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06/11/2008 Quelli che l’avevano detto (Marco Travaglio - da voglioscendere)

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Il primo a sbilanciarsi, il 7 marzo, fu Gianfranco Fini: “Gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente nero”. Ma il momento decisivo per le sorti delle elezioni americane fu la discesa in campo di Giuliano Ferrara, stregato da Mc Cain, ma soprattutto da Sarah Palin: “L’abbiamo scoperta noi”, gongolava il Platinette Barbuto, noto esperto in fiaschi, esaltando le virtù profetiche del suo talent scout addetto alle catastrofi, Christian Rocca, già noto per aver annunciato il trionfo in Irak e per aver scoperto i neocon quando negli States non osavano più mettere il naso fuori di casa. Ecco, quello fu il momento della svolta per Obama. Lì fu chiaro a tutti che McCain era spacciato.

Per chi avesse ancora dei dubbi, provvidero a dissiparli gli interventi in extremis di due noti analisti padani, Roberto Castelli (“Mc Cain è una garanzia per la difesa della civiltà cristiana sotto attacco dei musulmani”) e Roberto Cota (“John offre maggiore sicurezza contro l’Islam”), nonché del noto stratega Maurizio Gasparri (“Dovesse vincere Obama, prenderei le distanze della Casa Bianca”). Non che la palma delle previsioni sballate sia un’esclusiva italiana. Ancora il 2 novembre John Zogby, “il guru dei sondaggi”, comunicava che “Mc Cain è in rimonta e può vincere, ormai ha superato Obama, 48 a 47%”. Ma i provincialotti italioti che scambiano le speranze per la realtà e pensano di orientare dall’Italia il voto americano, non ci han fatto mancare proprio nulla. Soprattutto sugli house organ di Berlusconi, che solo un mese fa passeggiava mano nella mano con l’amico Bush, lo sguardo rapito, il cuore palpitante, ripetendogli che “sei stato un grande, presto ti verrà riconosciuto, passerai alla Storia”, mentre persino George lo guardava scettico e persino McCain pregava il presidente più impopolare del secolo di non farsi vedere dalle sue parti.

Sull’immancabile sconfitta di Obama, il Giornale ha dato il meglio di sé. Mauro della Porta Raffo, il “gran pignolo” che fa le pulci ai giornali e ci azzecca sempre, ma con gli oracoli un po’ meno, non aveva dubbi: “Adesso vi dico: John Mc Cain il prossimo 4 novembre vincerà”. E Paolo Granzotto, entusiasta: “Resto anch’io dell’opinione che il vecchio eroe sbaraglierà il giovane vagheggino… Sarah Palin trascinerà Mc Cain alla vittoria”, anche per via della “veltronizzazione della campagna del damerino Obama: e con Veltroni, si sa, si va dritti alla sconfitta”. Insomma, “Mc Cain gli farà la festa”. Mario Giordano, rabdomante dal fiuto infallibile, produceva titoli del tipo: “Ecco perché la strana coppia Mc Cain-Palin può arrivare alla Casa Bianca”. E rimbeccava i lettori rassegnati alla vittoria di Obama: “Ma lei è così sicuro che vincerà Obama? Io ho qualche dubbio”. Immediatamente avvertito a Chicago, Barak faceva i debiti scongiuri. Anche perché, ad allarmarlo vieppiù, c’erano gli editoriali di Maria Giovanna Maglie, che ha con i dati elettorali lo stesso rapporto elastico dimostrato con le note spese alla Rai.

La generalessa, che scrive con l’elmetto e il colpo in canna, non ci poteva proprio credere che gli americani votassero per quell’”estremista inesperto e poco capace”, “contrario infantilmente alle centrali nucleari”, uno che “ritirerebbe incoscientemente le truppe dall’Irak”, che “rappresenta solo una fetta minoritaria di radicali”, per giunta negro, tant’è che “gli elettori democratici sono i primi a dubitarne”, ma “dubitano pure gli indecisi, gli indipendenti, i fan di Hillary”. Mentre “Old John” (così lei chiama McCain, nell’intimità) “parla da Presidente”, “può vincere le elezioni perché è un candidato credibile” e poi “ha trovato un vice ideale in Sarah Palin, la donna tutta valori, determinazione e capacità oratoria”, ma soprattutto “è pronto a costruire 45 centrali nucleari e aumenterebbe le truppe in Irak”, dunque “io dico che ce la fa”, “nonostante il can can dei media nazionali e internazionali”, tutti in mano al Comintern. Se invece “dovesse farcela Obama, sarà una vittoria di misura” (infatti avrà la maggioranza parlamentare più ampia dalla notte dei tempi). La Maria Giovanna lo vedeva già alla Casa Bianca, l’amato Old John: “Da presidente ridurrà il potere di Washington e, da vero patriota, difenderà la sicurezza degli Usa”. Pazienza, la difenderà da casa. Ma, nei momenti di sconforto, potrà sempre consolarsi con qualche visita di Maria Giovanna Maglie.

