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22/08/2007 Giovinezza fa rima con lentezza? (Redazione, http://www.korazym.org/)

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I ragazzi italiani sono al mondo quelli che più tardi hanno il primo figlio. Comodità e poca voglia di rischiare, ma anche altro: una serie oggettiva di barriere che non permettono una rapida autonomia. Almeno, che se ne tenga conto.

I più vecchi al mondo. Alle nostre latitudini i bambini che nascono hanno i padri più vecchi al mondo: belli o brutti, affascinanti o imbarazzanti, sposati o non sposati, gli uomini italiani in genere diventano papà non prima di aver compiuto 33 anni. Un’età che fino a qualche decennio fa era ritenuta avanzatissima e che ora invece è quella scelta per decidere che è tempo di “mettere la testa a posto” e di “metter su famiglia”. I ritardatari d’Europa, insomma, siamo noi, visto che altrove l’età prescelta ruota intorno ai 30 anni, con punte massime di 31. Un altro di quei tanti record dei quali preferiremmo fare a meno.

Insomma, in Italia si diventa maggiorenni a 18 anni, ma è quasi una presa in giro. Si continua a vivere in famiglia, ci si affaccia nel mondo del lavoro con una lentezza esasperante, si entra nell’ottica delle “scelte per la vita” con una rilassatezza che quasi sconfina nella fiacca e nell’apatia. La vita si allunga in tutti i sensi, insomma: non solo cresce la vita media (cioè la speranza di vita), ma si dilatano anche i tempi dell’esistenza. Infanzia, adolescenza, giovinezza si compenetrano a vicenda, e il mondo degli adulti diventa sempre più difficile da definire. Non stupisce che l’arrivo di un figlio, che è indubbiamente una delle esperienze più straordinarie e sconvolgenti della vita, si sposti avanti nel tempo. E non stupisce neppure che questo processo sia più diffuso fra i ragazzi che fra le ragazze, che mantengono più bassa rispetto agli uomini l’età del primo figlio (e cioè della prima gravidanza). Colpisce però che la differenza fra uomini e donne sia così marcata: anche le ragazze italiane sono in ritardo di un anno rispetto alla media degli altri paesi europei, ma per loro il primo figlio arriva comunque – mediamente – a 27 anni. Sei anni di differenza non sono davvero pochi.

Si, forse è vero. Ragazzi e ragazze sono un po’ troppo “polentoni”. Se la prendono comoda, cercano il meglio, valutano ciò che sta attorno, si prendono il loro tempo. Quando la vita non riserva in sorte una necessità impellente per “arrangiarsi” da soli, tendono ad aspettare, forse nel timore di scelte sbagliate, forse perché non piace l’idea di una scommessa che possa durare per sempre. Eppure, non esageriamo. I confronti con gli anni passati, con i decenni passati, sono semplicemente fuori luogo. E non semplicemente perché “i tempi sono cambiati” ma soprattutto perché ad essere cambiato – diventando più arduo - è il compito che i giovani si trovano di fronte quando si preparano alla svolta.

Provateci a raggiungere “in quattro e quattr’otto” una solidità economica e una sicurezza lavorativa; provateci a costruire in una manciata di mesi le basi logistiche di una vita in comune. Anche quando si raggiunge la sicurezza affettiva, anche quando si scommetteo su una persona, anche quando si scorge all’orizzonte un progetto forte, i pensieri devono sempre essere rivolte ad altro. Concedetelo, cari genitori: mentre voi andate in pensione, a godervi il meritato e lungo riposo dopo una vita di lavoro, molti giovani non hanno neppure lo spazio per vedere oltre il nostro naso. Altro che pensione, altro che sicurezze! Non spaventano i sacrifici, anzi è possibile e giusto farli. Ma nessun giovane può fare miracoli. O perlomeno, ancora non ha imparato a farli.

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