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  • 29/08/2005 Le cooperative e la finanza (Francesco Vella, www.lavoce.info)

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    Nel classico polverone delle italiche discussioni estive questa volta sono finite le cooperative. Si è diffusa l’idea che, al di là della valutazione della regolarità delle procedure e del merito industriale dell’operazione, l’offerta Unipol sulle azioni della Bnl rappresenti in se per sé una anomalia in quanto del tutto estranea alle finalità delle cooperative: l’accesso al mondo della finanza comporterebbe una sorta di snaturamento del dna dell’impresa mutualistica. In queste discussioni, accanto a seri tentativi di analisi vi sono anche poco nobili strumentalizzazioni politiche, che finiscono per aumentare la confusione e, paradossalmente, occultare i veri e spinosi problemi che le cooperative devono, ma spesso non vogliono, affrontare.

    Un’attività consolidata

    È veramente singolare che dopo decenni di consolidate esperienze delle cooperative nel mercato finanziario, qualcuno si accorga ora che questo sarebbe un pericoloso diavolo tentatore da evitare a tutti i costi. In particolare, le imprese di assicurazione da tempo realizzano una strettissima integrazione con altre attività, non soltanto sul piano organizzativo attraverso lo sfruttamento dei canali distributivi delle banche, ma anche su quello dell’offerta dei prodotti, alcuni dei quali hanno un contenuto quasi esclusivamente finanziario. Ed è una integrazione ormai riconosciuta dall’ordinamento che manifesta una inequivocabile tendenza ad uniformare la regolamentazione dei diversi prodotti e comparti, tutti ricompresi, nella recente direttiva comunitaria sui conglomerati, nell’ambito del "settore finanziario".
    Si può discutere sulla validità e opportunità di queste scelte sotto il profilo strategico, ma negare a una impresa cooperativa (o controllata da cooperative) la possibilità di effettuarle non ha senso: il carattere delle mutualità, che consiste nella gestione di servizio a favore dei soci, non è, né è mai stato, esclusivo di alcune attività. Anzi, la finanza consente occasioni di crescita e di sviluppo che lo possono ulteriormente valorizzare. E, almeno per chi non ha una concezione ottocentesca della cooperativa, proprio non si capisce per quale motivo la "grande" dimensione dovrebbe giustificarsi solo quando si vendono saponette o si costruiscono case.
    Il nostro ordinamento riconosce il servizio mutualistico, prescindendo da qualsiasi limite settoriale e dimensionale. Pone però precisi vincoli nella distribuzione degli utili e lega le incentivazioni fiscali alla prevalenza dei rapporti con i soci.

    Le deleghe di voto e la rotazione degli amministratori

    Proprio in virtù di queste caratteristiche, le cooperative si distinguono per alcune "peculiarità" che rappresentano la ragione stessa della loro esistenza. Devono cioè avere una governance incardinata su principi di democraticità e partecipazione dei soci. La democrazia interna, la trasparenza, la centralità e il coinvolgimento dei soci, la considerazione nelle prassi gestionali di una molteplicità di interessi collettivi, sono elementi intimamente legati con le finalità mutualistiche.
    Se le cooperative, come in fin dei conti è naturale, intendono ampliare la propria operatività e conquistare nuovi terreni per competere sui mercati, devono conservare e valorizzare simili peculiarità, che invece, ed è appunto questo il problema, corrono il rischio di essere fortemente appannate, se non del tutto annullate. Qualche esempio concreto può essere utile.
    Oltre ai vincoli alla distribuzione degli utili, vi sono alcuni istituti che sono propri del modello cooperativo, come il principio "una testa un voto": rappresenta la massima espressione di democrazia societaria e, secondo molti, avvicina di fatto le cooperative alla forma pura di public company. È evidente però che, soprattutto nella grandi e grandissime cooperative con una compagine sociale diffusa, il voto per testa finisce con il disincentivare la partecipazione dei soci e scoraggiare un effettivo ed efficace monitoraggio dell’operato degli amministratori, i quali, oltretutto, non subiscono nemmeno l’effetto "minaccia" derivante da possibili ricambi del controllo non graditi. Le cooperative non sono adeguatamente contendibili.
    La recente riforma societaria ha in qualche modo tentato di affrontare questi problemi con scelte in alcuni casi coraggiose, che però in alcuni casi non sono sufficienti, e in altri sono state successivamente svuotate.
    Così, la possibilità di raccogliere deleghe di voto potrebbe rappresentare un utile strumento per favorire l’organizzazione dei soci, il controllo e il ricambio delle gestioni amministrative. Ma la soglia prevista di un massimo di dieci voti esercitabili per delega, nelle cooperative con migliaia di soci, risulta irrisoria e del tutto insignificante. E, proprio in una prospettiva di maggiore "democraticità", la riforma societaria aveva imposto l’obbligo di rotazione per gli amministratori, con la indicazione di un tetto massimo di tre mandati consecutivi. Era quella una norma tecnicamente migliorabile, ma che mirava proprio a prevenire i rischi di autoreferenzialità degli organi di governo delle cooperative denunciati, è bene ricordarlo, dalle stesse organizzazioni di categoria. Tuttavia, un successivo decreto correttivo ha repentinamente "riformato la riforma", abolendo la disposizione senza che si sia levata alcuna voce contraria.
    Non vi è alcun dubbio che le regole di una governance "democratica" presentano costi di applicazione. Ma sono sacrifici che le cooperative devono necessariamente e con lungimiranza sopportare se vogliono crescere marcando la loro diversità organizzativa rispetto alle altre società.
    Altrimenti, il pericolo è che il richiamo ai principi mutualistici diventi vuota retorica e che trovino sempre più ascolto le ragioni di chi le vuole "piccole

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