Anche il Foglio ci ha lasciato pagine indimenticabili, tutte sull’inevitabile disfatta del nero Barak. Il Platinette, dall’America, ispirava titoli tambureggianti: “Ed è subito Sarah”, “Vi fareste governare da Obama?”, “Perché l’idraulico Joe è il miglior alleato del soldato Mc Cain”. Sotto, le meglio firme del bigoncio si esercitavano nell’arte dell’oracolo.

Marina Valensise, altra neocon de noantri, credendo di farle un complimento, scriveva che “la Palin somiglia alla nostra Gelmini: una tigressa dura, determinata, sicura di sé, temprata dal gelo polare, travolgente come un animale selvaggio… una mamma che si batte contro un parolaio idealista”. Stefano Pistolini la definiva “l’ultima arrivata, forse la predestinata”. Infatti, è stata la palla al piede del povero McCain. Ma Christian Rocca, lo scopritore: “La Palin è un Obama al quadrato”, donna dall’”appeal a tratti profetico e messianico”, un incrocio fra “Bob Dylan e Erin Brockovich”, come pure il suo presunto gemello Barak, insomma “pare lei la candidata presidente e Mc Cain il suo vice”.

E Obama: per l’esperto Rocca, “il candidato perfetto per una serie televisiva”, “elitario, intellettuale, troppo di sinistra e incapace di connettersi con il paese”, una “bolla che potrebbe sgonfiarsi rapidamente” visto che “da mesi viene rifiutato stato dopo stato, primaria dopo primaria, dalla working class del suo stesso partito, dai poveri, dagli ispanici, dai cattolici, dagli anziani, dalle donne, dagli ebrei e da qualsiasi categoria sociale e razziale a cui non appartengano afroamericani, studenti, intellettuali, miliardari, divi di Hollywood e fighetti”. E queste - si badi bene - “non sono opinioni”. Tiè. Resta da capire chi diavolo abbia votato per Obama. All’insaputa di Rocca fra l’altro.

Marco Travaglio - da voglioscendere

06/11/2008 Obama vince, Oberla si adegua (Stefano Olivieri - aprileonline)

Che dispiacere per OBerla, costretto adesso a riconoscere non tanto un presidente di colore dal nome musulmano, ma soprattutto la ricetta di Obama per l'America. Una ricetta che ha messo in primo piano i più deboli, quelli veri non l'idraulico Joe di Mc Cain, che sembra uscito dalle scatole della Marvell. Vedremo se anche Berlusconi e il suo governo avranno il coraggio di dire ai oro sponsor, i ceti abbienti italiani composti da imprenditori, commercianti, professionisti che finora hanno ricevuto sempre e soltanto vantaggi dai governi dell'uomo di Arcore, vedremo dunque se avrà il coraggio di dire loro che la musica deve cambiare perché l'Italia così com'è non può andare avanti senza spaccarsi del tutto.

Ci attendono almeno 15 mesi di recessione completa, durante i quali o si introduce per legge un principio di reale solidarietà per risollevare i ceti più deboli, oppure qui da noi i tantissimi piccoli incendi che covano sotto la cenere esploderanno spinti dal vento della disperazione.

Ieri sera Martino, quello che quando era ministro della difesa del governo dei caduti di Nassiryia arrivò a dire ad un intervista che il periodo trascorso al ministero era stato l'esperienza più esaltante della sua vita, ha detto che nell'elenco delle emergenze italiane al primo posto ci sta la Difesa che attende risorse più consistenti. E non si riferiva certo alla difesa del potere di acquisto dei lavoratori, non si riferiva ai quindici milioni di concittadini scivolati nel disagio in questi ultimi anni.

Staremo a vedere quanto la presidenza Obama riuscirà ad influenzare la condotta di un governo italiano piccolo piccolo, che fino all'altro ieri si è rifugiato nei momenti di difficoltà nella sottomissione più completa al guerrafondaio George Bush, presidente uscente e perdente su tutta la linea. Staremo a vedere come e se cambierà l'atlantismo di Berlusconi, con un democratico alla presidenza degli Stati Uniti.

