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  • 17/07/2006 Com'è difficile essere Giovani in Italia (Alessandro Rosina, www.lavoce.info)

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    Il rapporto di fine giugno dell’Istat, "Strutture familiari e opinioni su famiglia e figli", evidenzia come un numero rilevante di giovani esprimano il desiderio di uscire dalla famiglia di origine e di formarne una propria, se solo le condizioni economiche lo permettessero. In Italia, il welfare pubblico è sempre stato poco generoso verso i giovani e la spesa sociale è sempre di più assorbita dalla spesa previdenziale.
    Cosa ha intenzione di fare il nuovo Governo? Finora l'unico segnale è stato la creazione di un ministero per i Giovani in condivisione con lo sport.

    La situazione

    La situazione dei giovani italiani è peggiorata negli ultimi anni ed è attualmente una delle meno favorevoli nel mondo occidentale. Riassumiamo alcuni dati in proposito: messi tutti in fila forniscono un ritratto impressionante della difficile condizione delle più giovani generazioni.
    Iniziamo con la prima fase, quella del conclusione del percorso formativo e l’accesso al primo impiego. Ebbene, nella fascia d’età 20-25 anni solo poco più del 40 per cento degli italiani ha una occupazione, contro il 60 per cento nel complesso degli altri grandi paesi europei. Tra i 25 e i 30 anni sono occupati tre giovani su quattro negli altri paesi contro i due su tre in Italia. (1)
    Il Rapporto annuale Istat appena pubblicato (www.istat.it) aggiorna ulteriormente il quadro. Anche in termini relativi, rispetto all’occupazione adulta, la situazione dei giovani italiani risulta particolarmente svantaggiata. Il differenziale tra occupazione della fascia 20-29 rispetto a quella 30-54 anni è pari a circa 20 punti percentuali, ed è tra i più elevati in Europa. Inoltre, tra i paesi con valori più alti di tale differenziale, l’Italia è quella con maggiore disoccupazione giovanile (vicina al 10 per cento). Ma non è tutto. Dopo le difficoltà di riuscire a trovare il primo lavoro, ci si trova con salari di ingresso tra i più bassi. Secondo i dati Echp il reddito medio dei giovani italiani occupati di età 25-30 anni è quasi la metà rispetto ai coetanei inglesi, e del 50 per cento più basso rispetto ai pari età francesi e tedeschi.
    Le condizioni dei giovani sono andate progressivamente peggiorando nel tempo, con conseguente accentuazione del processo di permanenza nella casa dei genitori e rinvio dei tempi di formazione di una propria famiglia. Sempre secondo i dati Istat (2), la percentuale di giovani uomini settentrionali che accedevano al primo lavoro entro i 25 anni era attorno al 90 per cento per le generazioni degli anni Quaranta, ed è scesa a meno dell’80 per cento per i nati negli anni Settanta. Peggiore la situazione nel Meridione: si è passati per le stesse generazioni da più del 70 per cento a meno del 55 per cento. Tra i nati negli anni Quaranta circa il 60 per cento degli under 25 aveva un lavoro a tempo indeterminato. Si è scesi attorno al 40 per cento per i nati negli anni settanta. Ma la situazione è peggiorata anche per i laureati. Nel 2004 i giovani che sono riusciti a trovare un lavoro continuativo entro tre anni dalla laurea erano il 56 per cento, contro il 63 per cento osservato nel 2001 (per i laureati tre anni prima), e ciò nonostante una sostanziale stabilità dei livelli di occupazione. Il che significa che è cresciuta la provvisorietà della condizione lavorativa senza incremento della possibilità di accesso al primo impiego. Nello stesso periodo, la crescita della partecipazione dei giovani al mercato del lavoro si è pressoché convertito in un aumento della quota di disoccupati. (3)
    Disoccupazione, sottoccupazione, bassi redditi e precarietà del posto di lavoro incidono pesantemente come freno all’uscita dalla famiglia di origine. Coerentemente con il quadro appena delineato, non meraviglia allora osservare come la netta maggioranza degli ultratrentenni non occupati e oltre un terzo degli occupati indichi il miglioramento della propria condizione lavorativa come prerequisito essenziale per riuscire a conquistare una propria autonomia dai genitori. (4) Va inoltre aggiunto che oltre il 40 per cento dei giovani usciti per lavoro, si trova poi a dover tornare nella famiglia di origine. Tutto ciò crea disagio, frustrazione, scarsa fiducia nel futuro, tanto che una recente indagine, su 10 mila casi, ha messo in evidenza come siano soprattutto i trentenni oggi i più infelici in Italia, più dei pensionati e degli anziani che vivono soli. (5)
    I tempi sempre più tardivi per la conquista di una piena autonomia hanno evidentemente un impatto anche sui tempi di realizzazione di alcuni importanti obiettivi di vita, quali la formazione di una propria famiglia. Il tempo che intercorre tra la fine del percorso formativo e la prima unione è tra i più elevati in Europa (mediamente dieci anni per gli uomini e cinque anni per le donne). L’età femminile e maschile al matrimonio e alla nascita del primo figlio sono tra le più elevate nel mondo occidentale. E non a caso il livello di fecondità è tra i più bassi. La quota di persone che arrivano ai 35 anni senza aver (ancora) formato una propria famiglia è andata aumentando negli ultimi decenni, raggiungendo a quote superiori al 50 per cento in alcuni grandi centri. Come indicato da varie indagini, l’età alla prima unione risulta in media posticipata di circa cinque anni rispetto alle aspettative personali. E il numero finale di figli ribassato di quasi un terzo rispetto ai desideri dichiarati dalle coppie, molte delle quali si fermano al figlio unico.

