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  • 24/03/2007 Non c’è più religione (Carlotta Martini, http://www.canisciolti.info)

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    Io, se fossi una sant’Agnese vergine e martire o una semplice sant’Eulalia, comunque una santa del calendario, mi coalizzerei con i miei compagni, dai santi dei 30 dì che ebbe novembre con april, giugno e settembre, ai venerabili dei 28 ce n’è uno, fino ai santi di tutti gli altri che ne han 31, per combattere l’invasione delle ricorrenze mondane decise a soppiantare i divini del lunario: la giornata dell’amore, la festa della donna, poi, via con le celebrazioni dei parenti, papà, mamma, nonni… Ce n’è per un anno intero. Mi meraviglio che il nostro Benedetto XVI non ci abbia ancora pensato.

    Ad esempio, del 14 febbraio dedicato a San Valentino nessuno, tranne i ternani, rammenta che fu vescovo di Terni. Arrestato per ordine dell’imperatore Aureliano, dopo un primo arresto sotto l’imperatore Claudio il Gotico per il reato di aver unito in matrimonio una giovane cristiana con un centurione pagano, fu martirizzato nel 273 con la decapitazione. San Valentino è invece popolarissimo, dopo millesettecento anni, come patrono degli innamorati, etichetta che gli venne appiccicata fin dall’alto Medioevo, nel 496, quando papa Gelasio I escogitò una festa meno carnale dei Lupercalia allora in voga, che era un festival della fertilità in onore del dio Lupercolo; si celebrava il 15 febbraio sul colle Palatino, dentro una grotta dove donzelle e damigelli si davano alle danze ecc. Secondo una leggenda più zuccherina, il patronato dell’amore sulle spalle di San Valentino cadeva il 14 febbraio, giorno ritenuto la data d’inizio per gli uccelli di assecondare, alla loro maniera artigianale — fabbricandosi un nido — il risveglio della natura e dei sensi. È dunque l’amore a guadagnarci da tutta l’operazione? Chi ci guadagna, da quasi un secolo, è la Perugina con i suoi Baci, nobilitati da una rozza origine (si chiamavano “cazzotti”) e corredati di bigliettini sentimentali e affini. “Per un tuo bacio tornerei nel nulla. Per un tuo bacio svellerei ogni cosa” si languiva in un cartiglio del 1920. Dopo 87 anni si passa a un disinibito “Ti spoglierei lentamente… ”.

    A ruota, il 16 febbraio si festeggia la giornata del “M’illumino di meno”, in termini prosaici, del risparmio di energia, tanto per far rivoltare nella tomba Giuseppe Ungaretti e santa Giuliana di Nicomedia martire, alla quale dovrebbe essere consacrato questo giorno.

    Passano nemmeno due settimane, e invece di pregare il santo eremita Corrado Confalonieri si solennizza la giornata della lentezza. È un repentino ridestarsi, della durata di ventiquattr’ore, contro la sacralità dell’efficienza e dello stakanovismo che non finiscono di bombardare l’individuo dall’epoca della rivoluzione industriale, è il ripudio del mito di correre, già rinnegato in altri tempi per la sua inutilità, con l’elogio di Esopo alla tartaruga e lo smacco di piè veloce.

    Neanche un mese dopo arriva l’8 marzo, riservato a San Giovanni di Dio, ormai scalzato dalla festa della donna, quantunque i media, nei giorni precedenti, non la reclamizzino affatto, forse perché si tratta di una commemorazione parsimoniosa quanto ad acquisti: non si sono mai messi in programma altro che ciuffi di mimose, in compenso più cari delle orchidee (quest’anno già appassiti alla data di scadenza), e cenette fra correligionarie. I nomi dei collettivi continuano ad essere pervasi di autocommiserazione. Le donne, che non disdegnano mai di piangersi addosso, si sentono schiave non diversamente da quando prese vigore popolare il movimento di liberazione femminile, nel secolo scorso, tant’è vero che i movimenti si chiamano, ad esempio, “Libere tutte”, per citarne uno fra i più allegri.

    Il vento degli anni ha disperso l’interesse della maggioranza femminile verso proclami vecchi e nuovi sventolati l’8 marzo, per “l’autodeterminazione delle donne: libertà di scelta su sessualità, maternità, aborto; per la laicità dello Stato, garanzia dei diritti di donne e uomini nelle scelte sessuali e affettive; per la presenza delle donne in tutti i luoghi decisionali; contro ogni fondamentalismo e contro ogni forma di violenza sulle donne”. La sera, intorno a una tavola a buon mercato, gli appelli vengono riposti fino all’anno dopo, diluiti in qualche canzone di lotta, “Volantinare per una città meno inquinata, nevrotica e mortale alle fermate dei tram la sera è per un momento guardare visi spenti di stanco opaco patire, di monotona sorte subita… Volantinare l’otto marzo è ricevere un po’ di sorrisi, qualche guizzo di interesse, alcuni ‘no grazie’ ‘…ma è per le donne…’, ‘ormai…’ ”.

