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05/04/2011 Il nostro tempo è adesso, scusate ma ce lo riprendiamo (Giuseppe Morrone, Comitato “9 Aprile” Modena, http://www.ilnostrotempoeadesso.it)

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Oggi mi alzo, mi vesto e manifesto. Diceva, più o meno così, una strofa della tarda adolescenza.

Ed è attraversando un fervore che s'espande e si moltiplica, che sabato 9 aprile scenderemo per le piazza d'Italia.

Come giovani, come non giovani, come precari, come lavoratori, come studenti, come tutte queste essenze insieme, frullate e ricomposte. Saremo nelle piazze perché l'indignazione - questa volta contro quel cancro sociale ed umano che si chiama precarietà - ci muove, ma, accogliendo la lucida arguzia di Pietro Ingrao, non ci basta. Bisogna fare politica, a tutti i livelli.

Perché costruire relazioni può contribuire a cancellare un pezzo di questa ventennale notte delle coscienze e ad immaginare orizzonti fecondi e giusti.

Perché se non riprendiamo in mano l'onere del pensiero critico e delle buone pratiche - individuali e collettive - potremo sempre e solamente subire lo stato di cose esistente.

Saremo in piazza per proseguire a tessere la trama di un cammino che ci dovrà far emergere dalle macerie - morali e materiali - di un Paese violentato dal "berlusconismo".

In un libro di qualche anno fa, Miguel Benasayag ci esortava a riscrivere l'Abc dell'Impegno per contrastare l'epoca delle passioni tristi.

Ci spingeva a ritrovare l'avvolgente spirito delle resistenze civili e sociali e della progettualità politica per fare deragliare il congegno perverso dell'ideologia totalizzante che ci ingloba: quella del "mercatismo".

Oggi dobbiamo ridare ossigeno e freschezza alla Politica come atto di trasformazione (nel quotidiano e nel generale) e come tramite per la messa in atto delle utopie concrete; ed avere il coraggio di spiazzare i paradigmi dominanti.

Contrapporre la dignità del Lavoro, la bellezza della Cultura e l'imprescindibilità dei Saperi alle precarietà dilaganti e degradanti: quelle che in un call-center (per dire del principale simbolo negativo dei tempi!) legano lo stipendio, esclusivamente, a quanti contratti riuscirai a strappare, ovvero ad esclusive logiche di becera produttività.
Ma per fare questo, abbiamo bisogno che la Sinistra ritrovi una visione che non rinunci ad essere di prospettiva, pur agendo nelle situazioni particolari. Occorre, ad esempio, porre a fondamento uno sguardo strutturalmente critico sulla finanziarizzazione dell’economia - di cui la drammatica crisi in corso è uno dei nefasti prodotti - e sui tassi crescenti di disoccupazione, specie tra le giovani generazioni che giustamente si rivoltano per il furto di futuro operato ai loro danni.

Avvertiamo l'esigenza di discutere di una riforma radicale del welfare - tendente verso lo strumento del reddito di cittadinanza - e di ridurre ad un minimo di 5 o 6 le tipologie contrattuali possibili a disposizione delle imprese; e, ancora, di favorire gli investimenti innovativi, sostenibili e forieri di buona occupazione; e di mettere in circolo le energie creative, le soggettività femminili e migranti ed i talenti dispersi.

In fondo, l'impatto delle precarietà riguarda la qualità dell'esistenza delle persone e solamente forgiando un nuovo modello di sviluppo solidale, cooperativo e di qualità (fondato sulla riconversione ecologica delle produzioni, sulla sobrietà dei consumi, sui beni comuni e sul superamento dello storico conflitto tra giustizia socio-economica e giustizia ambientale) possiamo pensare ad un'alternativa realizzabile, più incline ai bisogni ed al "buen vivir" di tutti e tutte.



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