    L’aiuto dei genitori accompagna tutta la vita

    I giovani italiani godono complessivamente di meno diritti di cittadinanza rispetto ai coetanei dell’Europa nord-occidentale. Le carenze del sistema di protezione sociale nei loro confronti sono però parzialmente compensate dal cruciale supporto da parte dei genitori: per i giovani italiani il vero e sostanzialmente unico ammortizzatore sociale è la famiglia di origine.
    Nel percorso formativo, le risorse della famiglia di origine sono strettamente legate alla possibilità di continuare fino all’università e di frequentare o meno atenei prestigiosi, anche lontani dal luogo di origine. È ampia la letteratura sociologica che dimostra come in Italia lo status sociale dei genitori rivesta un ruolo particolarmente rilevante sul percorso formativo dei figli e sul loro destino successivo. Nelle più giovani generazioni italiane, poi, quasi una persona su tre trova lavoro grazie ad aiuti informali, come confermano i dati di una recente indagine Istat. (6) E per lo più l’aiuto proviene da familiari. In circa il 60 per cento dei casi si tratta di segnalazione o raccomandazione, a cui va aggiunto il 20 per cento e oltre di chi trova lavoro in un’azienda familiare. Più in generale, il successo professionale è fortemente associato alle caratteristiche della famiglia di origine, e in particolare al titolo di studio del padre.
    L’acquisto della casa è uno degli scogli più importanti nel percorso di transizione alla vita adulta. Se quasi tutti i genitori italiani cercano di aiutare i figli ad acquistarla, non tutti possono farlo allo stesso modo.
    La stessa lunga ospitalità, sempre più spesso oltre i trent’anni, nella casa dei genitori è funzionale alla possibilità di raggiungimento di un elevato titolo di studio, al sostegno nel consolidamento del proprio percorso lavorativo, all’accumulo di reddito per poter ridurre i rischi di trovarsi in difficoltà all’uscita. Ma il sostegno dei genitori risulta cruciale anche dopo l’uscita. Trovarsi in grave difficoltà economica nella primissima fase del proprio percorso di vita indipendente dalla famiglia di origine è una condizione relativamente diffusa. Colpisce più di un giovane su sette (oltre il 15 per cento) e per quasi il 30 per cento di loro rischia di diventare una condizione cronica dalla quale difficilmente si esce, e caratterizzata da problematicità multiple. Elevato è in particolare il rischio di trovarsi con reddito insufficiente ad affrontare le spese del proprio mantenimento o di quello del nuovo nucleo familiare: rappresenta quasi la metà dei casi di difficoltà. Il che significa che molto spesso, più che una causa specifica, a mettere quasi in ginocchio i giovani e le giovani coppie con entrate limitate è il complesso di tutto un insieme di spese (mutuo per la casa, costo dei figli, eccetera). Ad arrivare in soccorso sono soprattutto i genitori e altri membri della cerchia familiare. Chi non può farvi affidamento oppure ricorre ad aiuti esterni alla rete parentale, si trova spesso ad aggravare il proprio stato di difficoltà.
    La solidarietà familiare intergenerazionale prosegue anche nelle fasi di vita successive. Con politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro carenti, è molto comune nel nostro paese il ricorso ai nonni per accudire i nipotini.
    Il forte rapporto tra genitori e figli e la solidità della solidarietà intergenerazionale è di per sé un fatto positivo. Lo è meno quando non ci sono alternative, perché sopperisce un welfare pubblico che aiuta poco, o per niente, i giovani. Lo è ancor meno per i giovani che non hanno famiglie solide e benestanti su cui contare. La combinazione tra solidarietà familiare forte e welfare pubblico debole si rivela quindi iniqua. Comprime inoltre il dinamismo sociale e mantiene su bassi livelli il conflitto generazionale. In Italia i giovani devono infatti soprattutto ringraziare i genitori e la rete informale degli aiuti parentali per il fatto di ottenere quanto invece altrove si ha come diritto. Una società nella quale conta soprattutto scegliersi bene la famiglia in cui nascere, e poi tenersi buoni i genitori il più a lungo possibile, non è l’esatto ritratto di una società equa e dinamica. Perché i giovani francesi protestano (a torto o a ragione) per migliorare leggi che considerano sbagliate (o semplicemente a loro svantaggiose), e quelli italiani no? Non sarà anche perché i venticinquenni francesi hanno più il senso di essere cittadini (con più o meno diritti) e quelli italiani più invece quello di essere figli (con più o meno aiuti)?

