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  • 28/08/2017 A volte ritornano: la decontribuzione sui giovani 2.0 (Pietro Garibaldi)

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    Una nuova forma di decontribuzione è allo studio del governo per la legge di bilancio 2018. Si tratterebbe di sgravi fiscali per le imprese che assumono giovani a tempo indeterminato. La misura è già rodata e per questo è fondamentale non ripetere gli errori del passato. Per la legge di bilancio 2018 il governo sta pensando a una nuova forma di decontribuzione per i giovani assunti a tempo indeterminato. Si tratta della stessa misura che aveva accompagnato l’introduzione del Jobs act nel 2015, ma questa volta sarà riservata ai nuovi assunti più giovani.

    Le imprese che assumeranno giovani a tempo indeterminato con il contratto a tutele crescenti otterranno una riduzione dei contributi pari a circa 3200 euro all’anno per i prossimi due anni. L’incertezza della misura riguarda ancora la platea di età alla quale si applicheranno i nuovi sgravi. Al momento, si pensa a una fascia di giovani che arriverà fino ai 29 o 32 anni. La scelta finale dipenderà dalle risorse disponibili (maggiore sarà la platea di giovani e maggiori saranno gli oneri per il bilancio dello stato) e dalla compatibilità con le norme europee in termini di assistenza all’occupazione giovanile. Una misura già rodata

    L’esperienza del biennio 2015-2016, quando il bonus decontributivo arrivò fino a 8 mila euro all’anno per 3 anni ed era esteso a tutti i nuovi assunti a tempo indeterminato, suggerisce che le imprese e la domanda di lavoro rispondono in modo massiccio a questo tipo di stimolo. Le prime valutazioni sulle decontribuzioni del 2015 trovano che grazie al bonus, più che al contratto a tutele crescenti, si deve la forte espansione occupazionale osservata nei contratti a tempo indeterminato nel biennio 2015-2016.  Nel dicembre 2015, ultimo mese del bonus a 8000 euro, ci fu una vera e propria esplosione di questo tipo di contratti. Inoltre, una volta terminato il bonus, l’occupazione totale è sì continuata a crescere, ma soprattutto grazie a un forte e crescente contributo del contratto a tempo determinato.

    Perché la decontribuzione è necessaria

    Certamente una qualche forma di incentivo rivolto all’occupazione dei giovani è necessaria. Negli ultimi anni abbiamo osservato un progressivo e paradossale fenomeno di “old in-young out”, adulti che entrano e giovani che escono dal mercato del lavoro italiano. L’occupazione e il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa) è infatti costantemente aumentato nella fascia di età sopra i 50 anni ed è invece diminuito nella fascia di età sotto i 35 anni.

    I motivi di questo fenomeno sono sostanzialmente tre. Innanzitutto si verifica il cosiddetto effetto coorte, ossia l’uscita dalla forza lavoro di individui di età sopra i 50 anni di fasce di popolazione con bassissimi tassi di occupazione e la progressiva entrata di persone adulte che invece avevano già un’occupazione. Non si tratta quindi di “nuovi” posti di lavoro per gli ultracinquantenni, ma banalmente di effetti statistici di trascinamento. In secondo luogo, la legge Monti Fornero e la progressiva eliminazione delle pensioni di anzianità ha determinato ovviamente un innalzamento dell’occupazione più anziana. Infine, la doppia recessione italiana del 2008-2010 e del 2012-2014

    ha distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro detenuti da giovani precari.

    L’esperienza insegna

    Un aspetto interessante degli effetti della decontribuzione riguarda l’impatto della riduzione fiscale sui salari dei beneficiari. Due ricercatori della Banca d’Italia – Effrosyni Adamopoulou e Eliana Viviano – in uno studio preliminare e in via definizione, mostrano come l’effetto sui salari dei giovani beneficiari della decontribuzione sia in realtà negativo. In altre parole, i nuovi assunti hanno sì un lavoro a tempo indeterminato, ma a un salario inferiore a quello che giovani simili ricevevano nelle assunzioni precedenti in apprendistato. Nella definizione dei prossimi incentivi sui giovani sarà perciò importante tenere conto di questi risultati.

    L’esperienza degli ultimi anni suggerisce quindi che le imprese risponderanno alla decontribuzione 2.0 con nuove assunzioni. In quest’ottica, la misura allo studio del Governo va nella giusta direzione. Tuttavia, la stessa esperienza suggerisce anche che gli incentivi temporanei svaniranno una volta che si tornerà a regime. Il governo dovrebbe pertanto sforzarsi di rendere questi effetti davvero permanenti, prospettando una riduzione strutturale del costo del lavoro.

