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  • 25/09/2007 Perché non è un altro 1929 (Charles Wyplosz, Gianni Toniolo, http://www.lavoce.info)

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    L’economista americano Irving Fisher spiega la Grande crisi con gli effetti di una caduta dei prezzi sull’occupazione e la produzione nel caso di un’economia nella quale famiglie e imprese sono fortemente indebitate.

    La Depressione degli anni Trenta

    Il boom degli anni Venti aveva visto un’espansione senza precedenti non solo del finanziamento bancario alle imprese ma, per la prima volta, anche del credito al consumo. La caduta dei prezzi di molti prodotti di base rese insostenibile per talune imprese il servizio del debito, il cui prezzo non diminuiva di pari passo con gli altri, causandone il fallimento. I lavoratori licenziati non riuscirono a fare fronte ai debiti accumulati mettendo in crisi le banche più deboli. I disoccupati diminuirono i propri consumi, causando altri fallimenti di imprese che crearono ulteriore disoccupazione e misero in crisi altre banche - e le crisi bancarie, come vediamo in questi giorni, hanno la pericolosa tendenza a essere contagiose. Questo circolo vizioso fu particolarmente perverso negli Stati Uniti dei primi anni Trenta.
    Un meccanismo analogo, seppure del tutto indipendente, si creò a livello internazionale, contribuendo ad alimentare il circolo vizioso della trasmissione della crisi da una sponda all’altra dell’Atlantico. Negli anni Venti, la Germania aveva accumulato un enorme debito verso poche grandi banche americane e inglesi per finanziare il proprio disavanzo commerciale e le riparazioni di guerra. Un rialzo dei tassi di interesse e una diminuzione delle esportazioni, accompagnati dal virtuale fallimento delle principali banche tedesche, obbligarono la Germania (o le consentirono) a sospendere il servizio del debito estero con effetti a catena sui sistemi finanziari inglese e americano, oltre che sulla domanda di importazioni tedesche dal resto del mondo.

    E quella di oggi

    Se esistono analogie tra il 1929 e il 2007, vanno ritrovate nei due elementi della caduta dei prezzi in un’economia caratterizzata da forte indebitamento e nel disavanzo esterno di un grande paese, in questo caso gli Stati Uniti, finanziato da massicci flussi di capitale dal resto del mondo. Oggi, tuttavia, solo le famiglie, ma non le imprese, americane sono fortemente indebitate e la caduta dei prezzi riguarda il solo settore immobiliare. Quanto al debito estero americano, è assai meno concentrato di quanto non fosse nel 1931 quello tedesco e i mercati finanziari nei quali è trattato sono molto più spessi, diversificati, efficienti. Inoltre, nei primi anni Trenta, l’ostinazione a mantenere un sistema di cambi fissi agganciato all’oro e la scarsa cooperazione internazionale resero impossibile un aggiustamento graduale. Negli anni a venire è auspicabile che una lenta svalutazione del dollaro e la saggezza interessata dei detentori dei titoli americani facilitino l’inevitabile correzione. Che non sarà indolore, ma non si ripeteranno i drammi economici e politici dell’estate 1931.
    La principale differenza tra il 1929 e il 2007 consiste nell’esperienza accumulata dalla banche centrali nella gestione delle crisi. Nel 1930-31, le banche centrali, per inesperienza, cultura economica datata e incapacità di cooperare, non furono pronte a fornire al sistema la liquidità necessaria. In queste settimane i banchieri centrali non hanno esitato ad allargare i cordoni della borsa, anche a costo di attirarsi critiche largamente ingiustificate.
    Per questi motivi, mi pare eccessivo l’allarme dei commentatori che hanno stabilito strette analogie tra la situazione attuale e quella della Grande crisi per antonomasia. Ciò non significa che la crisi di oggi sarà indolore nel breve termine e priva di conseguenze di lungo periodo.
    A un malato grave si somministrano farmaci salvavita, pur sapendo che ogni medicina ha effetti collaterali. Le attuali indispensabili iniezioni di liquidità avvengono in un momento in cui i prezzi di molti prodotti di base sono in tensione. Finita l’emergenza, i banchieri centrali dovranno tornare a occuparsi dell’inflazione che si accingevano a curare. Una cura differita potrebbe avere effetti più pesanti su redditi e occupazione.
    Bisognerà poi rivedere aspetti importanti della regolazione dei mercati finanziari. La separazione tra le funzioni di banca centrale e quelle della vigilanza bancaria, affermatasi negli ultimi anni, andrà vagliata con nuova attenzione. Più in generale, si tratta di trovare il modo di rendere gli operatori più attenti nell’assumere rischi senza, per questo, eccedere nelle tutele, come avvenne negli anni Trenta, con effetti negativi sull’efficienza e lo sviluppo dei mercati finanziari. Questo compito va affrontato con grande pragmatismo, nella consapevolezza che non si troverà ancora la cura definitiva per le crisi finanziarie. Possiamo però attrezzarci per renderle di volta in volta meno acute, soprattutto nel loro impatto sul reddito e l’occupazione.

  • 23/09/2008 Archivio Crac Lehman Brother, il terrore dei mutui, i risparmi degli investitori
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