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07/06/2006 L' Etanolo: Bolla Speculativa dei Monopoli del Grano e Depistaggio della Ricerca (Movimento Solidarietà, www.movisol.org)

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    Tutti sanno che è meglio non fare uso di alcool alla guida di un’automobile. Eppure oggi l’ultima follia, soprattutto negli USA, è quella di spacciare alcool etilico per il carburante del futuro, allo scopo di risparmiare sulla bolletta energetica. Abbiamo già esposto in maniera abbastanza sommaria i problemi connessi all’etanolo (vedi: La truffa dell'etanolo). Il numero 22 dell’EIR (2 giugno 2006) ha dedicato un servizio all'argomento che riassumiamo di seguito.

    Nella bruciante satira del suo capolavoro “I viaggi di Gulliver”, il genio immortale di Jonathan Swift, già nel diciottesimo secolo, aveva fatto la parodia dell’anti-scienza e dell’anti-tecnologia descrivendo la Accademia di Lagado, dove folli ricercatori si lambiccavano il cervello per cercare di estrarre raggi solari dai cetrioli o cibo dallo sterco. Oggi, i propugnatori della follia dell’etanolo, che impazza negli ambienti politici ed economici statunitensi e non, non vanno molto oltre. D’altronde, dove trovare infatti un altro carburante che:

    1.   renda il 20% in meno in chilometraggio rispetto ai tradizionali;

    2.   costi di più delle tradizionali fonti fossili (idrocarburi) tra prezzi diretti e sussidi;

    3.   permetta di spendere una fortuna in tasse per sussidi ai produttori;

    4.   consumi più energia da fonti fossili di quanta se ne riesca a ricavare usandolo;

    5.   richieda l’uso massiccio di acqua, fertilizzanti, terra e intasi i sistemi di trasporto durante il processo di produzione;

    6.   riduca forzatamente il consumo di mais per bruciarlo nella nostra auto, e ultimo

    7.   rappresenti contemporaneamente uno stop alla ricerca di vere fonti di energia alternativa, come il nucleare, e un ritorno a epoche a bassa tecnologia in cui l’uomo bruciava le piante come carburante?

    Potrebbe essere abbastanza per qualunque persona di buon senso, ma sembra non esserlo per diversi parlamentari americani che brindano alla costruzione di impianti per la produzione di etanolo negli USA, e persino di una pompa di etanolo installata nel garage del Congresso a Washington! L’etanolo o alcool etilico si può produrre da quasi ogni tipo di pianta attraverso la fermentazione o la distillazione. Negli USA l’etanolo è estratto prevalentemente dal mais per produrre il quale occorre una grande quantità di energia, fertilizzanti, acqua, terreno (per avere economie di scala). A questo occorre aggiungere il lavoro umano e mentale della moderna agricoltura, tutte cose che hanno bisogno di energia per essere mantenute. La materia prima deve essere trasportata con camion da un luogo all’altro e distillata, processo che avviene perlopiù con uso di gas naturale. Mettendo insieme questi elementi, gli scienziati Pimentel e Patzek (vedi articolo) hanno dimostrato che l’etanolo da mais è in grado di fornire il 29% di energia in meno di quella richiesta per la sua produzione (gli altri tipi di alcool arrivano fino al 59% di perdita netta di energia). Questo senza tenere conto dell’uso del suolo e dei sussidi elargiti ai produttori.

