani del Presidente della Repubblica che, probabilmente (auto)convintosi che l’immunità istituzionale era il male minore tra i tanti proposti mali-decreti, l’ha controfirmato e promulgato ufficialmente come legge dello Stato. Grazie a questo blitz della maggioranza, Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e Presidenti delle due Camere potranno teoricamente commettere all’interno dei loro mandati qualsiasi tipo di malefatta perseguibile penalmente e non essere nemmeno sfiorati dalla lunga ( ? ) mano della Giustizia.

Nel mondo civilizzato l’unica a potersi arrogare questo diritto di impunità è la regina d’Inghilterra e i giornali stranieri già sghignazzano - giustamente - alle nostre spalle definendo il nostro ordinamento statale “monarchia incostituzionale”. Silvio Berlusconi non chiedeva di meglio: la monarchia, si sa, è sempre stata la sua vocazione e l’incostituzionalità lo accompagna fin dalla sua “discesa in campo”. All’interno del pacchetto sicurezza - già approvato dalle Camere – il premier aveva provato a mettere di tutto pur di salvare la sua persona e i suoi interessi dall’imminente processo per presunta corruzione in atti giudiziari, il famoso processo Mills. Non ce l’ha fatta, per ragioni di tempistica tecnica, né con la blocca-processi né con il disegno di legge sulle intercettazioni, ma se perseverare è diabolico, bisogna anche dire che in questo mondo alla rovescia premia.

“Il lodo Alfano è il minimo che una democrazia possa apprestare a difesa della propria libertà”, questo il commento di Berlusconi all’indomani della sua promozione a cittadino immune dalla legge. “Ho già detto che non mi sarei avvalso, per processi anteriori al 2000, della norma che è stata chiamata blocca-processi o salva-premier - conclude rivolto ai giornalisti - quando smetterete questa persecuzione inaccettabile sarà troppo tardi”. Questo chiosare sulla sua buona fede in realtà ne rafforza implicitamente la mala fede: affermando di rinunciare ad una possibilità inesistente, il nostro self-made-man conferma di voler ricorrere di fatto al jolly dell’immunità giudiziaria. Gli alleati plaudono gaudenti e plaude anche il PD per bocca del suo segretario, l’ex sindaco romano Walter Veltroni che, appoggiando la decisione del Capo dello Stato di apporre la firma al lodo, cade nella stessa contraddizione di Berlusconi e fa capire il perché della debole opposizione al provvedimento, Di Pietro e manifestanti vari ovviamente esclusi.

Ed è proprio sull’ex magistrato e paladino di Mani Pulite - inchiesta grazie alla quale nel 1993 la politica tutta, destra in testa, votò l’abolizione dell’immunità parlamentare - che si sta cercando di far defluire la controversia politica e inevitabilmente mediatica. In una manifestazione a sostegno dei lavoratori delle Entrate, colpiti pesantemente dai tagli voluti dal Ministro Brunetta, il buon Tonino è intervenuto in merito al lodo: “Raccoglieremo le firme e attraverso il referendum abrogheremo questa legge che non serve allo Stato, ma solo a qualcuno”. Poi, in un eccesso di fervore politico e pecoreccio, ha agguantato una vessillo del suo partito aggiungendo - non si sa se rivolto alla sua pubblica nemesi o alla bandiera – “ci vuole la mazza, ci vuole!”.

Apriti cielo! Il popolo della libertà è insorto immediatamente condannando le parole del leader dell’Italia dei Valori. “Di Pietro conferma la sua scelta per la violenza e per l'aggressione continua dell'avversario” dice Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Di Pietro dice che serve la mazza? Qualcuno che in Italia la pensava così c'è già stato. Ma è finito appeso a testa in giù”, questo il paragone azzardato dell’ex Guardasigilli Castelli.

Ma se ormai l’accezione simbolica di libertà è mutata geneticamente da concetto illuminato al più italiano - prendendo a prestito Corrado Guzzanti - “facciamo un po’ come cazzo ce pare”, non dobbiamo stupirci della piega che hanno preso gli eventi. Come suol dirsi, sia fatta la volontà popolare. Che nessuno, togati compresi, si azzardi a minarla.

29/07/2008 Non possiamo tacere. La Lodo Alfano è incostituzionale (http://www.antoniodipietro.com)

La Lodo Alfano è incostituzionale, per quanto il Presidente della Repubblica si ostini a ribadire il contrario.

Il Presidente Napolitano invita al dialogo, ma non c'è nessun dialogo con un governo che non intende sedersi intorno ad un tavolo per le riforme del Paese e che ha scelto di distruggere il sistema giudiziario piuttosto che occuparsi dei veri problemi del Paese che oggi sono quasi esclusivamente in ambito economico. Un governo che troppo spesso trova sponda in un informazione a servizio della politica. L'informazione deve essere libera, il cane da guardia dei politici.

