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24/02/2009 Il federalismo costa solo se fallisce (Gilberto Muraro, http://www.lavoce.info)

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Il federalismo fiscale promette un risparmio, non maggiori spese. Perché il riferimento al costo standard elimina le inefficienze insite nella spesa storica. Il risparmio atteso sarà comunque quantificabile solo quando i decreti legislativi preciseranno le norme operative. Si trasformerà in costo solo in caso di fallimento della riforma e quindi di duplicazioni di funzioni e burocrazie o di irresponsabili sanatorie, come purtroppo già successo in passato. Il quesito di oggi riguarda quindi non le cifre, ma la probabilità di successo o di fallimento del progetto.

Da più parti si chiede a gran voce di conoscere i costi del federalismo fiscale. È una richiesta che desta stupore. Non tanto perché è chiaramente intempestiva, dato che il disegno di legge delega approvato dal Senato rimane a livello di principi; sicché occorrerà attendere i decreti legislativi e le norme precise che essi conterranno per fare calcoli. Quanto piuttosto perché la richiesta è mal posta. Perché mai dovrebbe esserci un costo del federalismo fiscale? Sembra che si sia di fronte al progetto di un’autostrada, che promette grandi benefici futuri, ma di cui intanto è bene conoscere la spesa prevista. Ma qui si tratta di una riorganizzazione dei rapporti tra centro e periferia, a parità di funzioni complessive. Perciò non di costo si tratta, ma di risparmio atteso. Si può infatti dire a priori che il federalismo fiscale abbasserà il livello complessivo della finanza locale. Se funzionerà. Sarà il costo standard, infatti, e non il costo storico a determinare quanto dare alla periferia. Un costo ancora da definire, è vero. Ma un costo basato su un concetto chiaro: che la spesa necessaria all’adempimento dei compiti affidati a regioni, province e comuni va valutata in base a un ragionevole standard di efficienza, senza più accettare l’inefficienza insita in molti casi nella spesa storica.

CATTIVI ESEMPI

Dire che il federalismo fiscale promette un risparmio, sia pure non quantificabile ora, equivale a dire che un eventuale maggiore costo è concettualmente associabile non alla riforma, bensì al suo fallimento. Se la macchina burocratica centrale non verrà ridotta in cambio della dilatazione di quella periferica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà un doppio costo. Oppure, se numerosi comuni, province e regioni si terranno le maggiori risorse locali che una dilatata autonomia tributaria consentirà loro di prelevare e poi chiederanno a Roma quanto o più di quello che ottengono ora e lo otterranno da un governo e un Parlamento ricattati dai buoni sentimenti o preoccupati dalle prossime elezioni più che dalle crepe delle finanza pubblica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà una spesa aggiuntiva e non un beneficio per la nazione.
Non sarebbe la prima volta che un vantaggio atteso si trasforma in danno.Èben noto il paradosso del maggiore impiego pubblico statale che si è manifestato dopo il forte decentramento di funzioni introdotto a fine anni Novanta dalle leggi Bassanini. E per quanto riguarda il mancato rispetto delle regole nel rapporto tra centro e periferia, esso caratterizza una parte rilevante della storia finanziaria dell’Italia repubblicana. Fin dagli inizi, quando la Sicilia ottiene il diritto di trattenere praticamente l’intero prelievo tributario locale in cambio di maggiori impegni di spesa, in particolare in cambio dell’ingente spesa per l’ istruzione, e poi si tiene le risorse senza pagare le scuole. E in seguito, con la politica successiva alla riforma fiscale degli anni Settanta, quando il governo pone ai comuni vincoli di bilancio che non fa rispettare e procede poi a sanatorie dei deficit e addirittura basa i successivi trasferimenti sulla spesa “sanata” e quindi premia di fatto i comuni meno virtuosi. E poi ancora, con i deficit della gestione regionale della sanità, che nell’ultimo triennio hanno indotto a dare ad alcune regioni miliardi di fondi aggiuntivi rispetto a quanto loro attribuito dalla formula di ripartizione del fondo sanitario nazionale, che è tecnicamente una buona formula. E per arrivare ai giorni nostri, abbiamo già dimenticato i 140 milioni a Catania e i 500 a Roma di qualche settimana fa?
Ovviamente, non si può chiedere al riformatore di prevedere il fallimento della propria riforma. Ma lo studioso ha il dovere di farlo se le condizioni strutturali lo rendono l’evento più probabile, a dispetto delle buone intenzioni del legislatore e dei criteri di stimolo e salvaguardia che vengono inseriti nella legge: nel caso specifico, ossia per il Ddl sul federalismo fiscale approvato in Senato, a dispetto delle sanzioni per gli amministratori non rispettosi dei vincoli, dei premi per la buona gestione e per le fusioni e unioni di comuni, del remunerativo coinvolgimento degli enti periferici nella lotta all’evasione, del divieto di ogni duplicazione di funzioni e di ogni aumento della pressione fiscale complessiva (articolo 27).
Il quesito che logicamente precede ogni ricerca quantitativa è dunque quello, banale e drammatico insieme, che riguarda la probabilità di corretta applicazione della riforma. A seconda della risposta, si cercherà poi di stimare il risparmio o il costo che il federalismo fiscale comporterà per il paese.

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