    E in politica non va meglio

    Esempio sintomatico del fatto che ci troviamo in un sistema socialmente poco mobile e caratterizzata da scarsa valorizzazione delle risorse giovanili, sono state le recenti elezioni. I candidati premier erano due ultrasessantacinquenni (tecnicamente "anziani"), peraltro gli stessi che si sono disputati la guida del nostro paese dieci anni fa. Anche questa è una situazione che difficilmente ha eguali negli altri paesi occidentali, come messo in luce da Gianluca Violante (link lavoce, la Repubblica della terza età). Nel Governo poi c’è solo un ministro sotto i 45 anni (con un dicastero che suscita qualche perplessità nell’associare le politiche per i giovani con lo sport). L’unica nota positiva è la scelta di Enrico Letta (compie 40 anni il 20 agosto) come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Certo, può essere del tutto casuale che l’unico under 40 nel Governo prenda il testimone dallo zio. Più che un esecutivo destinato a dare una svolta positiva nei confronti delle politiche per i giovani e adattare il sistema di welfare ai nuovi rischi e alle trasformazioni in atto, sembra piuttosto lo specchio dello status quo italiano. A contare sono però sempre e solo i fatti. E quindi aspettiamo i primi cento giorni: saremmo ben lieti di ricrederci.

     

     

    (1) Livi Bacci M. (2005), "Il paese dei giovani vecchi", il Mulino, 3/2005.
    (2) Istat (2003), Indagine Famiglia e soggetti sociali.
    (3) Istat (2006), I laureati e il mercato del lavoro, Informazioni n. 14.
    (4) Rosina A. (2006), "L’Italia che invecchia e la sindrome di Dorian Gray", il Mulino, 2/2006.
    (5) Rapporto 2006, Voce Amica.
    (6) Famiglia e soggetti sociali – 2003.

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