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  • 16/12/2014 Ecco il dettaglio dei conti sulla flat tax (Francesco Daveri e Luca Daniell, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    La pubblicazione della proposta di flat tax della Lega Nord consente di precisare i calcoli sugli effetti di una sua eventuale introduzione. Resta il fatto che il calo delle entrate sarebbe elevato. Il possibile rientro di capitali è una fonte di gettito incerta e in ogni caso una tantum

    I CALCOLI A PARITÀ DI REDDITO COMPLESSIVO

    In un articolo precedente abbiamo provato a quantificare gli effetti sulle entrate fiscali delle proposte di flat tax presentate da Forza Italia e dalla Lega Nord. I nostri calcoli ci portavano a concludere che la flat tax – pur andando nella giusta direzione di ridurre l’onere della tassazione e di semplificare il sistema fiscale – produrrebbe una riduzione di entrate per lo Stato di entità tutt’altro che marginale.
    In questo (lungo) pezzo, anche sollecitati dagli utili commenti ricevuti e dalla presentazione di una proposta ufficiale della Lega Nord, precisiamo e rivediamo alcuni dei nostri calcoli dandone ulteriori dettagli.


    Il punto di partenza del calcolo è il reddito complessivo Irpef dichiarato nel 2013 e relativo ai redditi 2012. Tale reddito (relativo a 41,4 milioni di contribuenti con un reddito medio di 19.747 euro) era pari a circa 800 miliardi di euro. Da quella cifra si possono sottrarre deduzioni e detrazioni per ottenere un concetto di reddito tassabile al netto delle agevolazioni.


    Nel 2012 le agevolazioni fiscali (deduzioni più detrazioni) ammontavano a circa 300 miliardi di euro: dalla no tax area di 8mila euro alle deduzioni di spese sanitarie e per gli interessi sui mutui (al 19 per cento) fino alle spese veterinarie e altre voci a volte peculiari. Il che porta giù il reddito netto a fini Irpef di oggi a 500 miliardi di euro.


    Con la flat tax ci sarebbe un radicale diboscamento di detrazioni e deduzioni. Nel caso della proposta di Forza Italia, rimarrebbe solo una no tax area per i contribuenti, potenzialmente estesa fino a 13mila euro (la cifra corrispondente all’entità della pensione minima raddoppiata, anche questa proposta da Forza Italia). Per calcolare l’ammontare delle agevolazioni si possono usare i dati dell’Agenzia delle Entrate con la distribuzione dei contribuenti per classe di reddito complessivo. L’ammontare delle deduzioni effettive per ogni classe è il prodotto del reddito medio  moltiplicato per il numero di contribuenti (vedi sotto). I contribuenti inclusi in questa tabella avrebbero diritto a una deduzione maggiore, ma a causa del loro insufficiente livello di reddito userebbero solo parzialmente il diritto alla deduzione.

     

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    I contribuenti con un diritto parziale alla deduzione di 13mila euro sarebbero 16,3 milioni, il 39,4 per cento del totale. Sei contribuenti su dieci, quelli con un reddito uguale o superiore a 13mila euro, godrebbero invece della deduzione integrale. Con questi presupposti, la somma delle deduzioni darebbe 417 miliardi, il che – nell’ipotesi di un azzeramento delle detrazioni e delle altre deduzioni – lascerebbe 383 miliardi di reddito tassabile all’aliquota del 20 per cento, con entrate pari a 76,6 miliardi. Per l’imposta sulle società, l’aliquota del 20 per cento si applicherebbe a redditi societari pari a 155 miliardi, producendo entrate pari a 31 miliardi.


    In tutto, la flat tax di Forza Italia produrrebbe entrate per 107,6 miliardi, in luogo dei 203 attuali. Il che dà meno 95 miliardi, come avevamo scritto.
    Per quantificare la flat tax della Lega Nord, non disponendo al momento della stesura di un testo scritto su cui basarci, nel nostro articolo abbiamo usato i dati menzionati in molte occasioni e trasmissioni televisive dal suo segretario, Matteo Salvini, cioè l’aliquota del 15 per cento e una deduzione pro capite di 5mila euro. Da questi numeri sulla base dei nostri calcoli emergeva una perdita di Irpef e Ires di 105 miliardi rispetto ai 203 di oggi.


