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  • 20/05/2006 Mercati e Legalità (Francesco Vella, www.lavoce.info)

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    L’ultima legislatura ha segnato un momento importante nel diritto dell’economia: riforme come quella delle società e delle procedure concorsuali hanno modificato un ordinamento ormai obsoleto che condizionava le potenzialità di sviluppo delle imprese.
    Sarebbe sbagliato se il nuovo Governo cedesse a tentazioni giacobine smantellando un impianto legislativo che ha, invece, bisogno ancora di sedimentazione e sperimentazione per entrare a pieno regime e dare i suoi frutti.

    Le garanzie per imprese e investitori

    Questo non significa, però, rinunciare ad alcuni incisivi interventi assolutamente necessari, e colpevolmente tralasciati, proprio per far funzionare quelle riforme.
    Non si tratta solo della ormai scontata esigenza di un riequilibrio dell’apparato sanzionatorio che, una volta demolite, queste sì, le norme a protezione di interessi personali, rappresenti un buon presidio alla veridicità dei dati contabili delle imprese. C’è, infatti, bisogno di un generale rafforzamento dell’insieme delle tutele, usando un termine molto di moda potremmo dire della legalità, nella regolamentazione dell’attività di impresa.
    Così, se nel diritto societario va attentamente rimeditato il complesso dei controlli giudiziari sulle irregolarità gestionali, sensibilmente indeboliti dalla riforma in particolare per le società non quotate, nella disciplina delle procedure concorsuali deve essere recuperato il ruolo di garanzia del giudice non solo nelle procedure ordinarie, ma anche e soprattutto in quelle straordinarie, dominate da un presenza pervasiva e troppo discrezionale della pubblica amministrazione.
    Sempre nella prospettiva di un rafforzamento delle garanzie, bisogna riprendere il percorso, interrotto nella scorsa legislatura, per introdurre strumenti che consentano un rapido, efficiente e poco costoso accesso alla giustizia per gli investitori colpiti dai grandi crac. Una equilibrata disciplina della class action, che tenga conto dei limiti di compatibilità del nostro ordinamento, rappresenta un mezzo di tutela economica per tutti coloro che hanno poche disponibilità per affrontare lunghi processi. E una forma di giustizia più selettiva rispetto ai rimborsi generalizzati previsti dall’ultima Finanziaria Inoltre, la sua efficacia deterrente, senza, ovviamente, avere effetti "miracolistici", può contribuire a prevenire il ripetersi di fenomeni di criminalità economica.

    Buoni giudici per buone regole

    Tutti questi interventi presuppongono, però, un adeguamento della organizzazione e della qualificazione professionale dei giudici per offrire soluzioni adeguate e tempestive ai nuovi compiti. E presuppongono, quindi, il superamento delle forti resistenze corporative che finora hanno impedito di creare una giustizia specializzata. Non solo gli avvocati, timorosi di una riduzione del volume di attività, ma anche una buona parte dei giudici hanno bloccato tutte le proposte, contenute già nell’originario progetto di legge della riforma societaria, per creare sezioni specializzate in materia societaria e finanziaria. In sostanza, anche per i magistrati deve valere il banale principio della qualità dei servizi offerti, per garantire una effettiva tutela ed equità nei rapporti tra imprenditori, consumatori e investitori. D’altronde, uno strumento così rilevante, ma anche delicato e sofisticato, come la class action, in mano a un magistrato privo di approfondite conoscenze e non coadiuvato da una adeguata organizzazione, corre il pericolo di avere effetti esattamente opposti a quelli desiderati.

    Le Autorità di controllo

    Analoghe resistenze hanno frenato un’altra importante riforma utile per la "legalità" sui mercati finanziari. Si è ripetuto fino alla noia come la causa principale dei recenti scandali siano state le evidenti lacune nel sistema dei controlli, interni ed esterni. Ma mentre per i primi con la legge sul risparmio si è posto qualche rimedio, per i secondi si è fatto poco. Incrementare i poteri delle Autorità e dare loro strumenti rapidi e incisivi è importante, ma gli ultimi dissesti mettono in evidenza come il vero problema sia quello di una razionalizzazione e riorganizzazione delle competenze per evitare che si creino aree grigie che possono incentivare comportamenti elusivi o illeciti.
    La legge sul risparmio è intervenuta solo sulla concorrenza bancaria, ma non ha operato nessuna semplificazione. Al contrario, nella classica zona Cesarini, il Governo ha pensato bene di rifilarci una nuova e fantomatica "commissione per la tutela del risparmio" della quale nessuno ha finora capito quali siano i compiti. Insomma, la confusione regna sovrana. E dalle future aggregazioni e concentrazioni sui mercati nasceranno nuove esigenze di controlli più stringenti ed efficaci che l’attuale assetto di vigilanza non soddisfa. Ad esempio, nella turbolenta vicenda Unipol-Bnl in pochi hanno colto il vero problema che quella aggregazione avrebbe generato e cioè il fatto che quando nasce un grande operatore polifunzionale non è ben chiaro chi e come debba esercitare il controllo (la normativa sui conglomerati è alquanto confusa). Il rischio è quello di inutili sovrapposizioni e soprattutto di una mancanza di chiarezza circa l’attribuzione di responsabilità per gli interventi preventivi e successivi nelle ipotesi di patologia. Senza tener conto, poi, dei costi che i grandi gruppi devono affrontare nell’interloquire con molti organismi di controllo, ciascuno con il suo linguaggio e i suoi poteri.

    Un nuovo Testo unico bancario?

    In conclusione, un futuro legislatore attento ai bisogni di correttezza e trasparenza di imprese e mercati, più che andare alla ricerca di nuove regole, dovrebbe occuparsi di una "buona applicazione" di quelle già esistenti, con un’unica, ma importante eccezione: il Testo unico bancario.
    È una normativa relativamente recente, ma che alla prova dei fatti, non ha sempre garantito criteri di vigilanza efficaci, oggettivi e uniformi. Ad esempio, l’uso illegittimo che per lungo tempo si è fatto dei poteri autorizzatori per difendere l’"italianità" del sistema creditizio, e il rischio che una banca al cui interno si sono manifestati fenomeni di criminalità economica potesse acquisire, sempre per un uso disinvolto di quei poteri autorizzatori, il controllo di altre banche, dimostrano come un ripensamento complessivo su questi aspetti sia necessario. Anche in questo caso, deve essere un ripensamento equilibrato e senza spiriti giacobini, tenendo presente che i controlli di stabilità sulle banche sono un bene prezioso per i mercati, ma debbono, appunto, essere rispettosi dei mercati e lontani da ogni tentazione dirigistica. La speranza è che il Parlamento trovi i tempi e le energie necessarie per programmare seriamente una così importante riforma


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