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Quando un fenomeno con ricadute importanti sulla vita delle persone si
diffonde e diventa socialmente accettato, il fatto che la politica lo ignori può
essere letto come una conferma sia del grado di distacco della classe dirigente
dalla vita dei comuni cittadini, sia del grado di incapacità dei policy maker di
cogliere per tempo le trasformazioni sociali in atto e fornire risposte
adeguate.
Che le coppie di fatto siano una realtà ormai diffusa e in forte crescita
anche in Italia, è quanto dicono tutte le più recenti indagini.
Che a livello politico non si sia finora deciso nulla per regolamentare tale
fenomeno, diversamente da tutti gli altri paesi ai quali ci sentiamo
culturalmente vicini, è un dato di fatto.
Tra i paesi europei, l’Italia resta la sola a non offrire alcun riconoscimento
giuridico alle coppie di fatto etero o omosessuali. Il ritardo è in contrasto
con le crescenti pressioni del
Parlamento europeo che ha sollecitato gli Stati
membri dell’Unione ad adeguare al più presto le proprie legislazioni al fine di
riconoscere legalmente la convivenza al di fuori del matrimonio,
indipendentemente dal sesso.
Nonostante negli ultimi anni siano state presentate ben dodici proposte di legge
- ultima quella Grillini, vicina ai contenuti del Pacs francese – e
nonostante tra i presentatori si trovino rappresentanti di forze politiche sia
della maggioranza che dell’opposizione,
il vuoto giuridico permane.
È quindi da apprezzare la recente apertura di Romano Prodi che, ispirandosi a De
Gasperi, va al di là dei suoi principi personali, afferma la necessità di
riconoscere i problemi giuridici e civili di tutti coloro che scelgono di vivere
insieme stabilmente in forme diverse dal matrimonio e si dichiara favorevole
all’adozione del Pacs francese anche in Italia.
Generazioni a confronto
Per le persone omosessuali, salvo che in Olanda e in Spagna, non vi sono
alternative alla convivenza. Per le persone eterosessuali, questa scelta può
avere ragioni diverse: il rifiuto del matrimonio come istituzione,
l’impossibilità (è il caso, in Italia, dei separati che devono aspettare tre
anni prima di poter chiedere il divorzio) o la non convenienza a sposarsi, il
desiderio di mettere alla prova il proprio rapporto. Nella maggior parte dei
paesi occidentali le convivenze sono di tipo giovanile, perciò più vicine al
terzo tipo di motivazione.
In particolare, a partire dagli anni Ottanta l’unione di fatto si è imposta come
la forma prevalente di inizio della vita di coppia per i giovani
dell’Europa nord-occidentale. Tanto che a metà degli anni Novanta, a Nord di
Alpi e Pirenei, meno di un terzo delle prime unioni era un matrimonio.
I paesi dell’Europa meridionale per qualche decennio sono sembrati
sostanzialmente immuni a questo fenomeno, confinato soprattutto alle coppie
ricostituite, sebbene nelle aree metropolitane del Nord Italia i segnali di un
cambiamento in atto apparissero già evidenti. A Milano ad esempio, tra le donne
nate all’inizio degli anni Sessanta ben una su tre aveva formato la prima
unione in modo informale anziché direttamente tramite un legame coniugale. Per
la stessa generazione l’incidenza nell’Italia centro-settentrionale era invece
poco più del 10 per cento e si scendeva a meno del 5 per cento nel Meridione.
Il confronto con la generazione successiva (le nate alla fine degli anni
Sessanta) fornisce però già in modo chiaro l’entità del cambiamento in atto. I
numeri parlano di una crescita esponenziale. Si sale infatti a circa una
convivenza ogni cinque prime unioni per il dato nazionale, e a una ogni quattro
nel Nord-Centro (figura 1).
Per le generazioni ancor più giovani, illuminanti sono i dati sulle intenzioni.
Come evidenzia una recente indagine , circa due terzi dei giovani
che hanno attualmente attorno ai venticinque anni sono favorevoli alla
convivenza. Poco meno del 40 per cento sono quelli che prevedono personalmente
di attuarla come forma di prima unione. Oltre la metà ritiene che i genitori
accetterebbero senza alcuna opposizione tale loro eventuale scelta. Che il
fenomeno sia in forte evoluzione e che la maggioranza della popolazione italiana
consideri oramai socialmente ammissibile che due persone possano convivere senza
essere sposate, è testimoniato da altre recenti indagini. (1)
Sulle convivenze omosessuali non esistono ancora dati ufficiali, anche
sel’Istat sta predisponendone la possibilità di rilevazione nelle sue prossime
indagini. I dati elaborati nel 2002 dall’Istituto Cattaneo di Bologna mostrano
comunque che con l’età aumenta la quota di omosessuali che stabilizzano i loro
legami sentimentali formando una relazione di coppia stabile. Si stima che i
conviventi passino dal 7 per cento sotto i 25 anni a circa un gay su cinque e
una lesbica su tre nella fascia d’età 35-39 anni.