    Nei giorni successivi al nostro articolo, la Lega Nord ha reso pubblica la sua proposta di flat tax (elaborata con uno dei padri della proposta originale, Alvin Rabushka) annunciando la futura presentazione di un disegno di legge. A partire dalle informazioni disponibili, la proposta implica una deduzione di 3mila euro pro capite non estesa all’intera popolazione, ma solo a un suo sottoinsieme che valutiamo essere di 27,5 milioni di persone. Sarebbero cioè esclusi dalla deduzione 32,5 milioni di persone: 11 milioni di individui che non presentano dichiarazione dei redditi e 21,5 milioni che “ricevono direttamente un reddito dallo Stato”. Tra questi figurano 14,2 milioni di pensionati e 3,2 milioni di dipendenti pubblici più le persone a loro carico (2,6 milioni per i pensionati e 1,5 milioni per i dipendenti pubblici). Queste categorie sarebbero escluse dalla deduzione e dal pagamento della flat tax (a meno che non abbiamo redditi di altra fonte).


    Una deduzione di 3mila euro estesa a 27,5 milioni di persone porterebbe a deduzioni per 82,5 miliardi, da sottrarre a un reddito complessivo di 450 miliardi che risulta togliendo dagli 800 miliardi di oggi i 110 miliardi di reddito dei dipendenti pubblici (pari a 164 miliardi di costo lordo meno i contributi sociali) e i 240 miliardi di reddito dichiarati dai pensionati.


    Il reddito cui applicare la flat tax del 15 per cento sarebbe dunque di circa 368 miliardi di euro, da cui si originerebbero entrate per 54,5 miliardi di euro. Per avere il quadro completo dell’effetto della flat tax sulle entrate occorre poi aggiungere le entrate fiscali oggi versate dai pensionati (43 miliardi) e dai dipendenti pubblici (24 miliardi) che non sarebbero toccati dalla flat tax e le detrazioni che verrebbero cancellate (rispettivamente pari a 2,4 e 16,6 miliardi), oltre alle entrate Ires di 23,25 miliardi. In tutto, 163,75 miliardi. La riduzione di entrate si limiterebbe a 40 miliardi, rispetto ai 100 da noi stimati in precedenza. Va tuttavia ricordato che la proposta di riforma fiscale delle Lega Nord include anche la cancellazione dell’Irap (35 miliardi di euro), il che farebbe salire la perdita di entrate a 75 miliardi di euro.


    Al riguardo c’è da aggiungere che la fissazione di una soglia di deduzione a 3mila euro implica che, rispetto alla situazione di oggi in cui la no tax area è fissata a 8mila euro, gli italiani con un reddito superiore a 3mila euro ma inferiore a 17.375 euro (non sono pochi: nell’universo dei 41 milioni di contribuenti rappresentano il 51,1 per cento del totale) finirebbero per pagare un’imposta individuale più elevata. Ad esempio, un contribuente singolo con un reddito di 10mila euro che oggi paga 460 euro di imposte con la deduzione a 3mila euro finirebbe per pagarne 1.050, cioè più del doppio di prima.
    Quella della deduzione è una coperta corta: più scende la soglia, minore è il calo di entrate per lo Stato, ma più perde il sistema fiscale in termini di progressività. Obiettivi di progressività possono naturalmente essere raggiunti anche con la spesa pubblica per trasferimenti; rimane il fatto che la flat tax della Lega Nord rischia di peggiorare la situazione di molti attuali “incapienti”.

    COSA SUCCEDE SE CAMBIA LA BASE CONTRIBUTIVA

    È tuttavia presumibile che aliquote più basse possano far riemergere fondi oggi detenuti all’estero o redditi provenienti dall’economia sommersa o illegale in Italia. In presenza di una significativa riemersione dall’evasione, la riduzione dell’aliquota – nell’intenzione dei proponenti della flat tax – potrebbe essere addirittura essere associata a un aumento delle entrate fiscali.


    I proponenti citano i casi di 38 paesi che hanno introdotto la flat tax. Sono, in ordine cronologico dal meno recente: Jersey (1940), Hong Kong, Guernsey, Giamaica, Tuvalu, Estonia, Lituania, Grenada, Lettonia, Russia (2001), Serbia, Iraq, Slovacchia, Ucraina, Georgia, Romania, Turkmenistan, Trinidad & Tobago, Kirghizistan, Macedonia, Mongolia, Islanda, Montenegro, Kazakhstan, Mauritius, Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Timor, Bosnia Erzegovina, Bielorussia, Belize, Seychelles, Paraguay, Ungheria, Anguilla, Sant’Elena, Groenlandia (2013).


