TuttoTrading.it

29/02/2008  Voto cattolico, patenti e certificati di qualità (Redazione, http://www.korazym.org)

Ricerca personalizzata

Nella campagna elettorale del 2008, c'è un aspetto ricorrente da considerare: la questione vera, presunta, voluta o alimentata del cosiddetto voto cattolico. Alcune riflessioni a margine...

La campagna elettorale è ancora lunga e in un mese e mezzo, assisteremo a decine di dibattiti, soliloqui e confronti. Soltanto alla fine, sarà possibile fare un bilancio. Tuttavia, c’è già un aspetto ricorrente da considerare: la questione vera, presunta, voluta o alimentata del cosiddetto voto cattolico. Tema suggestivo (non c’è che dire!) e magnetico, da occupare pagine di analisi, con tanto di retroscena e strategie. Il tutto, come se la fine della Dc fosse una parentesi e i cattolici agissero compatti in un monolite, da persuadere e allettare. E a quanto pare, non convince neppure l’opinione autorevole di due sondaggisti come Renato Mannheimer e Nicola Piepoli, concordi nel dire che non esiste una massa di voti cattolici influenzabile, ma solo la capacità di Chiesa e opinion leader di definire i temi dell’agenda pubblica. Ce ne è abbastanza per prendere le distanze sia dall’idea di partito cattolico che da quella di elettori credenti disposti a comportarsi nello stesso modo, come tanti soldatini. Al contrario, i cattolici sono ormai in tutti i partiti, sanno ragionare con la propria testa e sono pienamenti inseriti nelle dinamiche del pluralismo.

Nonostante tutto, rimane in campo un pregiudizio di fondo. E cioè che alla fine, un cittadino che ha fede agisca, volente o nolente, sotto tutela: quando va bene, sotto l’influenza rassicurante di valori accettati aprioristicamente, altrimenti sotto i comandi della gerarchia e del Ruini di turno. In questa prospettiva, il cosiddetto laico non riconosce alcun margine per la circolazione e la libera formazione di idee, per il rispetto reciproco di chi ha posizioni diverse, per la convinzione che un cattolico non sia cittadino “più o meno“ degli altri.

Prendiamo due esempi. Il primo è il modo in cui viene concepito il ruolo dei media di area come Famiglia Cristiana, ma soprattutto il quotidiano Avvenire. Basta un editoriale su qualsiasi tema, per leggere su altri giornali resoconti all’insegna del “I vescovi dicono, i vescovi condannano, i vescovi sostengono…”, screditando di fatto l’opinione di giornalisti uguali gli altri, eppure considerati indirettamente dei baciapile. Peccato che Avvenire appartenga sì alla Conferenza episcopale italiana, ma sia pienamente inserito nel sistema di regole che la nostra legislazione fissa nel rapporto tra editore e redazione.

Per capirci, si è mai interpretato un editoriale di Giulio Anselmi de La Stampa, come un affondo della Fiat? O un commento di Scalfari su Repubblica, come una condanna del gruppo Espresso e quindi di De Benedetti? E ancora, un articolo di Galli della Loggia sul Corriere della Sera, come espressione del patto di sindacato tra poteri forti, proprietari del quotidiano di Via Solferino? Mai. I giornali valgono come fogli di notizie e di opinioni e, fino a prova contraria, il giornalista che scrive, risponde in prima persona. Evidentemente, per Avvenire la regola non vale: i vescovi punzecchiano, il giornale parla sempre e comunque a nome di tutti i cattolici (ndr. ma quando mai!) e il direttore Dino Boffo è una testa vuota che la Cei può riempire come crede.

Il secondo esempio è più politico e riguarda il dibattito stucchevole sul ruolo dei cattolici in politica. Il Pd candida i Radicali e Veronesi? Per alcuni bisogna correre ai ripari, candidando cattolici doc, in pieno stile “quote rosa”. Si sono tirate così per la giacca figure autorevoli come Andrea Riccardi e Paola Bignardi, scegliendo alla fine altre persone rispettabili e degne come Andrea Sarubbi e Marco Ceruti. Il rischio reale o percepibile tuttavia, è che l’identità valoriale di un partito non dipenda dai progetti concreti, ma da nomi altisonanti o di garanzia. Il cattolicesimo viene concepito quasi fosse una militanza, con persone da cooptare e da mostrare all’universo mondo. L’esatto opposto della realtà.

Del resto, se si avesse il coraggio di mettere da parte pregiudizi e analisi unidirezionali, si capirebbe come la fede non rappresenti né un elemento di distinzione, né una pregiudiziale, ma una dimensione vissuta nella quotidianità. Il credente non è migliore o peggiore degli altri, non è intelligente o buono a prescindere, ha slanci e assestamenti come tutti. E soprattutto, non può essere ridotto a semplice elemento di bilanciamento, in forza del suo essere “cattolico”. Sia chiaro: per un credente, la fede deve essere testimoniata e proposta, ma ci sono due cose di cui proprio non si sente il bisogno: le patenti o i certificati di qualità, autoprodotti o conferiti da terzi.

http://www.korazym.org
Quest'opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons

  • Archivio ELEZIONI PORCATA volute da Berlusconi
  • Ricerca personalizzata