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08/11/05 Noi siamo sempre stati e sempre saremo gli Stati Uniti d'America (aprileonline, http://www.canisciolti.info)

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Una vittoria schiacciante, storica, emozionante per un intero Paese che si è riversato in massa alle urne, in percentuali (tra il 64-65%) che non si vedevano dal 1920 quando il diritto di voto fu esteso alle donne.

Barack Obama, il candidato democratico che per 21 mesi ha saputo ispirare folle di americani e ricreare un entusiasmo per la politica che sembrava perso, ha travolto nelle elezioni di ieri il rivale repubblicano John Mccain trionfando anche non solo negli Stati chiave della Florida e dell'Ohio, ma anche in Stati come la Virginia, che dal 1964 non votava per il candidato della sinistra. I conteggi provvisori parlano di un autentico trionfo. A Obama servivano 270 delegati per diventare il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca ma nella sua casella ne compaiono già 338* contro i 156 di McCain. La vittoria è apparsa subito talmente netta che lo stesso MaCain si è affrettato a chiamare il suo rivale e a congratularsi con lui per la vittoria. "Il popolo americano ha parlato e ha parlato chiaro - ha poi detto poi McCain dal palco a Phoenix-. Oggi ero un candidato alla massima carica di questa nazione che amo tanto e questa sera rimango un umile servitore di questa nazione".

Ma è stato il discorso pronunciato da Obama a Chicago che ha tenuto incollati alla televisione milioni di americani. "Se qualcuno ancora aveva dubbi sul fatto che l'America è un posto dove ogni cosa è possibile - ha detto Obama - chì aveva dubbi se il sogno dei nostri padri fondatori fosse ancora vivo, chì metteva in dubbio il potere della nostra democrazia, bene questa sera ha avuto la sua risposta. Questa sera tutti gli americani, giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, indiano-americani, eterosessuali, gay, portatori di handicap, tutti insieme hanno mandato un messaggio al mondo che noi non siamo mai stati soltanto una raccolta di stati rossi e blu. Noi siamo sempre stati e sempre saremo gli Stati Uniti d'America". E ancora: "E' stata una strada molto lunga ma questa sera, grazie a quello che abbiamo fatto, in questo momento storico, il cambiamento è arrivato in America".

Le urne hanno decretato un trionfo anche per il partito democratico che questa notte si è vendicato in forma definitiva della pesante sconfitta del 1994 quando dovette cedere il controllo del Congresso ai repubblicani guidati da Newt Gingrich. Con ancora quattro stati da assegnare, i democratici controllano ora 56 stati contro i 40 dei repubblicani. Le proiezioni più accreditate dividono equamente i due stati rimanenti fra i due partiti. Il partito di Obama avrà dunque 58 o 59 senatori contro 42 dei repubblicani, una maggioranza forte, netta, anche se non al riparo da possibili manovre ostruzionistiche che invece sarebbero state rese impossibili da una supermaggioranza di 60 senatori. Ma negli Stati Uniti il concetto di "check and balances", cioé di un sistema in cui la minoranza ha modo di controllare in qualche modo l'operato della maggioranza, riveste una grande importanza e molti commentatori ritengono che questo risultato potrebbe avere effetti benefici.

Schiacciante anche la vittoria dei democratici alla Camera con 259 già conquistati contro i 176 dei repubblicani. Barack Obama ha già ricevuto la chiamata del presidente George W.Bush che si è congratulato con il vincitore e lo ha invitato a recarsi al più presto alla Casa Bianca promettendo una transizione senza problemi il prossimo 20 gennaio.

Nota *Poco dopo le 9.30 italiane, il presidente eletto degli Usa, Barack Obama, aveva ottenuto 349 voti elettorali, il candidato repubblicano, John McCain, 163 voti. I voti di Obama vengono da Vermont (3), Virginia (13), Ohio (20) Connecticut (7), Delaware (3), Distretto di Columbia (3), Illinois (21), Maine (4), Maryland (10), Massachusetts (12), New Hampshire (4),New Jersey (15), Pennsylvania (21), Michigan (17), Minnesota (10), New Mexico (5), New York (31), Rhode Island (4), Wisconsin (10), Iowa (7), Nevada (5), Colorado (9), California (55), Oregon (7), Stato di Washington (11), Florida (27), Hawaii (4), Indiana (11). I voti di McCain vengono da Georgia (15) Kentucky (8), South Carolina (8), West Virginia (5), Alabama (9), Mississippi (6), Tennessee (11), Oklahoma (7), Kansas (6), Lousiana (9), South Dakota (3), Arkansas (6), North Dakota (3), Texas (34) Wyoming (3), Utah (5), Idaho (4), Nebraska (5), Arizona (10), Alaska (3), Montana (3). Per essere eletto alla Casa Bianca occorrevano 270 voti elettorali. Mancano ancora i risultati di due Stati: North Carolina (15 voti) e Missouri (11 voti).