    I sussidi alla produzione e l’ennesima bolla speculativa

    Già la produzione di etanolo negli USA viene sussidiata con miliardi di dollari l’anno e lo sarà ancora negli anni futuri. Sostituire un gallone (3,8 litri) di petrolio di importazione con uno di etanolo costerà agli USA, come nazione, 7,24 dollari in più. Anche l’esportazione di mais e la produzione dello stesso per il consumo alimentare crollerebbero. Sostituire solo il 25% del carburante tradizionale con etanolo richiederebbe negli USA di piantare a mais il 13% della loro superficie terrestre. Inoltre il prezzo medio di un gallone di etanolo è aumentato da 1,2 dollari dell’inizio del 2005, ai 2,75 attuali, nonostante i sussidi federali e statali. Al confronto il prezzo della benzina è rimasto stabile. Ovviamente con questi prezzi lievitati, gli impianti di etanolo in USA sono sorti come funghi; la produzione è passata dai 2,7 miliardi di galloni del 2003 agli attuali 4,5 l’anno; il mais destinato a diventare etanolo ha superato il volume di quello esportato. In definitiva si può dire che si sta creando una bolla di investimenti in questo settore, direttamente alimentata dai sussidi di stato, cosicché l’etanolo si può accostare comodamente alle altre già iperinflazionate merci che sono nell’occhio del ciclone finanziario  negli ultimi diciotto mesi. Come tutte le bolle anche questa è destinata ovviamente ad esplodere. Al centro di questa bolla c’è il cartello alimentare con imprese come la Archer Daniels Midland e la Cargill (il gigante globale dei cereali), che, attirate dei forti incentivi e guadagni, stanno spostando forti somme nel settore dell’etanolo (dove, comunque, erano già presenti dagli anni ’70). Le due aziende insieme fanno la parte del leone nei mercati dei cereali, della soia, dei mangimi per animali e della carne in proporzioni diverse nei vari paesi del globo ed hanno esteso recentemente la loro attività nel Sud-America. Per quanto riguarda l’etanolo c’è da notare che, grazie ai massicci incentivi e sussidi pagati dai contribuenti americani sotto l’amministrazione Bush, i due colossi hanno dovuto cedere quote di mercato (interno USA) a tutta una pletora di produttori locali e minori che hanno fiutato l’affare, che sembra essere la nuova bolla dei tulipani.

    Chi soffia nella bolla?

    Se si va a vedere da dove viene la spinta verso l’etanolo negli USA, si può incontrare tutta una pletora di neo-cons tra cui, in primis, il famigerato Gorge Shultz col suo pensatoio “Commitee for the Present Danger”, ma anche di altri fanatici anti-nuclearisti guerrafondai come l’ex direttore della CIA James Woolsey e gli appartenenti alla “Set America Free Foundation”, tra cui Richard Perle, Daniel Pipes e compagnia brutta. Secondo Shultz, infatti, rimpiazzare il petrolio con fonti “alternative” come l’etanolo permetterebbe agli USA di scrollarsi di dosso la dipendenza dalle fonti del Medio Oriente. Se poi ad affiancarlo troviamo personaggi e pensatoi che si suppone più “vicini ai Democratici”, come Al Gore, Joe Libermann, l’Apollo Alliance (un’emanazione di organizzazioni come Greenpeace, Sierra Club e altri)  o la Alliance for Climate Protection, il quadro sinarchista è completo: costoro, “da sinistra”, agitano invece i fantasmi del riscaldamento globale e dell’inquinamento. Quello che accomuna entrambi i raggruppamenti pro-etanolo e simili è sostanzialmente l'avversione allo sviluppo tecnologico, soprattutto del nucleare (in USA e altrove) e la visione di un mondo futuro meno popolato.

    La vera alternativa

    Il problema principale legato all’etanolo è che questa svolta anti-scientifica e anti-economica rappresenta uno stop alla ricerca nel campo del nucleare. Proprio nel settore del carburanti per autotrazione, il nucleare rappresenta la vera alternativa ai carburanti fossili.

    Si parla infatti spesso di idrogeno per le auto. Fatto sta che anche l’idrogeno richiede per la sua produzione più energia fossile di quanta se ne ricavi usandolo, senza parlare delle conseguenze in termini di inquinamento derivanti dall’uso di idrocarburi o carbone. La vera alternativa sta nel produrre idrogeno mediante l’uso di una fonte di energia abbondante, pulita e realmente a basso costo quale quella nucleare.

