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  • 27/06/2006 L'energia del Governo (Marzio Galeotti, www.lavoce.info)

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    Qualche settimana fa, abbiamo letto sui giornali lo schema di decreto del ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, sui temi energetici. Si trattava di una bozza, che lo stesso ministro aveva definito aperta alla discussione. Abbiamo aspettato a scriverne e abbiamo fatto bene, perché alla fine nello "Schema di disegno di legge recante misure per la liberalizzazione del mercato dell’energia, per la razionalizzazione dell’approvvigionamento, per il risparmio energetico e misure immediate per il settore energetico" abbiamo trovato cose in parte diverse. Soprattutto, di interventi concreti ne sono rimasti pochi.
    Intendiamoci. Mentre altri ministri indugiavano nelle dichiarazioni e nelle interviste, il responsabile dello Sviluppo economico passava rapidamente dalle parole ai fatti. L’energia è un tema urgente e serio. Bene quindi ha fatto Bersani a presentare in Consiglio dei ministri un disegno di legge che tocca un po’ tutti gli argomenti, sia quelli strutturali che quelli più congiunturali.

    Dal programma al Ddl

    Detto questo, i primi due articoli del provvedimento attribuiscono al Governo una delega ad adottare provvedimenti, rispettivamente, per il completamento del processo di liberalizzazione dei mercati dell’energia elettrica e del gas (articolo 1) e per il rilancio del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili (articolo 2). Rimandiamo una valutazione definitiva a quando le deleghe si tradurranno in provvedimenti concreti . Ci limitiamo per ora a notare che i due articoli recepiscono importanti elementi del programma "Per il bene dell’Italia" presentato dal centrosinistra in campagna elettorale .
    Quel programma prevedeva anche interventi sulle istituzioni, e l’articolo 5 dello schema di disegno di legge restituisce all’Autorità per l’energia elettrica e il gas alcuni poteri che essa già pretendeva di esercitare e che sono stati oggetto, negli anni, di contestazione da parte degli operatori: competenza su tutte le attività della filiera finalizzata a garantire la tutela dei clienti finali e possibilità di promuovere misure idonee a incentivare efficaci dinamiche concorrenziali. Per restituirle efficacia nell’azione direttiva, poi, il provvedimento riporta da cinque a tre i componenti del collegio e prevede che la sua relazione annuale al Parlamento sia anticipata al 30 gennaio di ogni anno.