Perché aumentano le coppie di fatto?
In molti paesi europei, la maggioranza delle convivenze si trasforma
successivamente in matrimonio, non appena si stabilizza la condizione
lavorativa e abitativa, oltre a quella affettiva. Ciò avviene spesso in
concomitanza con l’arrivo di un figlio. Una parte minoritaria delle coppie di
fatto rinuncia invece per ragioni varie al legame coniugale. Tra queste ci sono
sia le unioni tra persone dello stesso sesso, sia coppie eterosessuali con o
senza figli. (2)
La scelta di convivere in modo informale anziché sposarsi, almeno in una
prima fase, è legata a vari motivi. Sono sicuramente cambiate le preferenze.
Le giovani generazioni sarebbero meno propense a fare in età troppo precoce
scelte cariche di impegni e responsabilità. L’unione informale costituisce una
sorta di "trial marriage" che permette di uscire dalla casa dei genitori,
"sperimentare" le proprie capacità di indipendenza dalla famiglia e di
verificare le proprie capacita di lavoro e guadagno.
La diffusione della convivenza è però anche favorita da un aumento del senso di
insicurezza, proprio delle società avanzate. In una società sempre più complessa
diventa sempre meno chiaro l’intreccio tra vincoli, opportunità e implicazioni
delle proprie scelte. Inoltre flessibilità e mobilità occupazionale, se da un
lato favoriscono la possibilità di conquistare un’autonomia dalla famiglia di
origine, dall’altro non forniscono però quella stabilità psicologica e quella
continuità di reddito considerate necessarie per il matrimonio. Vari studi hanno
del resto evidenziato come la convivenza spesso si configuri come una "strategia
adattativa" in una fase di incertezza occupazionale, e il passaggio al
matrimonio sia favorito da una stabilità occupazionale.
Va infine segnalato che nei paesi dove la proporzione delle unioni di fatto è
aumentata di più, come per esempio in Svezia e Norvegia, anche la fecondità è
più elevata. Questo dimostra come il supporto di un partner sia rilevante per
sostenere scelte importanti in età giovanile.
Riconoscere le coppie di fatto
L’auspicio è quindi che i policy maker possano adottare su questo tema un
approccio pragmatico ed equilibrato, che da un lato operi verso la possibilità
di un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto (il Pacs francese è
un buon esempio), ma dall’altro agisca anche verso una riduzione delle
insicurezze che frenano la progressione al matrimonio e alla decisione di aver
figli (mercato del credito, delle abitazioni, mercato del lavoro, vedi Billari e
Saraceno).
Va infine tenuto presente che la diffusione delle convivenze e il loro
riconoscimento giuridico non hanno costituito in alcun paese, nemmeno in Svezia,
una sostituzione dell’istituto del matrimonio. (3) Un atteggiamento
positivo verso il matrimonio come fondamento della famiglia, o comunque
come una sua certificata conferma, continua infatti a essere maggioritario in
tutta Europa.
Per saperne di più
Sui trend delle convivenze in Italia rispetto ad altri paesi europei si veda
Rosina A., Fraboni R. (2004), "Is marriage losing its centrality in Italy?",
Demographic Research, 11, 6.
http://www.demographic-research.org/?http://www.demographic-research.org/volumes/vol11/6/
Barbagli M., Colombo A., Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia,
Bologna, Il Mulino, 2001; Saraceno C. "Diversi da chi?" (a cura di) Guerrini
Associati 2003
(1) Letizia Mencarini, Rosella Rettaroli, Alessandro Rosina, "Primi
risultati dell’indagine Idea", presentata al convegno su "Famiglie, nascite e
politiche sociali", Accademia dei Lincei, 28-29 aprile 2005. E inoltre Barbagli
M., Castiglioni M., Dalla Zuanna G. (2003). Fare famiglia in Italia. Un
secolo di cambiamenti, Bologna: il Mulino. Si veda anche l’indagine
Demos-Eurisko, pubblicata su "La Repubblica" del 7 novembre 2004.
(2) Sono circa una su tre le coppie attualmente conviventi che dichiarano
di non avere alcuna intenzione di sposarsi (Istat, Rapporto annuale 2004, cap.
4).
(3) Come indicano i risultati dell’indagine Family and Working Life in
the 21st Century, condotta nel 1999. In Svezia più che in
altri paesi, il matrimonio da rito di passaggio sembra essere divenuto rito di
conferma: avviene dopo diversi anni dall’inizio della convivenza e spesso in
presenza di figli anche cresciuti.
Figura 1. Percentuale di convivenze come forma di prima unione.
Donne secondo la generazione di appartenenza. Nord-centro Italia
Fonte: Indagini Inf-2 e Idea.

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