Ci sono tante cose che vorrei chiedere a Obama di cambiare davvero. Che gli Usa ad esempio riconoscano le istituzioni internazionali deputate a decidere sui crimini di guerra, e anche il protocollo di Kioto che gli Usa non hanno ancora sottoscritto. E che riconoscano anche davvero non solo a parole lo statuto delle Nazioni Unite, laddove parla di pace e di guerra. E che riconoscano infine che la democrazia la fanno i popoli con l'autodeterminazione, non gli eserciti invadendo e occupando per anni territori poveri in superficie ma guarda caso sempre molto ricchi nel sottosuolo.

Se Obama si pronunciasse positivamente su questa quattro, cinque cose, prevedo serie difficoltà per la destra nostrana a stargli dietro. Pensare che adesso non c'è più neanche Putin, sulla cui spalla potersi consolare. Ma Berlusconi il provinciale ha già trovato con la sua furbizia la via di fuga, quella di fare dell'Italia non già un grande e virtuoso paese bensì l'arrembante battistrada delle new entries europee, che bruciano carbone e inquinano pur di farsi largo a gomitate nella competizione. Obama porta l'America nel terzo millennio, Berlusconi sprofonda l'Italia in un nuovo triste medioevo. Quand'è che anche noi potremo dire davvero "We can Change" ?

Stefano Olivieri - aprileonline

06/11/2008 L'orgoglio riscattato (Stefano Rizzo - aprileonline)

Obama ha vinto e McCain ha perso. I democratici hanno vinto e i repubblicani hanno perso. Il "guastafeste" terzo candidato di sempre, Ralph Nader, è rimasto al palo e non ha raggiunto l'uno per cento del voto popolare. Al momento in cui scriviamo due stati (Carolina del Nord e Missouri) sono divisi da meno di un punto percentuale e devono ancora essere assegnati. Degli altri 48 (più Washington D.C.) Obama ne ha vinti 29, totalizzando 349 grandi elettori (ne servivano 270 per vincere); McCain ha vinto 19 stati con 163 grandi elettori. Il voto popolare ha premiato Obama con il 52,3 per cento dei consensi: il risultato più lusinghiero per un candidato democratico dal 1964 (quando Lyndon Johnson vinse il 61,1 per cento sull'onda dell'assassinio di J.F. Kennedy). McCain ha raccolto un misero 46,4 per cento: meno di quello che aveva ottenuto George Bush nel 2000.

Con Obama sono andati bene anche i democratici in tutto il paese. Hanno vinto sei seggi in più al senato (dove si votava per un terzo dei seggi), portando la loro maggioranza ad almeno 56 seggi su 100 contro i 40 dei repubblicani (quattro sono ancora da assegnare). Quasi certamente non raggiungeranno la maggioranza a prova di ostruzionismo (60 seggi), che comunque era irraggiungibile, ma non sono più costretti a piegarsi agli umori dei due "indipendenti" (di cui uno, il democratico Joe Lieberman, ha appoggiato McCain). Alla camera bassa avevano già una maggioranza confortevole di 32 voti (su 435): l'hanno aumentata portando il loro gruppo a quota 251 contro i 173 repubblicani (11 ancora da assegnare). Quanto ai governatori, ce n'erano dieci in palio (cinque a cinque): i democratici ne hanno strappato uno in più, quello del Missouri, così che adesso governano in trenta stati contro i venti dei repubblicani (nel 2004 la situazione era rovesciata).

Si votava anche in vari stati per una serie di iniziative popolari. Non il numero spaventoso di referendum che avevano contrassegnato le precedenti elezioni, ma pur sempre significativi come indicatori dell'umore del paese. In California, Arizona e Florida si votava per vietare i matrimoni gay; sempre in California e in Sud Dakota si votava per limitare o vietare l'aborto; in altri stati c'erano sulla scheda varie norme, tra cui la legalizzazione della marijuana ad uso medico, la ricerca sulle cellule staminali, l'abolizione dell'imposta sul reddito e la fine della cosiddetta "azione affermativa" (o discriminazione positiva per favorire le minoranze). Come è andata nell'insieme? I matrimoni gay sono stati bocciati (ma non le unioni civili, che non erano in questione), il diritto di aborto è stato confermato e così la ricerca sulle cellule staminali. Il referendum per abolire l'imposta sul reddito è stato bocciato (segno che non tutti pensano che le tasse siano un male da estirpare). Sulle questioni valoriali "sotto la cintura", che avevano fatto la fortuna di George Bush nel 2000 e, soprattutto nel 2004, gli elettori si sono dimostrati tolleranti e moderati, rifiutando gli estremi.

