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  • 18/12/2006 Nel Maelstrom della frode finanziaria (Marco Onado, www.lavoce.info)

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    Dai drammatici giorni del dissesto Parmalat l’attenzione si è concentrata soprattutto sui temi della tutela dei risparmiatori e del rilancio produttivo del gruppo. È bene però ricordare che il dissesto – uno dei più gravi della storia economica italiana che pure è dolorosamente ricca di fatti criminosi – ha cause finanziarie profonde che mettono in evidenza alcuni vizi strutturali del capitalismo privato italiano e di molte banche, compresa qualcuna di grande tradizione internazionale e altrettanta disinvoltura nei confronti delle operazioni più spericolate.
    Nel terzo anniversario del dissesto è dunque utile compiere un’operazione didascalica per ricordare le cifre fondamentali del clamoroso crack. È troppo semplice attribuire tutto alle frodi: queste sono state lo strumento per coprire una situazione sempre più squilibrata e ovviamente hanno dovuto diventare sempre più grandi e sempre più sofisticate. Come ogni bugia chiama bugie più grosse, così la frode finanziaria trascina l’impresa in un vortice da cui è impossibile sfuggire: un incubo analogo a quello descritto da Edgar Allan Poe nel racconto "Una discesa nel Maelstrom".
    Il mio contributo ha dunque solo finalità didascaliche e si rivolge a quanti, in primo luogo studenti, intendono documentarsi e riflettere su questo importante fatto. I dati sono tratti soprattutto dalla relazione del commissario straordinario, Enrico Bondi, e da quella del consulente (Stefania Chiaruttini, consulente tecnico d’ufficio, o Ctu) di uno dei pubblici ministeri al lavoro sul caso. Il Maelstrom di Parmalat può essere riassunto in sette passaggi ciascuno dei quali verrà documentato con le cifre fondamentali.

    1) Parmalat è sempre stata un’azienda finanziariamente fragile, vittima di una contraddizione insanabile in capo al suo azionista di controllo, Calisto Tanzi, il quale concepiva piani di crescita sempre più ambiziosi, ma nello stesso tempo era totalmente refrattario all’idea di immettere capitali propri nell’azienda.

    Dal negozio di villaggio a una multinazionale presente in 139 paesi: queste le cifre della crescita di Parmalat dal 1962 (circa 100mila euro) al 2003 (oltre 7,5 miliardi), sintetizzate dal grafico che segue. Il che significa tassi di crescita annui del 44 per cento nel primo ventennio e del 21 nel secondo.


    La crescita del fatturato è determinata soprattutto dall’estensione della base produttiva realizzata con acquisizioni in tutti i continenti. Nel complesso, dal 1990 al 2003, il gruppo effettuerà investimenti per 5,4 miliardi di euro, di cui 4 per acquisizioni.
    In una espansione così vistosa non poteva mancare qualche errore di carattere tattico e strategico. Sul primo versante, alcune acquisizioni in paesi stranieri si riveleranno prive di prospettive commerciali adeguate, ma sono errori tutto sommato marginali, inevitabili in una dinamica così intensa (per di più diretta da una sola persona). Il commissario straordinario Enrico Bondi, nella sua opera di risanamento, procederà ad alcuni tagli del core business, ma si tratta di potature di una pianta complessivamente sana. Più gravi sono gli errori strategici, che riflettono vizi antichi degli industriali italiani, sempre pronti a trovare sbocchi in settori che assicurano consenso e appoggi politici (Tv, calcio) ma divorano risorse. Anche questo però non spiega la fragilità finanziaria di fondo e tanto meno le frodi.
    Lo squilibrio strutturale è dimostrato dalla figura seguente, che indica gli investimenti dal 1990 al 2003 e (nei riquadri) i valori dell’indebitamento complessivo alle varie date.


    Il grafico dimostra come la febbre delle acquisizioni abbia fatto esplodere il fabbisogno finanziario (bisogna naturalmente tener conto anche delle esigenze di capitale circolante per soddisfare le esigenze di produzione e vendita su un impero produttivo sempre più vasto) e di conseguenza l’indebitamento. Dal 1990 al 2003, i debiti crescono del 42 per cento all’anno. Il motivo è uno solo: tutta questa crescita è basata solo sui debiti. Niente male per un’azienda che alla fine degli anni Ottanta aveva attraversato la sua prima crisi finanziaria. E questo ci porta alla seconda sequenza del nostro film dell’orrore.

    2) La quotazione in Borsa viene utilizzata solo per risolvere i problemi finanziari dell’azionista di controllo.

