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  • 11/10/2008 Lo stato della crisi (Nane Cantore, http://www.canisciolti.info

    Ricerca personalizzata

    Si è detto in diverse occasioni che la crisi finanziaria in corso colpisce le diverse economie nazionali in modo molto differenziato, esacerbando lo stato di prostrazione dell'economia americana, gonfiata dalla bolla di liquidità e che ora deve fare i conti con i risultati della straordinaria miopia con cui sono stati gestiti il debito pubblico, gli istituti di credito e le strategie aziendali. In Europa, la situazione è estremamente complessa, visto che i livelli di indebitamento di consumatori e aziende sono profondamente differenziati, così come le regole a cui devono sottostare gli istituti di credito; in questi anni di dominio dell'ideologia del mercato, tutto ciò che le istituzioni europee hanno saputo fare è stato un allargamento della concorrenza nell'ambito comunitario e alcune meritorie iniziative antitrust, ma nulla che somigliasse a una normativa vincolante per le banche dell'Unione.

    Ne consegue che, per quanto possa essere utile aprire un confronto europeo, e per quanto sia auspicabile che questa crisi finanziaria serva almeno a definire delle regole chiare e stringenti e ad attribuire alla Bce, oltre al controllo della moneta unica, anche alcune funzioni di sorveglianza sugli istituti di credito, tutto ciò non ha nulla a che vedere con le misure di sostegno al mercato finanziario o, meglio, di garanzia per i correntisti.

    Se, infatti, tutti auspicano l'intervento pubblico per ridurre l'impatto della crisi finanziaria, deve esser chiaro che esistono approcci molto diversi, se non opposti: da un lato si possono spendere enormi cifre di denaro pubblico per accollarsi le obbligazioni di carta straccia emesse dalle banche, rimpinguandone i patrimoni a spese dei contribuenti, secondo il modello americano. Dall'altro, si possono adottare delle misure a garanzia dei depositi, per tutelare i risparmiatori e le aziende, ridurre gli effetti della stretta creditizia ed evitare che i correntisti ritirino in massa i loro soldi dalle banche in difficoltà, provocando fallimenti evitabili quanto catastrofici: questa è la via seguita dal piano tedesco, ed è quella da seguire anche altrove.

    Detto questo, va chiarito che la crisi mette a nudo le profonde storture della gestione spensierata delle banche in questi anni, su cui non è certo da ora che si richiama l'attenzione: in altre parole, è necessario definire criteri più stringenti per la gestione del denaro, chiarendo che una banca non è un'impresa come le altre, con la pura e semplice vocazione al profitto, ma che essa dispone di denaro altrui e deve renderne costantemente conto, e che gli istituti di credito hanno senso soltanto se contribuiscono allo sviluppo dell'economia generale e al benessere sociale, e non solo ai loro azionisti.

    Certo, se poi ci si mette a fare come il Soletta del Consiglio, che passa dal catastrofismo alla sicumera nel giro di una frase, che fornisce consigli da promotore finanziario della mutua, che cerca di fare lo statista ma viene sbertucciato prima ancora di rendersi conto di aver detto una scempiaggine, c'è poco da stare allegri; ma ciò vale praticamente per ogni aspetto del vivere in questo meraviglioso Paese baciato dal sole, per cui si sa che l'unica cosa sensata da fare sarebbe liberarsi di questo governo e di tutta la sua compagine di ministri, minestre e minestroni.

    Allargando lo sguardo ad altre parti di mondo, invece, è facile prevedere un paio di sviluppi di una certa importanza, ai quali si dovrebbe prestare tutta la dovuta attenzione. In primo luogo, la recessione americana dovrebbe produrre un cospicuo abbassamento del prezzo delle materie prime, riducendo anche la capacità di assorbimento di alcune economie rampanti, come quelle della Russia e del Sudamerica, il che potrebbe avere ulteriori effetti recessivi sul resto del mondo.

    C'è poi il Golfo, dove i prezzi del petrolio e una serie di altre circostanze hanno prodotto un enorme eccesso di liquidità che ha innescato una serie di bolle, come a Dubai: non è difficile pronosticare un crollo rovinoso da quelle parti, con notevoli conseguenze sul piano geopolitico, tra le quali un'ulteriore perdita di stabilità degli illuminati governi locali. Alcuni Paesi fortemente dipendenti dagli investimenti internazionali si troveranno in pessime acque, e lo dimostra bene il caso dell'Islanda; in Europa, invece, potrebbero aprirsi notevoli opportunità. Se da un lato l'euro è messo a dura prova dalle tempeste dei mercati, dall'altro lo stato di salute dei conti pubblici Ue e la debolezza intrinseca del dollaro dovrebbero rappresentare altrettanti fattori di consolidamento, aprendo finalmente la possibilità di un cambio della guardia tra le valute di riferimento mondiali.

    La sostanziale robustezza delle riserve finanziarie europee dovrebbe anche favorire, in questi tempi di crisi, un sostanziale alleggerimento dei vincoli alla spesa, favorendo gli investimenti e le misure redistributive, il che potrebbe dare una grossa spinta al mercato interno, favorita anche dalla riduzione dell'inflazione resa possibile dal calo del prezzo delle materie prime, anche se bisognerebbe evitare un'eccessiva riduzione dei tassi di interesse. Più importante ancora, comunque, è il rovesciamento del rapporto di forza tra impresa e società, che dovrebbe potersi tradurre in un programma politico e sociale all'altezza della sfida. Se non si mette seriamente mano alle condizioni strutturali dell'economia, finora troppo orientate alla competitività basata solo sull'incremento dei profitti a breve termine, sulla disponibilità di capitale e sulla contrazione del costo del lavoro, la crisi rischia davvero di essere pesante per tutti; ma c'è bisogno di una capacità di progetto e mobilitazione che in Italia manca all'appello da troppo tempo, e che anche in Europa è quasi latitante.

    Nane Cantore

    http://www.canisciolti.info

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