Sull'affluenza al voto non ci sono ancora cifre definitive (e non ci saranno per qualche giorno), ma dalle stime sembra che sia stata abbastanza elevata, intorno a 132 milioni, ovvero circa il 64 per cento dell'elettorato, anche in questo caso si tratta della cifra più elevata dal 1960 (elezione di Kennedy). Dopotutto, i giovani, che pure hanno avuto un grande ruolo nella campagna di Obama, non sarebbero stati molti di più del passato: circa l'uno per cento in più; mentre è cresciuto del 16 per cento l'elettorato afroamericano, che costituisce adesso circa l'11 per cento dei votanti. Contrariamente alle previsioni (e al passato), questa volta non ci sono stati gravi problemi ai seggi: soltanto file lunghissime e attese di diverse ore dovute non tanto al numero degli elettori quanto ai molti quesiti sulla scheda e alla mancanza di un sistema organizzativo razionale a livello anche solo dei singoli stati.

Questi i numeri crudi di una vittoria chiara, che per entità non può essere considerata un "landslide", uno smottamento, paragonabile a quelli che in passato hanno ottenuto Bush padre, Reagan, Nixon, Roosevelt, ma una investitura che dà ad Obama anche una solida maggioranza nel congresso e negli Stati. Il che non era scontato, dal momento che la norma, a partire dagli '60, è stata l'opposto: un presidente senza una maggioranza in una o entrambe le camere, quindi un presidente costretto ad una interminabile mediazione con i leader politici per potere portare avanti il proprio programma. Anche la maggioranza del voto popolare costituisce una quasi novità per il partito democratico e dà al futuro presidente una legittimità politica che altri prima di lui non hanno avuto.

Dall'elezione di Johnson nel 1964 solo un presidente democratico, Jimmy Carter, ha superato la soglia del 50 per cento (e nel caso di Carter di appena lo 0,1), contro le cinque volte che l'hanno superata i presidenti repubblicani. Se si considera che in almeno altre tre elezioni c'erano candidati indipendenti, in realtà di destra più o meno estrema, che hanno raccolto un considerevole numero di voti, si può dire che nelle ultime dieci elezioni presidenziali la destra, o il centrodestra, ha superato ampiamente il 50 per cento otto volte e la sinistra, o il centrosinistra, soltanto due volte. Ha ragione quindi Karl Rove nell'affermare che l'America è un paese di centro-destra.

O meglio, aveva ragione. Con il voto di ieri la situazione è cambiata. Ci sarà tempo per analizzarla più approfonditamente, ma fin d'ora si può dire con sicurezza che la "permanente maggioranza repubblicana" (secondo la trionfalistica definizione di Rove), che in un modo o nell'altro ha governato il paese per gli ultimi trenta e passa anni, non esiste più. Al suo posto c'è una coalizione variegata, fatta - come ha detto Obama nel suo discorso della vittoria - da "giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, latinos, orientali, nativi americani, gay, eterosessuali, handicappati e non handicappati", una nuova coalizione che chiede di cambiare il corso della politica, chiede più giustizia sociale, un'economia che funzioni, e che vengano affrontati i problemi dell'oggi e le sfide del futuro. Come e se Obama riuscirà a tenere insieme questa nuova maggioranza, che ha entusiasmato durante la campagna elettorale e a dare le risposte che si attende, è qualcosa che vedremo fin dalle prossime settimane.

Lasciatemi concludere con una nota personale. Quaranta anni fa abitavo a New York e nella notte del 4 aprile 1968 ho potuto assistere ad Harlem alle sommosse, agli incendi e alla violenta repressione poliziesca che seguirono l'assassinio di Martin Luther King. E' difficile raccontare il senso di umiliazione -- di vergogna oltre che di dolore -- che molti giovani della mia generazione provarono per quell'omicidio, ultimo di una lunga serie di violenze, di sopraffazioni e di discriminazioni razziali che avevano scosso l'America nel decennio precedente e che ora sembravano destinate a non finire mai.

Oggi che un nero - un negro come si diceva ancora con disprezzo nel 1961, l'anno in cui è nato - è diventato presidente degli Stati Uniti, so bene, come lo sa lui, che la discriminazione razziale non è finita e vinta per sempre, in America, in Europa e nel mondo. Ma oggi, per la prima volta da molto tempo, mi sento di esprimere ammirazione, non per la tecnologia o la potenza militare di quel paese, per la forza delle sue armi e il sapere dei suoi cervelli, ma per la sua democrazia e il suo popolo.

Stefano Rizzo - aprileonline



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