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  • 08/10/2006 Imi Sir: Motivazioni Cassazione, Previti Corruttore, Squillante assolto (http://www.osservatoriosullalegalita.org)

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    La sentenza della Cassazione che il 4 maggio scorso ha concluso l'iter processuale Imi-Sir e che e' stata pubblicata ieri presenta profili che e' interessante segnalare.

    La Cassazione ha condannato a sei anni Cesare Previti e previsto l'assoluzione per Renato Squillante, l'ex capo dell'Ufficio del Gip di Roma. La vicenda nacque nel 1982, quando Nino Rovelli cito' davanti al Tribunale di Roma l'IMI per non aver adempiuto agli impegni di una convenzione sottoscritta nel 1979 che prevedeva il risanamento del gruppo Sir per circa 500 miliardi di lire. Nel 1986 l'Imi fu condannata al risarcimento dei danni subiti da Rovelli, condanna confermata in appello. Dopo la morte di Rovelli la vedova e i figli rimasero titolari della richiesta di risarcimento (ormai 800 miliardi). Nel 1993 la Cassazione confermo' le precedenti sentenze, e quindi l'IMI risarci' gli eredi Rovelli.

    Ma secondo la Procura di Milano la sentenza avrebbe subito influenze a causa dell'intervento degli avvocati Previti, Pacifico e Acampora presso i giudici Squillante, Metta e Verde. I tre legali sarebbero stati compensati con 67 miliardi dai Rovelli. uesta inchiesta porta nel 2003 alla condanna per corruzione di Cesare Previti (11 anni) e Squillante (otto anni e messo) da parte della quarta sezione del Tribunale di Milano (le motivazioni di quella sentenza) In appello Previti ebbe 7 anni e Squillante 5.

    La sentenza della Cassazione depositata ieri ha ridotto invece a sei anni la condanna di Previti e ha assolto Renato Squillante. Riguardo a quest'ultimo, i supremi giudici argomentano che egli non ha di fatto venduto il proprio ufficio, in quanto non direttamente giudicante nel processo in questione, ma solo capace di influenzare, per la sua posizione di autorevolezza, gli altri magistrati direttamente coinvolti nel processo, i quali sono quindi colpevoli.

    Nella sentenza si legge infatti che "L'interferenza addebitata allo Squillante, in quanto non diretta nell'ambito del suo ufficio, ma indirizzata verso l'esterno (giudici della Cassazione), non ha alcun collegamento con l'attivita'  funzionale del pubblico ufficiale, limitatosi a sfruttare rapporti interpersonali privati e ad agire quindi non da intraneus. Sintomatico è il fatto che l'imputato non contattò direttamente il magistrato componente il collegio giudicante della Cassazione, ma si limito' a sollecitare la mediazione dell'amico Berlinguer, che quel magistrato conosceva".

    "Ma anche se avesse instaurato un diretto contatto con quest'ultimo - continua la Cassazione - la conclusione non sarebbe diversa, considerato che avrebbe agito a titolo personale e da extraneus e mai avrebbe potuto fare valere i suoi poteri istituzionali stante l'appartenenza di quel magistrato. L'interferenza, in tanto può assumere rilievo ai fini della corruzione passiva, in quanto va ad influire sulla sequenza procedimentale che sfocia nell'adozione di un atto rientrante nella competenza dell'ufficio al quale appartiene l'agente".

    Quindi, "L'addebito mosso allo Squillante e agli altri concorrenti necessari, per come ricostruito dal giudice di merito, non è inquadrabile nel paradigma della corruzione propria antecedente in atti giudiziari, che vede lo Squillante nella veste di corrotto... In sostanza, l'intervento dello Squillante, certamente non in linea con i doveri deontologici di un magistrato, è equiparabile a quello che avrebbe potuto spiegare un qualsiasi altro privato, non investito di funzioni pubbliche e che si avvale unicamente della forza carismatica della sua persona. E lo Squillante aveva fatto leva proprio sul prestigio e sull'autorevolezza che gli derivavano dalla sua posizione sociale, per confidare nella disponibilità  del destinatario della segnalazione e, magari, nel buon esito della stessa".

    E, argomentano i supremi giudici: "La mera venalità  della carica, disgiunta dal mercimonio dell'attività  funzionale, non integra - per deficit di tipicità  - la corruzione, che sanziona, invece, l'accettare la promessa o il ricevere denaro al fine di compiere un atto contrario ai doveri di ufficio connessi alla funzione e non alla qualità".

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