    Il vero problema sono i costi di bilancio di queste misure. Una riduzione permanente del costo del lavoro non può essere finanziata in disavanzo, ma necessita di vere e proprie scelte politiche. Il governo Renzi nel 2015 ha deciso di abolire l’imposta sulla prima casa che il governo Monti aveva reintrodotto. Quelle risorse, quasi 4 miliardi di euro, potevano essere utilizzate per una riduzione permanente del costo del lavoro. E il governo Gentiloni, ormai a fine legislatura e in clima elettorale, non ha ovviamente la forza per reintrodurre l’imposta sulla casa (che in Italia rimane bassissima) e al tempo stesso abbassare in modo permanente il costo del lavoro.

    Resta quindi l’augurio che nella prossima legislatura – chiunque sarà al Governo – ragioni su una riduzione permanente del costo del lavoro di occupati giovani e meno giovani. Una misura già rodata

    L’esperienza del biennio 2015-2016, quando il bonus decontributivo arrivò fino a 8 mila euro all’anno per 3 anni ed era esteso a tutti i nuovi assunti a tempo indeterminato, suggerisce che le imprese e la domanda di lavoro rispondono in modo massiccio a questo tipo di stimolo. Le prime valutazioni sulle decontribuzioni del 2015 trovano che grazie al bonus, più che al contratto a tutele crescenti, si deve la forte espansione occupazionale osservata nei contratti a tempo indeterminato nel biennio 2015-2016.  Nel dicembre 2015, ultimo mese del bonus a 8000 euro, ci fu una vera e propria esplosione di questo tipo di contratti. Inoltre, una volta terminato il bonus, l’occupazione totale è sì continuata a crescere, ma soprattutto grazie a un forte e crescente contributo del contratto a tempo determinato.

    Perché la decontribuzione è necessaria

    Certamente una qualche forma di incentivo rivolto all’occupazione dei giovani è necessaria. Negli ultimi anni abbiamo osservato un progressivo e paradossale fenomeno di “old in-young out”, adulti che entrano e giovani che escono dal mercato del lavoro italiano. L’occupazione e il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa) è infatti costantemente aumentato nella fascia di età sopra i 50 anni ed è invece diminuito nella fascia di età sotto i 35 anni.

    I motivi di questo fenomeno sono sostanzialmente tre. Innanzitutto si verifica il cosiddetto effetto coorte, ossia l’uscita dalla forza lavoro di individui di età sopra i 50 anni di fasce di popolazione con bassissimi tassi di occupazione e la progressiva entrata di persone adulte che invece avevano già un’occupazione. Non si tratta quindi di “nuovi” posti di lavoro per gli ultracinquantenni, ma banalmente di effetti statistici di trascinamento. In secondo luogo, la legge Monti Fornero e la progressiva eliminazione delle pensioni di anzianità ha determinato ovviamente un innalzamento dell’occupazione più anziana. Infine, la doppia recessione italiana del 2008-2010 e del 2012-2014

    ha distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro detenuti da giovani precari.

    L’esperienza insegna

    Un aspetto interessante degli effetti della decontribuzione riguarda l’impatto della riduzione fiscale sui salari dei beneficiari. Due ricercatori della Banca d’Italia – Effrosyni Adamopoulou e Eliana Viviano – in uno studio preliminare e in via definizione, mostrano come l’effetto sui salari dei giovani beneficiari della decontribuzione sia in realtà negativo. In altre parole, i nuovi assunti hanno sì un lavoro a tempo indeterminato, ma a un salario inferiore a quello che giovani simili ricevevano nelle assunzioni precedenti in apprendistato. Nella definizione dei prossimi incentivi sui giovani sarà perciò importante tenere conto di questi risultati.

    L’esperienza degli ultimi anni suggerisce quindi che le imprese risponderanno alla decontribuzione 2.0 con nuove assunzioni. In quest’ottica, la misura allo studio del Governo va nella giusta direzione. Tuttavia, la stessa esperienza suggerisce anche che gli incentivi temporanei svaniranno una volta che si tornerà a regime. Il governo dovrebbe pertanto sforzarsi di rendere questi effetti davvero permanenti, prospettando una riduzione strutturale del costo del lavoro.

    Il vero problema sono i costi di bilancio di queste misure. Una riduzione permanente del costo del lavoro non può essere finanziata in disavanzo, ma necessita di vere e proprie scelte politiche. Il governo Renzi nel 2015 ha deciso di abolire l’imposta sulla prima casa che il governo Monti aveva reintrodotto. Quelle risorse, quasi 4 miliardi di euro, potevano essere utilizzate per una riduzione permanente del costo del lavoro. E il governo Gentiloni, ormai a fine legislatura e in clima elettorale, non ha ovviamente la forza per reintrodurre l’imposta sulla casa (che in Italia rimane bassissima) e al tempo stesso abbassare in modo permanente il costo del lavoro.

    Resta quindi l’augurio che nella prossima legislatura – chiunque sarà al Governo – ragioni su una riduzione permanente del costo del lavoro di occupati giovani e meno giovani.



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