    Un fondo per le compensazioni

    Gli articoli 3 e 4 sono tra loro interrelati e contengono le misure più concrete.
    Il primo recepisce la famosa misura anticiclica per contenere l’impatto degli aumenti dei prezzi dell’energia sul consumatore finale. Le modalità sono però il risultato di una riscrittura dell’ultima ora. Si fa riferimento all’analogo provvedimento preso nel 1999 dal Governo D’Alema, tuttora in vigore. Ma si prevede che il maggior gettito fiscale, derivante "dallo scarto tra le previsioni contenute nel documento di programmazione economica e finanziaria e le variazioni dei prezzi petroliferi" possa essere destinato a un apposito fondo da utilizzare in via prioritaria per le compensazioni ambientali alle Regioni ed enti locali sedi di nuove infrastrutture. Eventuali residue disponibilità andranno a interventi di riduzione dei costi della fornitura energetica e a incentivare il solare termico per usi civili.
    L’articolo successivo specifica che l’utilizzo del fondo verrà deciso da opportuni decreti del ministero dello Sviluppo economico di concerto con i ministeri dell’Economia e per gli Affari regionali e riguarderà "interventi a carattere sociale da parte dei comuni a favore dei residenti, anche ai fini della riduzione dei costi delle forniture di energia per usi civili", nei territori interessati dalla "realizzazione di nuove infrastrutture di trasporto di energia, di coltivazione di idrocarburi, di stoccaggio di gas naturale o di importazione di energia elettrica o gas naturale".
    Tradotto in parole povere il contenuto dei due articoli riguarda i rigassificatori, da un lato, e la restituzione del fiscal drag energetico, dall’altro, affinché il Governo non sia più, per dirla con le parole del ministro, "cointeressato all’aumento del prezzo dei carburanti". In altre occasioni ci siamo espressi contro questo tipo di intervento congiunturale e l’abbiamo fatto sulla base di alcune argomentazioni che vale la pena richiamare.
    Intervenire fiscalmente sui prezzi dell’energia, in virtù non già di un ridisegno organico della tassazione in materia, ma per ragioni congiunturali – e di per sé dunque transitorie – non è il segnale giusto da mandare ai consumatori e all’opinione pubblica più in generale. È sotto gli occhi di tutti il fatto che la domanda di carburanti ha una elasticità al prezzo (di breve periodo, se si vuole) prossima alla zero. I lunghi "ponti" di primavera hanno mostrato come la domanda di mobilità sembri insensibile a incrementi nei prezzi e, parrebbe, anche a riduzioni di reddito reale. Proprio quando per l’Italia si avvicina il momento di fare fronte agli impegni internazionali nella lotta ai cambiamenti climatici, che il consumo di quei carburanti significativamente contribuisce a innescare. In realtà, entrambe le domande sono contrassegnate da forte asimmetrie rispetto ad aumenti o riduzioni delle loro principali determinanti economiche. E’ un segnale sbagliato nel momento in cui l’Italia si appresta a dovere fare fronte ai propri impegni internazionali nella lotta ai cambiamenti climatici, che il consumo di quei carburanti significativamente contribuisce ad innescare. Come più volte osservato, poi, il problema nel mercato dei carburanti è la mancata simmetria nell’adeguamento da parte dei rivenditori dei prezzi del carburante a variazioni all’insù o all’ingiù prezzo del petrolio . Se il prezzo alla pompa discendesse prontamente quando il prezzo del greggio ripiega, di interventi di questo tipo da parte del Governo non vi sarebbe bisogno.
    In passato avevamo discusso due altri aspetti di criticità. Uno era la simmetria dell’intervento per cui se il prezzo del petrolio scendeva, il Governo avrebbe dovuto in linea di principio inasprire la fiscalità, cosa che appariva improbabile. L’altro era la difficoltà di individuare un prezzo "normale" o "di equilibrio" del petrolio quale riferimento per gli interventi di sterilizzazione. Ebbene, da questi punti di vista il dispositivo congegnato da Bersani è al contempo saggio e astuto. Si prevede infatti che il prezzo del petrolio di riferimento sia quello previsto nel Dpef e che la differenza con quello corrente sia la base per alimentare un fondo appositamente costituito. Il meccanismo è, diremmo per costruzione, asimmetrico. Se infatti il prezzo del petrolio risulta superiore a quello previsto nel Dpef, il fondo viene alimentato, mentre è difficile immaginare un decumulo del fondo nel caso opposto. Quanto socialmente accettabile è questa asimmetria? Dovrebbe esserlo molto, allorquando viene specificato che i beneficiari del fondo saranno le popolazioni che accettano di ricevere sul proprio territorio infrastrutture di cui poi beneficiano tutti.
    Alla luce dell’emergenza dell’inverno scorso, il rapido avvio della costruzione di nuove infrastrutture energetiche – e tra queste soprattutto i rigassificatori già autorizzati – rappresenta la misura più urgente e importante, che vale l’intero provvedimento. L’estate passa in un attimo e, nonostante le rassicuranti notizie che arrivano da Mosca dopo l’incontro Prodi-Putin ed Eni-Gazprom, più delle dichiarazioni conta il segnale da inviare ai russi sulla volontà del nostro paese di ridurre la dipendenza dall’oro blu che arriva dalla Siberia e di diversificare l’approvvigionamento sia nelle modalità di trasporto che nella provenienza geografica.
    È poi interessante notare che il fondo di compensazione non è finalizzato in via esclusiva alla riduzione della bolletta energetica pagata dalle popolazioni locali, ma è destinato al finanziamento di interventi di carattere sociale da parte dei comuni interessati. Vi vediamo la volontà di coinvolgere per quanto possibile nel processo le amministrazioni locali e i cittadini, attribuendo loro la facoltà di decidere come e dove spendere i fondi, si tratti di una riduzione dell’Ici o di interventi nel campo dei servizi sociali. Il tutto nel quadro di decisioni il più possibile condivise così da vincere la sindrome Nimby.
    Tra i principi cui ispirare la delega, tuttavia, non abbiamo visto quello di un generale riordino della fiscalità energetica finalizzata alla tutela dell’ambiente e del clima in particolare. È un peccato. Gli impegni dell’Italia nell’ambito del Protocollo di Kyoto incombono e non è pensabile che possano essere soddisfatti con i provvedimenti attuali o con la mera compravendita di permessi di emissione. Un segnale di discontinuità con la passata amministrazione va dato: mentre dal ministero dell’Ambiente e del territorio non arrivano ancora segnali concreti, questa era una buona occasione


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