Riporto una mia intervista pubblicata su La Repubblica di oggi.

Repubblica: Lodo: per il Colle la firma è meditata. Lei sempre per il no?
Antonio Di Pietro: «È una questione di metodo e di merito. Né io né l´Idv abbiamo mai mancato di rispetto istituzionale e personale a Napolitano. Ciò premesso, faccio mie le parole di Scalfari quando dice che, in una democrazia, pure le decisioni di un capo dello Stato si possono criticare».

Repubblica: Insiste?
Antonio Di Pietro: «L´idea che le critiche sono legittime se le fanno altri, ma sono rozze, volgari e finanche un attentato se le faccio io non mi va giù. Al punto che l´Idv non merita un posto nella commissione di vigilanza Rai. Diamo fastidio a destra e a sinistra e vogliono a tutti i costi delegittimarci perché ci rifiutiamo di essere irreggimentati in uno schema politico».

Repubblica: Ma Napolitano doveva firmare o no?
Antonio Di Pietro: «Ci siamo solo permessi di dire che questa legge è incostituzionale. E immorale. Non potevamo tacere. Non è un atto di anti-democrazia. Una, dieci, cento piazza Navona, dove non ci sono state ingiurie per Napolitano o il Papa. Vogliamo essere liberi di criticare una legge inopportuna e pure il presidente se la firma. Ho diritto alla mia libertà di pensiero anche se non la penso come lui».

Repubblica: Ma il presidente ha seguito la Consulta.
Antonio Di Pietro: «Sì, ora deciderà la Corte, poi gli elettori. Il lodo resta una vera e propria porcheria per il modo e il tempo, e per il conflitto d´interessi che c´è sotto. Domani l´Idv depositerà il referendum».

Repubblica: Veltroni accoglie l´invito a evitare «il muro contro muro». E lei?
Antonio Di Pietro: «Parole scontate e ovvie. Il problema è che Berlusconi fa solo i suoi interessi. La manovra economica col voto di fiducia? E che dialogo è? Tutti decreti, Parlamento subalterno, in una visione aziendale e non democratica. Dialogo tra servo e padrone. "Si buana". Noi non ci stiamo. Ma il presidente, il garante della divisione dei poteri, non deve chiedersi se il dialogo è possibile in queste condizioni?».

Repubblica: Napolitano è contro i decreti...
Antonio Di Pietro: «Lui non deve fare il Papa urbi et orbi per la concordia. Deve richiamare chi predica il dialogo, ma non lo pratica. Ha un dovere, garantire la divisione dei poteri. Gli rilanciamo la palla. Se la situazione è questa, il capo dello Stato non può chiedere un dialogo impossibile tra i sudditi e un sovrano?».

Repubblica: Riforme: d´accordo sul «o si fanno o è il nulla»?
Antonio Di Pietro: «Io non ci sto a questo aut aut. O si fanno buone riforme o niente. Lodo Alfano, immunità, Csm, tutte riforme pessime. È la stricnina data al malato, così lo lasciamo stecchito. Più che riforme sono soluzioni finali».

Repubblica: Il richiamo a chi «scade in volgarità e ingiurie»?
Antonio Di Pietro: «Va distinto l´insulto nei fatti e quello a parole. Per me è più grave il primo, se uno fa satira è difficile sia penalmente rilevante. Altro è un ministro in carica che fa quello che ha fatto Bossi. Ma è peggio se il premier si fa una legge per non farsi processare. Questo è un insulto al Paese e alle istituzioni».

Repubblica: E Grillo che attacca ancora il Colle?
Antonio Di Pietro: «Fa satira, ma l´Italia la governa Grillo o Berlusconi? Le forze politiche non si nascondano dietro Grillo, se lui fa queste critiche vuol dire che c´è una classe politica che se le merita».

Repubblica: Allora sta con Grillo?
Antonio Di Pietro: «La sua è una parolaccia di esasperazione. È più grave quello che dice Grillo o chi ha fatto l´emendamento sulle poste lasciando migliaia di persone senza lavoro?».

Repubblica: La stampa e l´invito alla moderazione?
Antonio Di Pietro: «I processi sono spettacolari perché personaggi di primissimo piano commettono reati gravissimi che non farebbe neppure un mafioso di professione. Che la stampa ne dia conto è garanzia di democrazia».

Repubblica: La paura di una legge bavaglio sulle intercettazioni?
Antonio Di Pietro: «Non condivido il desiderio di normalizzazione. Voglio una libera stampa che faccia le pulci al potente di turno perché mi garantisce che non faccia quello che vuole».



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