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17/05/2007  Mons. Lambiasi: Narciso, Icaro o giovane? Le sfide della cultura del nulla (Roberta Leone, http://www.korazym.org)

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Le realtà dei giovani e della famiglia devono fare i conti con una cultura che ruota intorno al proprio io, una sorta di “iolatria”. Lo spiega a Korazym.org mons. Francesco Lambiasi, assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica.

Le realtà dei giovani e della famiglia devono fare i conti con una cultura che ruota intorno al proprio io, una sorta di “iolatria”. È l'analisi di mons. Francesco Lambiasi, assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica, che a Korazym.org fa il punto sui due temi protagonisti dell’itinerario pastorale scelto dalla Conferenza Episcopale Italiana per il quinquennio in corso.

Eccellenza, l’esperienza dell’Azione Cattolica è da sempre legata ad una capillare presenza nelle Chiese locali che la rende un osservatorio privilegiato della realtà dell’intera Chiesa italiana. Quale lettura del panorama giovanile in Italia se ne può desumere e quali sono, secondo lei, le prospettive di annuncio ai giovani cosiddetti “lontani”?
“Comincerei innanzitutto da una premessa: mi pare che, come è sempre avvenuto - ed oggi in modo ancora più determinato - sono gli adulti, la società adulta, a creare i giovani. E questo dice un’ombra, una macchia, dalla quale i giovani fanno fatica a liberarsi: il giovane, come è oggi, è un prodotto dei mass-media, di una cultura che definirei “cultura del nulla”. Utilizzando alcune figure mitologiche, potremmo delineare così, in questa cultura del nulla, il panorama del mondo giovanile".




Mons. Lambiasi intervistato da Roberta Leone, a margine del Meeting dei giovani di Pompei (Foto Alberto Gobbo - Korazym)

Quali?
"C’è il giovane Narciso, “telecomandato” a ripiegarsi su se stesso e a trovare in se stesso la propria soddisfazione. C’è il giovane Icaro, che cerca di volare alto ma si trova solo ali impastate di cera e di desiderio: prima o poi queste ali si bruciano ed egli è costretto a piombare nel precipizio. Ci sono infine giovani che vogliono essere giovani: in questo desiderio forte, la fede e il Vangelo diventano quella marcia in più che permette di realizzare pienamente la propria giovinezza e di non rimanere intrappolati fra le maglie del potere. E allora si offre ai giovani la grande possibilità di essere giovani fino in fondo e essere cristiani, dove l’essere cristiani aiuta, esalta, potenzia al massimo l’essere giovani”.

Tra l’altro, con il triennio pastorale dell’Agorà dei giovani italiani la Chiesa italiana sta riservando al mondo giovanile un’attenzione particolare che comincia dall’ascolto…
“Certo, la Chiesa non può non porsi in ascolto perché i giovani sono domande, sono attese, sono desideri, sono disponibilità. La Chiesa non ha da offrire lavoro, né benessere materiale, né il pane, né la tranquillità. Ha da offrire quel che Gesù ha offerto a noi. Come dice papa Benedetto XVI nel suo ultimo libro: “Cosa ci ha dato Gesù? Non ci ha dato la pace universale, non il pane […] Gesù ci ha dato Dio”. Ecco, a questo mondo di giovani che, lo sappiano o no, sono in ultima analisi assetati di assoluto, di infinito e di bellezza, la Chiesa offre Gesù, offre il Vangelo.”

 




Mons. Francesco Lambiasi (Foto di Alberto Gobbo - Korazym)

Come pensa l’impegno dell’Azione Cattolica di qui all’avvenire?
“L’Azione Cattolica non è un’idea, un’ideologia, non è una teoria, ma un’esperienza. Cioè, l’Azione Cattolica è nata giovane, perché i primi circoli – sorti ormai quasi centoquaranta anni fa – sono stati fondati proprio da giovani animati dal desiderio di non essere soggetti passivi, neppure destinatari, di doni pur grandi. “Vogliamo essere partecipi, – dicevano - cristiani attivi, responsabili e corresponsabili”. L’Azione Cattolica è un’esperienza concreta in cui i giovani, insieme, si aiutano ad essere giovani di oggi, giovani del terzo millennio che non si vergognano del Vangelo, per cui la fede non spegne l’affettività, per cui il Vangelo non uccide la ragione, ma la esalta, per cui la fede in Cristo mantiene in quota l’umanità. L’Azione Cattolica non solo è fatta per i giovani ma è fatta dai giovani, che coltivano la propria fede non per gestirsela a proprio uso e consumo, ma per donarla“.

Fede ricevuta e fede donata: è, in sostanza, il messaggio di papa Benedetto XVI per la XXII Giornata Mondiale della Gioventù, “Come io vi ho amato, così amatevi gli uni gli altri”...
“Certo. “Amatevi come io vi ho amato” è il pilastro fondamentale della casa della civiltà dell’amore. Un amore da intendersi non semplicemente come un vago tenerume, ma come la capacità di dare la propria vita come ha fatto Gesù. “Amatevi come io vi ho amato” significa “siate pronti a fare come me che vi ho amato vivendo a braccia spalancate, e che per amare fino in fondo, per tenere queste braccia spalancate, mi sono lasciato inchiodare le mani sulla croce”. Per cui, da quando Gesù ci ha amati così, amarsi significa amarsi fra cristiani, amarsi fra gli umani, significa essere pronti a dare il proprio sangue. Non a “succhiare” il sangue dell’altro, ma a dare il proprio come ha fatto Gesù: “prendete, questo è il mio sangue, che è per voi”.”

 




Mons. Lambiasi sul palco del
Meeting dei giovani di Pompei 
(Foto di Alberto Gobbo - Korazym)

Insieme ai giovani, la famiglia è l’altra realtà cui è i vescovi italiani hanno scelto di dedicare il quinquennio pastorale in corso...
“Nella cultura di Narciso, nella cultura della “iolatria”, dell’adorazione del proprio io, tutto quello che è comune, che è sociale, fa certamente fatica a vivere. E la famiglia è la prima cellula, è il luogo dove per la prima volta compare il “noi”, non più l’io. La Chiesa ricorda alla nostra società che c’è innanzitutto un progetto umano di famiglia, che la nostra Costituzione riconosce: cioè, intendiamo per famiglia l’unione stabile tra un uomo e una donna, per cui dobbiamo demistificare tutte le realtà “simil-famiglie”, non contrabbandarle come famiglie. C’è solo una famiglia, che è quella che il buon senso, la ragione, la cultura e la tradizione ci aiutano a ritenere tale. Per questo progetto la Chiesa ha un ideale altissimo, che è quello del matrimonio unico e indissolubile e fecondo, ma non si vuole imporre questo progetto a persone che non vogliono far parte della Chiesa, che non vogliono condividere questo ideale. Tuttavia, la Chiesa sente il dovere di richiamare a quello che la stessa carta della Costituzione riconosce come tipo fondamentale e unico di famiglia, perché non esistono dei “sottotipi”. Vogliamo appunto più famiglia: non meno famiglia, non altra famiglia”.

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