    Nella lista ci sono tanti nomi ignoti, paradisi fiscali e piccoli paesi dell’Est Europa che non è facile prendere come punti di riferimento per un’economia grande ed evoluta come quella italiana. Il caso più rilevante per l’Italia potrebbe essere quello della Russia del 2001.
    In Russia le tre aliquote di imposta sul reddito del 12, 20 e 30 per cento furono riunificate al 13 per cento, con l’aliquota dei contributi sociali anch’essa notevolmente ridotta in parallelo (sebbene in modo poco flat) dal 39 per cento a un ventaglio di aliquote dal 35,6 per cento per redditi bassi al 5 per cento per redditi alti. Dopo la riforma fiscale del 2001, in Russia si è osservato un consistente aumento di entrate fiscali e, in particolare, di quelle derivanti dalla tassazione dei redditi personali. Tutto ciò grazie al combinato disposto della riforma fiscale, della positiva evoluzione dei prezzi delle materie prime e di un drastico giro di vite nelle norme anti-evasione.


    Per quanto riguarda il ritorno dei capitali e redditi esteri, la stima prevalente per l’Italia indica una cifra di circa 230 miliardi di capitali evasi che sfuggono al fisco. La legislazione esistente incoraggia la collaborazione volontaria e prevede sanzioni e multe variabili in un ampio intervallo, dal 4 al 90 per cento, con riduzioni e sconti vari a seconda dello Stato di provenienza e della data di inizio dell’illecito. Un rientro integrale di questi capitali potrebbe essere tassato una tantum al 20 o al 15 per cento, con un equivalente potenziale di 45 o 35 miliardi. Misure analoghe hanno però prodotto risultati davvero limitati in passato. Un condono – come le ciliegie – tira l’altro perché convalida l’idea che se ce ne è stato uno oggi, potrà essercene un altro domani. E quindi mettere a bilancio le entrate dei condoni è sempre un’impresa rischiosa per un ministro dell’Economia.


    C’è poi da dire che, anche con il rientro dei capitali in un dato anno, ciò non risolverebbe il problema di finanziare la perdita di entrate dalla flat tax per quelli successivi. Perché la flat tax possa auto-finanziarsi davvero occorre dunque che riemergano anche i redditi finora sfuggiti al fisco: l’Istat ha recentemente stimato che l’economia sommersa (escludendo dunque le attività illegali) ammonta all’11,5 per cento del Pil, per un totale approssimato di 190 miliardi di euro. L’eventualità che tutti questi redditi emergano è molto improbabile. Nella Russia del 2001, l’analisi statistica di tre economisti del Fondo monetario (Ivanova, Keen e Klemm) indica un effetto molto limitato della flat tax sull’offerta di lavoro e sui salari, mentre mostra “un aumento del 16 per cento nella proporzione del reddito dichiarato dai contribuenti colpiti dalla riforma”. Se applichiamo lo stesso coefficiente all’Italia, i redditi emersi potrebbero essere di 30,4 miliardi di euro (0,16 per 190) che, tassati con l’aliquota del 20 e del 15 per cento, darebbero luogo a entrate addizionali rispettivamente per 6 e 4,5 miliardi di euro ogni anno.


    C’è infine da considerare che, sempre sulla base delle informazioni disponibili, la riforma fiscale della Lega Nord prevede anche il “lordo in busta paga”, cioè l’eliminazione del sostituto d’imposta e della ritenuta d’acconto. La misura aumenterebbe il già elevatissimo numero di contenziosi con il fisco – uno degli elementi motivanti la riforma – e impatterebbe negativamente sulle entrate effettivamente raccolte dallo Stato.

    LONTANI DALL’AUTOFINANZIAMENTO

    Nel complesso, le conclusioni del nostro articolo sono qualitativamente identiche a quelle tratte già in precedenza. La flat tax darebbe una frustata semplificatoria al sistema fiscale italiano, ma solleverebbe esigenze tutt’altro che marginali di rimpiazzare le entrate fiscali venute meno.
    A parità di base imponibile, la flat tax di Forza Italia provocherebbe una perdita di gettito di 95 miliardi e quella della Lega Nord – se inclusiva della cancellazione dell’Irap – di 75 miliardi di euro.


    Il recupero della base contributiva conseguente alla riforma non sembra essere in grado di scalfire in modo significativo queste stime. In base all’esperienza passata, il rientro dei capitali rappresenta una fonte di entrate incerta e comunque di tipo una tantum (cioè non ripetibile). Prendendo gli studi sul caso russo, la riemersione dei redditi potrebbe attenuare la perdita, lasciando comunque una riduzione di entrate fiscali di 89 miliardi per la proposta di Forza Italia e di 70,5 per la proposta della Lega, che comunque solleva i problemi di equità di cui abbiamo parlato.
    Rimane che le proposte di flat tax di Forza Italia e della Lega sono lontane dall’autofinanziarsi.

    http://www.lavoce.info

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