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  • 20/04/2006 Il Match Point del Doppio Turno (Massimo Bordignon, Guido Tabellini, www.lavoce.info)

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    Se mai ci fosse stata qualche residua incertezza sulla qualità della nuova legge elettorale, i risultati sono lì a fugarla. Abbiamo un vincitore, ma privo della maggioranza sufficiente per governare con tranquillità in una delle due Camere. Per di più, il sistema proporzionale esaspererà il conflitto all’interno di una coalizione di Governo già troppo eterogenea. Ciascun membro della coalizione vincente cercherà di proteggere il proprio elettorato di riferimento a scapito degli alleati. Al Senato, dove letteralmente ogni singolo voto sarà determinate, ciò può significare la completa paralisi dell’attività legislativa. Una paralisi che non ci possiamo permettere, stante la stasi economica e la difficile situazione dei conti pubblici.

    Il problema

    Il problema non è la sostanziale equivalenza in termini di consenso delle due coalizioni, la cosiddetta “spaccatura” del paese. Anzi, questa è paradossalmente un bene, perché significa che dopo un decennio di esperimenti, il sistema politico italiano ha ormai trovato un suo schema bipolare e competitivo, con maggioranze di diverso orientamento politico che possono facilmente avvicendarsi al governo del paese. Semmai, il problema è esattamente l’opposto: l’incapacità di governare rischia di mandare in frantumi il sistema bipolare, facendoci ripiombare nel marasma di Governi brevi, coalizioni instabili e trasformismi politici che fino agli anni Novanta hanno di fatto impedito agli italiani di scegliersi chi li governava.

    La madre di tutti i problemi è la nuova legge elettorale, che non ha consentito alla coalizione che ha ottenuto più voti di avere i numeri per governare, e che non offre ai politici gli incentivi giusti per farlo bene. Non c’è dubbio dunque che debba essere cambiata. Prima del voto, l’Unione si è impegnata a modificarla, e a farlo con il più ampio consenso possibile. È opportuno che tenga fede all’ impegno. E prima il dibattito parte, meglio è. Più si avvicina il momento delle elezioni, più diventa difficile cambiare la legge, perché ogni partito penserà solo all’effetto sui suoi seggi in Parlamento. Inoltre, cambiare la legge elettorale potrebbe accelerare la formazione di nuove aggregazioni politiche (il partito democratico a sinistra, un partito moderato a destra), il che ridurrebbe la conflittualità all’interno delle coalizioni. Infine, se la nuova maggioranza non dovesse reggere alla prova, votare di nuovo con questa legge riprodurrebbe l’impasse attuale. La riforma della legge elettorale deve quindi essere una priorità del nuovo Parlamento. Ma in che direzione cambiarla?

    La riforma della riforma

    Ci sono due possibilità concrete. Una è quella di ritoccare la legge elettorale attuale, mantenendone la struttura, ma eliminando i difetti più evidenti. Per esempio, reintroducendo le preferenze nella scelta dei candidati. Questa soluzione andrebbe forse nella direzione di migliorare la qualità della classe politica , ma non risolverebbe il problema della eterogeneità delle coalizioni e del potere di veto dei piccoli partiti, e non garantirebbe una maggioranza conforme nelle due Camere. Una possibile soluzione al primo problema è aumentare in modo rilevante le soglie minime per ottenere la rappresentanza parlamentare dei partiti. Ciò ridurrebbe la presenza delle frange estreme in Parlamento, ma non l’incentivo dei partiti residui a competere all’interno delle coalizioni per gli stessi voti. Questo incentivo è insito nello stesso sistema proporzionale.

    Inoltre, la riduzione del ruolo delle frange estreme rafforzerebbe il centro dello schieramento politico. Dietro l’apparente seduzione di una moderazione della conflittualità, vi sarebbe il rischio di un ritorno al passato: il “centro” resta eternamente al potere, alleandosi di volta in volta con una parte o l’altra dello schieramento politico residuo. In modo neppure troppo nascosto, è a questo modello che mirano i partiti centristi che hanno sostenuto la riforma elettorale e che adesso sostengono la necessità di una grande coalizione. Ma è uno schema che abbiamo già conosciuto, e le cui conseguenze, in termini di inefficienza nell’azione pubblica e di corruzione politica, sono ben note.