    Il caso del Brasile

    Il Brasile viene additato dai nuovi fanatici dell’etanolo come il modello da seguire. Infatti nel paese sudamericano si produce massicciamente etanolo (in massima parte da canna da zucchero) da circa 30 anni, grazie soprattutto al lavoro agricolo semi-schiavistico e all’abbondanza di terra. Oggi il Brasile è il più grande produttore sia di zucchero che di etanolo. Il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva ha ripetutamente dichiarato che la sua nazione sta per diventare energeticamente indipendente, e per di più senza ricorrere al nucleare; come? Secondo lui sostituendo i carburanti fossili con l’etanolo. Non solo, ma ha invitato anche altre nazioni come l’Inghilterra a fare altrettanto. In Brasile infatti, grazie al programma “Proálcool”, varato nel 1975, il 90% delle auto sono in grado di funzionare ad etanolo e la Archer Daniels Midland e la Cargill hanno già investito belle somme da quelle parti dietro slogan che farebbero del Brasile l’Arabia Saudita dei bio-carburanti. Già nel 1979 Mark Sonnenblick dell’EIR documentava che gli unici beneficiari del programma sui bio-carburanti brasiliano erano gli oligarchi finanziari e come l’etanolo possa apparire efficiente solo in paesi tecnologicamente arretrati o fortemente deindustrializzati. A quel tempo in Brasile 500.000 persone lavoravano per il bio-carburante, al costo di 3 dollari al giorno e producevano solo 70.000 barili l’anno. Oggi, i lavoratori impiegati sono più di un milione e le loro condizioni lavorative sono scarsamente migliorate. Inoltre, oggi come allora, la produzione di alcool distrae dalla produzione agricola di cibo in maniera tale che, da quello che era il secondo più grande esportatore di prodotti agricoli, il Brasile va oggi incontro a scarsità di cibo e inflazione dei prezzi degli alimenti, ed è costretto ad importare merci di prima necessità che potrebbero essere prodotte a basso costo in proprio.

    Gli speculatori che ancora oggi, insieme al Fondo Monetario Internazionale, premono perché il Brasile continui su questa strada, si comportano, scriveva Sonnenblick, come i colonialisti Portoghesi del sedicesimo secolo che si arricchirono producendo zucchero, grazie alle masse di schiavi. Grazie a questa situazione il Brasile ha sofferto ripetute bolle dei prezzi dell’etanolo e quindi dello zucchero. Infatti recentemente l’“alcoolizzazione” dei carburanti è tornata in auge per via dei prezzi alti degli idrocarburi. Ma allo stesso tempo, nell’orgia speculativa sulle merci, il prezzo dello zucchero brasiliano è salito al massimo da 25 anni sui mercati globali delle merci. Ciò fa in modo che gran parte della produzione di canna da zucchero torni ad essere destinata alla produzione di zucchero, con conseguente scarsità di etanolo sul mercato e picco dei prezzi dello stesso, un fenomeno che non fa che contribuire ad uno dei tassi di inflazione più alti al mondo. Ciò ha condotto il governo brasiliano a diminuire la percentuale di etanolo nelle miscele dal 25 al 20%, col risultato che molti automobilisti brasiliani stanno tornando ai carburanti tradizionali e i produttori cercano di esportare il costoso etanolo negli USA. Basterebbe una siccità, evento non infrequente nelle povere regioni del Nord-Est del paese, quelle che producono più canna da zucchero, ad aggravare drasticamente il problema.

    Insomma, un paese con il 70% della sua popolazione che vive in povertà, dove i lavoratori vengono pagati circa un dollaro per una tonnellata di canna da zucchero tagliata (a mano), dove il bassissimo costo di produzione dello zucchero fa la felicità degli speculatori internazionali, dove il totale delle ferrovie non è mai aumentato negli ultimi 80 anni, non può essere additato ad esempio di economia sostenibile. Anche se non mancano in Brasile voci sane come quella del Ministro della Scienza e della Tecnologia, Sergio Resende, che recentemente ha reclamato il bisogno di costruire 15 nuove centrali nucleari, di cui 2 nel povero Nord-Est


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