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  • 18/12/2006 Nel Maelstrom della frode finanziaria II (Marco Onado, www.lavoce.info)

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    4) Il valore dell’attivo è stato gonfiato con una serie di manipolazioni contabili, che risalgono almeno all’inizio degli anni Novanta.

    Un indebitamento che cresce esponenzialmente non è compatibile con un business dai ritorni tutto sommati modesti, come quelli del settore del latte. Per far quadrare i conti, Parmalat ha fatto ricorso a tutti i trucchi possibili. Alcuni, semplici e che sembrano tratti da un film di Totò e Peppino, consentivano di usare una stessa fattura per ottenere due finanziamenti. Dice infatti Bondi (pag. 5): "uno stesso documento veniva finanziato più volte; tale finanza, impropriamente ottenuta, ha contribuito anch’essa a mantenere in vita artificialmente il gruppo".
    L’attività di falsificazione contabile diventa frenetica, a partire dalla fine degli anni Novanta, perché il buco da coprire è sempre più grosso e il vortice trascina in abissi sempre più profondi. Leggiamo in Malagutti (pag. 143): "Era Tonna [il direttore finanziario] che decideva le modalità tecniche con cui venivano occultate le perdite. In estrema sintesi il sistema funzionava nel modo seguente. Le società industriali iscrivevano all’attivo di bilancio crediti (in realtà inesigibili) che venivano girati a società off-shore del gruppo Parmalat. Di conseguenza, queste finanziarie vedevano aumentare i loro debiti, che risultavano compensati in modo molto semplice, quasi banale: inventando di sana pianta delle poste attive. Ovvero, conti bancari, titoli di credito, bond e quant’altro la fervida immaginazione dei falsari di Collecchhio riusciva ad inventare".
    Abyssus vocat abyssum, avrebbe detto Poe. E infatti, Parmalat si inventa anche il modo di occultare i debiti. Come? Leggiamo ancora Malagutti (pag. 146): "Ricorrendo al vecchio trucco dei cosiddetti back to back. In pratica, una finanziaria estera del gruppo di Collecchio apriva un deposito presso una banca. Quest’ultimo però serviva soltanto a garantire un prestito di uguale entità elargito dallo stesso istituto a un’altra società della galassia Parmalat. In altre parole, il deposito era vincolato, ma il vincolo non veniva segnalato in bilancio".
    L’elenco potrebbe continuare, ma vale seguire il consiglio di Malagutti (pag. 148): "l’elenco delle tecniche di falsificazione contabile potrebbe proseguire ancora a lungo, ma non aggiungerebbe molto al nostro racconto. Meglio fermarsi allora, e citare un semplice dato evidenziato nell’analisi Price Waterhouse Coopers: al 30 settembre 2003 i debiti veri del gruppo Parmalat erano pari a 14,3 miliardi, più del doppio rispetto ai 6,4 indicati nella relazione alla stessa data presentata dalla società, l’ultima firmata da Tanzi".

    5) Il vortice della finanza e delle falsificazioni ha fatto sì che quasi metà delle risorse finanziarie venisse assorbita da interessi e commissioni.

    La relazione di Bondi contiene una tabella istruttiva sull’impiego dei 14,2 miliardi di euro complessivamente ottenuti dal gruppo nel periodo 1990-2003. Il grafico che segue indica appunto come è stata distribuita questa gigantesca torta.

    Gli investimenti in capitale fisico sono solo l’11 per cento del totale; insieme alle acquisizioni arrivano al 38 per cento. Quasi il 40 per cento è rappresentato dal pagamento di interessi: in valore assoluto si tratta di 2,8 miliardi pagati al sistema bancario e 2,5 pagati agli obbligazionisti. Vedremo però che questi ultimi si troveranno al momento del dissesto con una quota ben superiore dell’indebitamento totale.
    Chiosa Bondi (pag. 4): "In definitiva il gruppo si è dimostrato un vero e proprio divoratore di cassa perché cresciuto per linee esterne non redditizie, perché oberato da distrazioni imponenti e perché invischiato, per tentare di occultare lo stato di insolvenza, in operazioni finanziarie di grandi dimensioni e sempre più costose". Insomma, una produzione di debiti a mezzo di debiti che ha arricchito solo il sistema finanziario internazionale.
    Merita poi di essere sottolineato che le uscite non documentate rappresentano il 16 per cento del totale. Si tratta di ben 2,3 miliardi di euro, che pudicamente Bondi definisce "distrazioni" come se fossero dovute solo al fatto che Tanzi si era dimenticato di prendere le pillole per la memoria e si era trovato in tasca qualche spicciolo non suo. In realtà sono i fondi che sistematicamente sono stati sottratti anno dopo anno alla società e agli azionisti di minoranza.

