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29/07/2005 Il Governatore, l’Italia e le Banche (Tito Boeri, Francesco Giavazzi, Marco Pagano, Francesco Vella, Marco Onado, www.lavoce.info)

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Sotto il dipinto di San Sebastiano, nell’ufficio del Governatore della Banca d’Italia hanno lavorato Luigi Einaudi, Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi, Carlo Azeglio Ciampi. In più occasioni la reputazione della Banca è stata cruciale per la credibilità dell’Italia. Senza questa reputazione probabilmente non avremmo ricevuto lo stand-by del Fondo monetario internazionale che nel 1976 ci consentì di superare un momento molto difficile. Durante le vicende di Tangentopoli il capitale umano della Banca, da Carlo Azeglio Ciampi a Lamberto Dini, evitò il collasso delle istituzioni della Repubblica. E’ un patrimonio che oggi rischiamo di perdere.

Un problema di regole e di persone


I problemi della Banca d’Italia non si limitano alla leggerezza e allo scarso senso dello Stato dimostrati in questi mesi da Antonio Fazio, di cui abbiamo criticato l’operato in anni non sospetti, quando essere critici del Governatore era considerato da molti economisti quasi un tradimento. All’origine dei problemi della Banca vi sono le regole che sovra-intendono al suo operare. Innanzitutto la responsabilità per la concorrenza, che fa a pugni con quella per la stabilità del sistema finanziario. E poi il mandato a tempo illimitato, che sottrae il Governatore ad ogni forma di accountability. E il fatto che non ci sia collegialità nelle decisioni, al contrario di quanto avviene nella BCE. Si tratta semplicemente di applicare le regole già previste per la Banca Centrale Europea. Problemi che in passato non sono emersi per la misura e la correttezza dei precedenti Governatori, ma anche perché il loro potere di indirizzo sul sistema finanziario era limitato da un assetto proprietario ingessato e sostanzialmente tutto pubblico.
Con l’avvio delle privatizzazioni la Banca ha potuto esercitare la sua funzione di regolatore del nostro sistema finanziario e il Governatore è diventato l’arbitro unico di aggregazioni e ristrutturazioni, dotato di un potere assoluto, senza dover rispondere ad alcuno del suo operare. Nonostante un caso di evidente successo, Unicredit, il modo in cui Antonio Fazio ha interpretato questo ruolo ha prodotto effetti deludenti: aggregazioni negate senza spiegare perché, altre autorizzate senza che ne fossero evidenti le sinergie e soprattutto un’ostinata chiusura all’ingresso di banche estere in Italia. Il risultato è un sistema bancario tra i più costosi d’Europa .

La responsabilità del governo

A questo punto la responsabilità è del governo. Esso ha i poteri per intervenire mettendo fine ad una vicenda che ha leso la credibilità dell’Italia nel mondo. Non si tratta di inventare alcunché di nuovo, ma semplicemente di adeguare lo statuto della Banca d’Italia a quello della Banca centrale europea. Mandato a termine del Governatore (con una norma transitoria, compatibile con i principi comunitari, che preveda le dimissioni del Governatore in carica qualora abbia superato il nuovo termine stabilito dalla legge) un direttorio che, sul modello del Comitato Esecutivo della BCE, assuma le sue decisioni su base collegiale e forme di accountability adeguate. In questa prospettiva è necessario anche intervenire sulle competenze attribuendo quelle di Antitrust sulle banche all’Autorità per la concorrenza. Se il Governo non ha la forza di portare in porto la legge di riforma del risparmio, almeno stralci questi due provvedimenti. Stare a guardare, dando l’impressione di non poter far nulla è un atteggiamento irresponsabile che rischia di dilapidare il grande capitale di competenze e credibilità che rimane nella Banca d’Italia.

  • Commenti

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