aprileonline

08/11/05 L'orgoglio riscattato (Stefano Rizzo - aprileonline, http://www.canisciolti.info)

Obama ha vinto e McCain ha perso. I democratici hanno vinto e i repubblicani hanno perso. Il "guastafeste" terzo candidato di sempre, Ralph Nader, è rimasto al palo e non ha raggiunto l'uno per cento del voto popolare. Al momento in cui scriviamo due stati (Carolina del Nord e Missouri) sono divisi da meno di un punto percentuale e devono ancora essere assegnati. Degli altri 48 (più Washington D.C.) Obama ne ha vinti 29, totalizzando 349 grandi elettori (ne servivano 270 per vincere); McCain ha vinto 19 stati con 163 grandi elettori. Il voto popolare ha premiato Obama con il 52,3 per cento dei consensi: il risultato più lusinghiero per un candidato democratico dal 1964 (quando Lyndon Johnson vinse il 61,1 per cento sull'onda dell'assassinio di J.F. Kennedy). McCain ha raccolto un misero 46,4 per cento: meno di quello che aveva ottenuto George Bush nel 2000.

Con Obama sono andati bene anche i democratici in tutto il paese. Hanno vinto sei seggi in più al senato (dove si votava per un terzo dei seggi), portando la loro maggioranza ad almeno 56 seggi su 100 contro i 40 dei repubblicani (quattro sono ancora da assegnare). Quasi certamente non raggiungeranno la maggioranza a prova di ostruzionismo (60 seggi), che comunque era irraggiungibile, ma non sono più costretti a piegarsi agli umori dei due "indipendenti" (di cui uno, il democratico Joe Lieberman, ha appoggiato McCain). Alla camera bassa avevano già una maggioranza confortevole di 32 voti (su 435): l'hanno aumentata portando il loro gruppo a quota 251 contro i 173 repubblicani (11 ancora da assegnare). Quanto ai governatori, ce n'erano dieci in palio (cinque a cinque): i democratici ne hanno strappato uno in più, quello del Missouri, così che adesso governano in trenta stati contro i venti dei repubblicani (nel 2004 la situazione era rovesciata).

Si votava anche in vari stati per una serie di iniziative popolari. Non il numero spaventoso di referendum che avevano contrassegnato le precedenti elezioni, ma pur sempre significativi come indicatori dell'umore del paese. In California, Arizona e Florida si votava per vietare i matrimoni gay; sempre in California e in Sud Dakota si votava per limitare o vietare l'aborto; in altri stati c'erano sulla scheda varie norme, tra cui la legalizzazione della marijuana ad uso medico, la ricerca sulle cellule staminali, l'abolizione dell'imposta sul reddito e la fine della cosiddetta "azione affermativa" (o discriminazione positiva per favorire le minoranze). Come è andata nell'insieme? I matrimoni gay sono stati bocciati (ma non le unioni civili, che non erano in questione), il diritto di aborto è stato confermato e così la ricerca sulle cellule staminali. Il referendum per abolire l'imposta sul reddito è stato bocciato (segno che non tutti pensano che le tasse siano un male da estirpare). Sulle questioni valoriali "sotto la cintura", che avevano fatto la fortuna di George Bush nel 2000 e, soprattutto nel 2004, gli elettori si sono dimostrati tolleranti e moderati, rifiutando gli estremi.