    Con o senza il permesso del governo, con o senza il permesso della Chiesa, la maggior parte delle donne cammina, battaglia, vince e si arrende su strade parallele a quelle tracciate dalla politica e dalla religione. Chiuse in gioie e dolori giorno dopo giorno, le donne hanno smesso da un pezzo di condividere con le altre sentimenti e progetti. Ha detto Lia Celi: “Il vero problema non è la data, né le mimose vendute a peso d'oro o un paio di marcantoni con le balle di fuori che sculettano per le signore in discoteca. È che da noi nessuno sa più festeggiare nulla, né l'Otto marzo né altro. Ogni Festa nasce dal bisogno di una comunità di fermarsi per un giorno a ringraziare, ricordare, sperare. Ringrazi per il buon raccolto, per la nascita di un dio, per la sconfitta dell'inverno o del nazismo, per l'emancipazione femminile. Ricordi la carestia, la schiavitù dello spirito, l'oppressione del gelo, del nemico, del maschio. Speri in un riscatto definitivo da fame, schiavitù, oppressione e maschilismo nell'altro mondo (feste religiose) o in questo (feste laiche). Da tutto questo, vissuto insieme agli altri e alle altre, nasce la gioia della festa. Memoria, gratitudine, speranza e gioia oggi sono merce rara. Stavo per scrivere ‘in Occidente’, ma pare che si sia globalizzata anche l'infelicità”.

    Sempre a marzo, precisamente il 19, bussa la festa del papà, in concomitanza con quella del santo in calendario, tramite le frittelle a lui dedicate, il famoso Giuseppe. Pur essendo un modesto falegname, ebbe l’onore di sposare una ragazza madre messa incinta nientedimeno che da Domineddio. È giustamente protettore degli orfani e delle ragazze nubili, come sarebbero stati Gesù e Maria se lui non se li fosse accollati.

    San Giuseppe era l’unico titolare della festa prima degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ma anche molti padri ora pressoché bisnonni, nati negli anni ’20, si sono prontamente adeguati a condividere le celebrazioni a base di regali, vini, cravatte, orologi, telefonini. Il signor Attilio, condomino del palazzo dove abito, l’anno scorso si è preso un infarto per la festa del papà, la sera stessa. Classe 1925, è modernissimo: uno dei primi divorziati in Italia, approdato a nuove nozze, poi a una convivenza, ha messo insieme tre figlie. L’infarto gli è venuto dal patema che né la figlia di primo letto, né quella avuta dalla seconda moglie, né la terza, venuta fuori dalla convivenza, si siano ricordate di fargli almeno un portachiavi.

    Intanto che “primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta”, la seconda domenica di maggio arriva la festa della mamma. Quest’anno combacia addirittura col giorno dedicato a Nostra Signora di Fatima. L’origine, come quella della festa del papà, è americana, sbocciata dalla proposta di una donna di nome Anna M. Jarvis dopo la morte della propria madre. Nel 1914 il presidente Wilson annunciò la delibera del Congresso per istituire il Mother's Day. E in Italia? “La tua mamma vien ridendo, vien ridendo alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Il suo vivo e rosso cuore, e lo colloca ai tuoi piedi, con in mezzo ritto un fiore: ma tu dormi e non lo vedi!”. Il fiore a lei riservato è il garofano, il più economico in commercio.

    Mancava un giorno dedicato agli antenati. Lacuna colmata da poco, nel 2005, limitatamente ai nonni, con la legge n. 159 del 31 luglio 2005, riconoscendo la “dovuta importanza al ruolo svolto dai nonni all'interno delle famiglie e della società in generale”. Non per nulla la data da spartire con la divinità è il 2 ottobre, festa degli angeli custodi. Nessuno ignora che i nonni sono una risorsa finché si reggono in piedi per affidare loro i nipoti, dopo che hanno badato ai figli fino a cinquant’anni e oltre. Angeli custodi a basso costo quanto a festeggiamenti: colesterolo, diabete, pressione alta non consentono molto più di un petto di pollo e un contorno di bietole. Anche i regali sono alla portata di ogni tasca. Siamo in autunno, basta una sciarpa, un paio di pantofole. Ingente è invece il risparmio ricavato in baby-sitter.

    Finalmente, prima delle solennità di fine anno, il 25 novembre si celebra l’anticonsumismo, il Buy Nothing Day, la giornata mondiale del non acquisto, boicottaggio del sistema capitalistico. Non comprar nulla per 24 ore è poco popolare in sé, a meno di non appartenere a una delle seguenti categorie: disoccupati, casalinghe senza un lavoro fuori casa, nonni con figli, generi, nuore e nipoti a carico, famiglie e single che “il 21 del mese i soldi sono già finiti”.

    Carlotta Martini

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