    6) Novembre 2003: si scopre che il re è nudo.

    A partire dal 2002, il mercato era sempre più nervoso sulla situazione finanziaria di Parmalat: non si capiva perché una società con un indebitamento così elevato avesse una liquidità così ingente. Il nervosismo cresce quando vari indizi dimostrano la difficoltà del gruppo a fare fronte agli impegni di rimborso dei bond in essere e a liquidare i presunti investimenti a breve. Alla fine, l’epilogo scontato: il 18 dicembre Bank of America comunica che il deposito per 4,9 miliardi di dollari che una società del gruppo (ovviamente ubicata alle Cayman Islands) pretendeva di avere presso la filiale di New York della banca, semplicemente non esisteva e il documento esibito da Parmalat era un falso. Una fotocopia, per giunta maldestra: Totò e Peppino avrebbero fatto senz’altro di meglio.
    La società viene posta in amministrazione straordinaria e in poche settimane di duro lavoro Enrico Bondi comunica cifre da brivido. Il valore "vero" dell’attivo ammonta a poco più di 2,3 miliardi di euro; il capitale circolante è negativo: quello che resta è praticamente assorbito da crediti privilegiati, a cominciare da quello dei lavoratori. Dedotti i debiti, ne risulta un patrimonio netto negativo per oltre 13 miliardi, come dimostra la figura seguente.


    L’importo delle obbligazioni in essere sfiora i 7 miliardi (una parte soltanto delle quali detenuta da banche per effetto di operazioni di private placement) mentre l’esposizione del sistema bancario (in gran parte banche internazionali) è di poco superiore ai tre miliardi. Dunque il peso prevalente del dissesto è stato spostato dal sistema bancario internazionale a investitori privati e anche istituzionali.

    7) Il piano di ristrutturazione comporta gravi sacrifici per tutti gli investitori. Nonostante il rilancio produttivo, coloro che hanno sottoscritto obbligazioni Parmalat sono ancora ben lontani dal recuperare il capitale.

    Gli azionisti di minoranza hanno quindi perso tutto. Ai creditori (privati risparmiatori e banche) Bondi propone un piano di ristrutturazione "lacrime e sangue", in pratica un grande scambio fra debiti e azioni che prevede un abbattimento drastico del valore di recupero (mediamente un quinto del valore del credito). L’approvazione del piano da parte dei creditori consente la quotazione in Borsa nel 2005 e da allora una ripresa significativa dei corsi. Il valore del titolo, da qualche tempo superiori ai 3 euro rispetto a 1 euro di prima quotazione, significa che le percentuali di recupero sono più che triplicate, ma sono ancora ben lontane dal valore dell’investimento iniziale.
    Fra qualche anno forse la storia del risparmiatore Parmalat si concluderà come quella del marinaio di Poe che narrava la sua avventura: "Una barca mi trasse in salvo – esausto per la fatica e (cessato il pericolo) incapace di parlare al ricordo degli orrori passati. Quelli che mi avevano preso a bordo erano miei vecchi amici, compagni di tutti i giorni, eppure stentarono a riconoscermi, come se fossi stato uno che tornava dal mondo degli spiriti. I miei capelli che erano stati di un nero corvino, erano bianchi come li vede lei ora. Dicono anche che tutta l’espressione del mio viso era mutata. Raccontai loro la mia storia – ma non mi credettero. Ora l’ho raccontata a lei – ma non mi aspetto che le dia più credito di quanto non gliene abbiano dato gli allegri pescatori di Lofoden".

    (1) Vittorio Malagutti, Buconero SpA. Dentro il crac Parmalat, Bari-Roma, Laterza, 2004, pp. 77-78.
    (2) Parmalat Finanziaria SpA in amministrazione straordinaria, Prime sette pagine della Relazione del Commissario straordinario sulle cause di insolvenza di Parmalat Finanziaria SpA e società controllate oggetto della proposta di concordato del 21 giugno 2004. (si tratta dell’unica parte del documento pubblicata sul sito della società).

  • prima parte

  • 23/09/2008 Archivio Crac Lehman Brother, il terrore dei mutui, i risparmi degli investitori
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