Sull'affluenza al voto non ci sono ancora cifre definitive (e non ci saranno per qualche giorno), ma dalle stime sembra che sia stata abbastanza elevata, intorno a 132 milioni, ovvero circa il 64 per cento dell'elettorato, anche in questo caso si tratta della cifra più elevata dal 1960 (elezione di Kennedy). Dopotutto, i giovani, che pure hanno avuto un grande ruolo nella campagna di Obama, non sarebbero stati molti di più del passato: circa l'uno per cento in più; mentre è cresciuto del 16 per cento l'elettorato afroamericano, che costituisce adesso circa l'11 per cento dei votanti. Contrariamente alle previsioni (e al passato), questa volta non ci sono stati gravi problemi ai seggi: soltanto file lunghissime e attese di diverse ore dovute non tanto al numero degli elettori quanto ai molti quesiti sulla scheda e alla mancanza di un sistema organizzativo razionale a livello anche solo dei singoli stati.

Questi i numeri crudi di una vittoria chiara, che per entità non può essere considerata un "landslide", uno smottamento, paragonabile a quelli che in passato hanno ottenuto Bush padre, Reagan, Nixon, Roosevelt, ma una investitura che dà ad Obama anche una solida maggioranza nel congresso e negli Stati. Il che non era scontato, dal momento che la norma, a partire dagli '60, è stata l'opposto: un presidente senza una maggioranza in una o entrambe le camere, quindi un presidente costretto ad una interminabile mediazione con i leader politici per potere portare avanti il proprio programma. Anche la maggioranza del voto popolare costituisce una quasi novità per il partito democratico e dà al futuro presidente una legittimità politica che altri prima di lui non hanno avuto.

Dall'elezione di Johnson nel 1964 solo un presidente democratico, Jimmy Carter, ha superato la soglia del 50 per cento (e nel caso di Carter di appena lo 0,1), contro le cinque volte che l'hanno superata i presidenti repubblicani. Se si considera che in almeno altre tre elezioni c'erano candidati indipendenti, in realtà di destra più o meno estrema, che hanno raccolto un considerevole numero di voti, si può dire che nelle ultime dieci elezioni presidenziali la destra, o il centrodestra, ha superato ampiamente il 50 per cento otto volte e la sinistra, o il centrosinistra, soltanto due volte. Ha ragione quindi Karl Rove nell'affermare che l'America è un paese di centro-destra.

O meglio, aveva ragione. Con il voto di ieri la situazione è cambiata. Ci sarà tempo per analizzarla più approfonditamente, ma fin d'ora si può dire con sicurezza che la "permanente maggioranza repubblicana" (secondo la trionfalistica definizione di Rove), che in un modo o nell'altro ha governato il paese per gli ultimi trenta e passa anni, non esiste più. Al suo posto c'è una coalizione variegata, fatta - come ha detto Obama nel suo discorso della vittoria - da "giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, latinos, orientali, nativi americani, gay, eterosessuali, handicappati e non handicappati", una nuova coalizione che chiede di cambiare il corso della politica, chiede più giustizia sociale, un'economia che funzioni, e che vengano affrontati i problemi dell'oggi e le sfide del futuro. Come e se Obama riuscirà a tenere insieme questa nuova maggioranza, che ha entusiasmato durante la campagna elettorale e a dare le risposte che si attende, è qualcosa che vedremo fin dalle prossime settimane.

Lasciatemi concludere con una nota personale. Quaranta anni fa abitavo a New York e nella notte del 4 aprile 1968 ho potuto assistere ad Harlem alle sommosse, agli incendi e alla violenta repressione poliziesca che seguirono l'assassinio di Martin Luther King. E' difficile raccontare il senso di umiliazione -- di vergogna oltre che di dolore -- che molti giovani della mia generazione provarono per quell'omicidio, ultimo di una lunga serie di violenze, di sopraffazioni e di discriminazioni razziali che avevano scosso l'America nel decennio precedente e che ora sembravano destinate a non finire mai.

Oggi che un nero - un negro come si diceva ancora con disprezzo nel 1961, l'anno in cui è nato - è diventato presidente degli Stati Uniti, so bene, come lo sa lui, che la discriminazione razziale non è finita e vinta per sempre, in America, in Europa e nel mondo. Ma oggi, per la prima volta da molto tempo, mi sento di esprimere ammirazione, non per la tecnologia o la potenza militare di quel paese, per la forza delle sue armi e il sapere dei suoi cervelli, ma per la sua democrazia e il suo popolo.

Stefano Rizzo - aprileonline



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