    Anche l’introduzione della “sfiducia costruttiva” alla tedesca non risolverebbe il problema. La “sfiducia costruttiva” cura l’instabilità, ma non rinforza la capacità di decidere dei Governi e non rimedia all’eterogeneità delle coalizioni.

    Il ritorno al maggioritario

    Una soluzione alternativa potrebbe essere il ritorno al sistema elettorale precedente, abolito dal Governo uscente. Ciò avrebbe il vantaggio della semplicità: si tornerebbe al sistema sperimentato nell’ultimo decennio, che ha garantito stabilità alle legislature e la possibilità dell’alternanza. Ma, anche se si trovasse il consenso politico per tornare indietro, il Mattarellum non era esente da critiche. Intanto, i seggi assegnati su base proporzionale (il 25 per cento) mantenevano le tendenze disgregatrici tipiche del sistema proporzionale puro. Inoltre, il sistema maggioritario a turno unico ha aumentato il potere contrattuale dei partiti estremisti. Pur senza disporre di grandi consensi a livello nazionale, questi partiti hanno imposto la propria agenda politica sugli altri membri della coalizione con il ricatto che altrimenti avrebbero presentato un loro candidato nei collegi uninominali. A riprova di quanto fosse credibile, si ricordi che il centrodestra ha perso le elezioni nel 1996, quando si è presentato senza la Lega Nord, e il centrosinistra nel 2001, quando si è presentato senza Rifondazione comunista.

    Il maggioritario a doppio turno

    È dunque indispensabile trovare un sistema elettorale alternativo, che riproduca i vantaggi del maggioritario senza offrire potere di ricatto ai partiti estremisti. Questo sistema esiste ed è in parte già praticato in Italia, nelle elezioni per il sindaco nei comuni con più di quindicimila abitanti. È il sistema maggioritario a doppio turno, che consente solo ai due candidati più votati al primo turno di ripresentarsi al secondo. Unisce due pregi. Da un lato, limita la capacità di ricatto dei partiti estremisti. Dall’altro, consolida gli incentivi all’aggregazione tra le forze politiche in due schieramenti contrapposti. Converrebbe senz’altro ai principali partiti, tant’è vero che era stato proposto e quasi accettato nel momento di massimo dialogo istituzionale tra le forze politiche, durante l’esperienza della Bicamerale del 1997. Passata la febbre elettorale, è possibile che se ne possa riparlare.

    L’abbandono del bicameralismo perfetto

    Infine, si dovrebbe ammettere che nessuna di queste soluzioni è in grado di garantire la stessa maggioranza nelle due Camere. La difficoltà si è manifestata con chiarezza in questa tornata elettorale, ma si era presentata anche in occasioni precedenti e con un diverso sistema elettorale (il Governo Berlusconi del 1994, privo di maggioranza al Senato). I termini del problema sono in realtà molto semplici. O si rendono esattamente identiche le due Camere (compreso l’elettorato passivo), oppure c’è sempre la possibilità, teorica e pratica, che i risultati possano divergere, quale che sia il sistema elettorale. Ma se si rendono esattamente uguali le due Camere, che senso ha averne due? È chiaro che l’unica soluzione razionale è la “specializzazione” delle Camere per funzioni, abbandonando il bicameralismo perfetto che è ormai una specificità solo italiana nel contesto dei paesi avanzati. Il suo superamento è un’ipotesi continuamente avanzata nel dibattito politico: è presente nella riforma costituzionale approvata dal centrodestra, e anche nel programma elettorale dell’Unione. Sfortunatamente, il problema sembra di ancor più difficile soluzione che una modifica della legge elettorale

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