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  • 27/04/2005 Perché non diremo Addio all' Euro (Tito Boeri, Riccardo Faini, www.lavoce.info)

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    L’Italia è condannata a uscire dall’euro? Lo suggeriscono due scenari proposti dal Financial Times. Nel primo, delineato da Wolfgang Munchau il 17 aprile, un governo italiano populista decide unilateralmente di abbandonare l’euro. Nel secondo scenario, dipinto nella Lex Column del 20 aprile, sono i mercati a costringere l’Italia a uscire dalla moneta unica. Meritano una risposta. Lo facciamo qui e, speriamo, presto anche sulle colonne del Financial Times. La probabilità che uno di questi scenari si realizzi e' molto, molto bassa, sia nel medio che nel lungo periodo.

    L’opzione che non c’è

    Innanzitutto, l’opzione di un semplice abbandono dell’euro non esiste. Non è stata concordata con l’Italia nessuna clausola in proposito, ma anche se una simile deroga potesse essere negoziata, i nostri principali partner commerciali – Germania, Francia e Spagna – non ci permetterebbero mai di rimanere nell’Unione Europea e allo stesso tempo di perseguire una politica di “svalutazioni competitive”. E nessun governo italiano, neanche il più populista, potrebbe prendere in considerazione l’idea di abbandonare del tutto l’Unione Europea, per le conseguenze devastanti che ciò avrebbe sull’economia italiana: i populisti possono essere stupidi, ma aspirano a essere rieletti.

    È invece possibile che i mercati possano costringere un Governo italiano ad abbandonare l’euro, come sostiene la Lex Column? Può accadere se i mercati si convincono che le condizioni di finanza pubblica dell’Italia non sono sostenibili e si profila il pericolo di un ripudio del debito. In effetti la combinazione di debito in aumento, economia piatta e tassi di cambio fissi puo' evocare ad osservatori esteri preoccupanti paralleli con l’Argentina. Ma si tratta di situazioni molto diverse tra di loro.

    È vero che il debito italiano è in crescita – per la prima volta dal 1994 – e che questo può aver provocato qualche brivido tra i nostri partner europei o finanziari. Tuttavia, i correttivi necessari per tornare a ridurre il debito sono relativamente contenuti. Anche se il tasso nominale medio di crescita è stato del 3 per cento (il che significa crescita reale al di sotto del potenziale) e il costo medio del debito è salito del 5 per cento, un avanzo primario del 2 per cento sarebbe sufficiente per stabilizzare il rapporto debito/Pil. Aggiustando per il ciclo, ma escludendo le manovre una tantum, l’avanzo primario nel 2005 è stato dell’1 per cento. Perché il debito torni a calare è dunque sufficiente un piccolo aggiustamento. Se il Governo della IV legislatura non avesse sperperato il surplus ereditato dalla legislatura precedente (3,2 per cento), l’Italia non si troverebbe ad affrontare questo problema.

    La consapevolezza del declino

    Altrettanto rassicurante è il fatto che per ridare forza a competitività e crescita non si deve necessariamente passare per una svalutazione. L'euro ha solo messo a nudo una tendenza di lungo periodo alla perdita di competitivita' del nostro paese. L’export italiano ha perso quote di mercato sia negli anni in cui l’euro si deprezzava verso il dollaro sia quando l’euro si è rafforzato.

    Il programma della coalizione che ha vinto le elezioni mostra consapevolezza del fatto che la competitività dell’Italia è indebolita da profondi e antichi problemi strutturali, che si possono risolvere solo attraverso una politica di liberalizzazione dei mercati e riforme strutturali. E prevede anche misure, come il taglio del cuneo fiscale, per rilanciare la competitività delle esportazioni italiane immediatamente, in attesa che gli effetti delle riforme strutturali si facciano sentire sulla produttività.

    Certo, la risicata maggioranza di cui disporrà il Governo Prodi, potrebbe rendere tutto più difficile. Ma chi sostiene questa tesi, dimentica che strette fiscali e importanti riforme strutturali sono state avviate proprio in periodi di turbolenza politica, nel 1992-93 prima e nel 1995-97 poi. Ancora più importante, la coalizione uscita vincente dalle urne ha già pagato un pesante prezzo in termini di consenso elettorale per il suo esplicito impegno ad alzare le tasse, se ciò dovesse essere necessario dalla condizione di finanza pubblica.

    E nel lungo periodo? I pessimisti potrebbero controbattere che l’Italia ha problemi di invecchiamento molto più acuti rispetto alla maggior parte degli altri paesi, eccetto forse il Giappone. Hanno ragione, ma non dovrebbero dimenticare che le riforme previdenziali realizzate in Italia sono molto più lungimiranti di quelle della media dei paesi dell’Unione Europea. Come è ben documentato dall’Ecofin, per il 2050 l’aumento di spesa pubblica dovuto all’invecchiamento è stimato per l’Italia intorno allo 0,5 per cento del Pil contro un oltre 4 per cento degli altri paesi dell’Eurozona. Le pensioni sono in Italia un problema di medio periodo, legato al processo di avvicinamento, certo troppo lento, al sistema sostenibile introdotto dalla riforma previdenziale del 1996. Nel lungo periodo, l’Italia ha minori problemi di sostenibilità dei conti pubblici.

    Ciò non toglie che restano enormi le sfide che l’Italia deve affrontare. Ci sono alcuni segnali incoraggianti sul versante della ristrutturazione industriale, dove è in atto un processo di “distruzione creativa”.

    Il rischio di profezie che si autoalimentano

    Tuttavia, i mercati potrebbero rivedere al ribasso le loro valutazioni sull’Italia e rendere così più difficile il lavoro del Governo. È fin troppo noto che le percezioni dei mercati possono cambiare rapidamente e spostare un’economia da un percorso sostenibile a uno non sostenibile: se tutti i correntisti si aspettano il fallimento di una banca, quella banca finisce inevitabilmente per fallire. Proprio per questo motivo, la situazione della finanza pubblica in Italia deve essere valutata solo dopo una attenta e profonda analisi. In passato, molti commentatori, compreso il Financial Times, avevano predetto che l’Italia non sarebbe riuscita a entrare nell’euro: ci sono molte buone ragioni per credere che abbiano torto anche questa volta

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