    L’eccesso di indebitamento accumulato nei primi venti anni porta a un piano di risanamento curato dalle banche (e favorito dal governo di allora e in particolare da Ciriaco De Mita, allora potente segretario della Dc) e alla quotazione in Borsa.
    Leggiamo quello che scrive un autorevole giornalista finanziario sulla situazione di Tanzi negli anni Ottanta. "La lunga cavalcata dell’ambizioso ragioniere di Collecchio sembrava già molto vicina al capolinea. Gia allora, venti anni fa, la nave Parmalat faticava a tenere il mare. Stava a galla grazie all’appoggio garantito dalle banche. Ma a quel tempo, molto più di oggi, il sistema creditizio dipendeva quasi per intero dai partiti. Ovvero in massima parte dalla Democrazia cristiana, che a sua volta assegnava le poltrone sulla base degli equilibri fra le varie correnti interne. Tanzi, che era di casa nei palazzi democristiani, riuscì così a ottenere il sostegno finanziario di cui aveva assoluto bisogno. Per sopravvivere l’imprenditore emiliano si fece stringere al collo un guinzaglio da cui non riuscì mai più a liberarsi". (1)
    Nel 1989 un gruppo di banche (tutte vicine alla Dc) organizza il pool per il prestito che porta nuove risorse al gruppo in difficoltà e pone le premesse per lo sbarco in Borsa, che però viene realizzato con tre marchingegni finanziari:

    i) la quotazione viene realizzata conferendo Parmalat a una società finanziaria già quotata, praticamente una scatola vuota. In questo modo si evita il collocamento pubblico e la redazione di un prospetto informativo per risparmiatori;
    ii) la conseguenza è che la società quotata (subito ridenominata Parmalat Finanziaria) ha come unico asset una società operativa, dunque è la più classica delle "scatole cinesi".
    iii) La quotazione prevede un aumento di capitale per 600 miliardi, ma nelle casse societarie ne arrivano circa 300 miliardi, perché la società operativa viene ceduta da Tanzi a un prezzo che gli consente esattamente di intascare con la mano sinistra i mezzi che fornisce all’impresa con la mano destra in occasione dell’aumento di capitale.

    Con questa tripla capriola, il gioco è fatto. La crisi finanziaria è superata (almeno in apparenza) e Parmalat Finanziaria è controllata al 51 per cento da una società (Coloniale) della famiglia Tanzi, di cui Calisto detiene comunque il 51,8 per cento. Come afferma il Ctu (pag. 49): "L’operazione (...) consente alla famiglia Tanzi, sostanzialmente senza esborsi di denaro, ma con i soli 300 miliardi raccolti sul mercato: i) di reperire il denaro necessario alla ricapitalizzazione di Parmalat; ii) di acquistare Parmalat ponendola sotto il controllo della società quotata, che poi muterà la sua denominazione in Parmalat finanziaria; iii) di mantenere il controllo della società quotata stessa".
    Lungi dal placare le ambizioni dell’imprenditore emiliano, questo nuovo assetto è la premessa per un’ulteriore espansione senza freni sempre basata sull’indebitamento. Dal 1990 al 1994 l’indebitamento quintuplica (tasso di crescita annuo del 53 per cento). Ma il tasso di crescita quasi raddoppia nel quadriennio successivo che porta il debito a 7,7 miliardi alla fine del 1998. Cosa è successo in questo periodo?
    Semplicemente Tanzi è sceso ulteriormente nel vortice del Maelstrom, cioè al livello in cui secondo la ricostruzione del Ctu (pag. 59) "entrano in scena una serie di istituti di credito inernazionali che seguono l’espansione del gruppo nella vesta di advisor nell’ambito delle operazioni di acquisizione e/o di lead manager di emissioni obbligazionarie". Sono queste banche (pag. 61) che concepiscono "una serie di operazioni di finanziamento con formule e clausole del tutto innovative" e spingono il gruppo "a porre in essere una serie di operazioni di vera e propria finanza strutturata".
    Di fatto dunque è chiara la terza sequenza del nostro film.

    3) La quotazione in Borsa è il trampolino di lancio per l’esplosione dei debiti, non per la raccolta di capitale di rischio.

    Dal 1990 al 2003, le operazioni sul capitale portano alle casse di Parmalat solo 416 milioni di euro, cioè il 7,7 per cento degli investimenti realizzati, il 3 per cento della crescita complessiva del debito.
    Secondo la ricostruzione del commissario straordinario Enrico Bondi, la gestione ha fornito risorse per 1 miliardo circa. (2)
    Il che significa che l’indebitamento è cresciuto di ben 13,2 miliardi.
    Il motivo è uno solo: ogni aumento di capitale avrebbe costretto Tanzi a mettere mano al portafoglio se voleva mantenere da solo la maggioranza assoluta del gruppo. Di fatto, la leva azionaria concessa dal gioco delle scatole cinesi gli avrebbe consentito di sborsare solo il 25 per cento delle nuove risorse, ma anche questo era giudicato evidentemente eccessivo. Perché tirare fuori un solo euro, quando ci sono tante banche là fuori pronte a organizzare operazioni sempre più sofisticate e complesse?
    Nei tempi della contestazione operaia una mano ignota aveva scritto sui muri di Mirafiori: "mi fate passare otto ore al giorno in questo inferno e pretendete anche che lavori?". Il motto di Tanzi suona più o meno così: "sono un imprenditore pieno di idee e di capacità realizzative e pretendete anche che ci metta i soldi?"
    Di fatto però i soldi saranno non solo quelli delle banche, ma soprattutto quelli dei privati risparmiatori, perché dalla metà degli anni Novanta l’indebitamento si sposta sempre di più verso il mercato obbligazionario, come vedremo fra poco.

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  • 23/09/2008 Archivio Crac Lehman Brother, il terrore dei mutui, i risparmi degli investitori
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