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16/042010 La versione di Colaninno: "Telecom non è stata spolpata" (Roberto Colaninno, http://antefatto.ilcannocchiale.it)

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Caro Direttore,

ho letto con indignazione l’articolo di Peter Gomez dal titolo "La polpa Telecom ha riempito le loro pance", pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano. Il pezzo contiene una serie di affermazioni e ricostruzioni infondate – figlie della pericolosa categoria dei “falsi miti” che continua tristemente ad animare la vicenda dell’offerta pubblica d’acquisto su Telecom – e che ho già avuto occasione di smentire in innumerevoli occasioni. Ma, evidentemente, repetita iuvant: sono costretto, quindi, a ricostruire (ancora una volta) i fatti così come si sono realmente svolti, nonché i loro risultati industriali e finanziari. Nella speranza che le illazioni possano lasciare posto, finalmente, alla verità storica.

LA SCALATA. L’opa lanciata da Olivetti su Telecom nel 1999 non rappresentò soltanto la più grande operazione di questo tipo mai realizzata in Italia e una delle principali effettuate a livello globale, ma anche lo strumento per realizzare uno straordinario progetto industriale nell’interesse di Olivetti, di Telecom Italia, del nostro Paese. Parlano i fatti: mi limito a ricordare che nel 2001 – al termine di un’avventura industriale complessa e appassionante – fui costretto a lasciare un’azienda totalmente diversa da come l’avevo trovata. In soli due anni l’azienda italiana di TLC era diventata un vero player internazionale,in virtù di una strategia di espansione sui mercati più promettenti del pianeta. Avevamo conquistato la maggioranza della società di telefonia mobile in Cile, sviluppato la rete di telefonia mobile e fissa in Brasile, razionalizzato Telecom Argentina, rafforzato la nostra presenza in Grecia, in Turchia e in tutta l’area del Mediterraneo orientale, avviata con Telecom Austria la presenza del gruppo sui mercati dell’Europa centro-orientale in virtù di un accordo con il governo austriaco, risolti gravi contenziosi come quelli in Serbia e a Cuba nei riguardi degli Stati Uniti. Il profilo industriale di Telecom Italia nel 2001 spaziava dalla telefonia fissa a quella mobile, da Internet alla televisione, dalle comunicazioni satellitari ai sistemi informatici. Altro che Telecom "spolpata".
Sotto il profilo finanziario, l’opa del 1999 fu un’operazione di mercato così dirompente e trasparente da cogliere di sorpresa (e forse preoccupare) chi era abituato da decenni a considerare i "salotti buoni" del capitalismo italiano come l’unico terreno di gioco delle grandi operazioni industriali e finanziarie del Paese. A differenza di quanto è successo negli altri passaggi di proprietà del gruppo telefonico, l’offerta di Olivetti si rivolse infatti a tutti gli azionisti ordinari di Telecom Italia dando loro la possibilità di “incassare” un premio rilevante rispetto alle quotazioni del titolo.

IL DEBITO. Quanto al debito, desidero ribadire con forza che l’opa non portò indebitamento su Telecom Italia e sulle altre società operative: per realizzare l’operazione Olivetti utilizzò 20.000 miliardi di lire di liquidità propria, bond e strumenti finanziari di debito, che rimasero in carico alla società di Ivrea e che sarebbero stati quasi annullati se l’operazione – già accettata dal mercato – di conversione delle azioni di risparmio Telecom Italia in ordinarie e il successivo buy-back avessero trovato esecuzione nell’estate del 2001. Ma il dato fondamentale è un altro: il debito di Telecom, all’epoca, era largamente inferiore a quello dei grandi competitor europei ed era perfettamente sostenibile dalla cassa generata annualmente dal gruppo telefonico stesso.
E’ altrettanto importante inquadrare in modo corretto un altro aspetto dell’operazione su cui vengono riproposte ciclicamente teorie improbabili e calunniose, delle quali mi interesserebbe molto conoscere le vere motivazioni. Nessuno chiese ed ottenne "sponsorizzazioni" politiche o istituzionali. Non fanno parte della mia etica, sarebbero state contrarie alle regole del diritto nonché un’evidente contraddizione rispetto alla logica esclusivamente di mercato che caratterizzò l’intera operazione. All’epoca dei fatti le istituzioni competenti – in primis l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, il ministero del Tesoro, Consob e Borsa Italiana – controllarono severamente ogni dettaglio di questa operazione, garantendo il rigoroso rispetto delle leggi. Il modello di relazioni con tutti i rappresentanti del mondo istituzionale si basò sulla trasparenza e sulla tutela della neutralità: elementi richiesti – anzi pretesi – dal mercato, che fu in grado di stabilire l’esito dell’operazione al di fuori di ogni condizionamento esterno. L’opinione pubblica e il mondo finanziario e del risparmio furono informati quotidianamente dai media italiani e internazionali, che per la prima volta in Italia ebbero la possibilità di seguire, analizzare e valutare in ogni dettaglio un’offerta di pubblico acquisto verso tutti gli azionisti di Telecom Italia, dalla sua nascita alla sua conclusione.
Nel dettaglio, all’assemblea degli azionisti Telecom che doveva deliberare l’opa di Telecom sulla controllata Tim si presentò soltanto il 22,3 per cento del capitale della società: l’assemblea, dunque, non poté né costituirsi né deliberare, a prescindere dalla decisione del ministero del Tesoro e del fondo pensioni della Banca d’Italia. Questi due soggetti erano titolari rispettivamente del 3,4 per cento e del 2,3 per cento del capitale di Telecom: se anche si fossero presentati a Torino, il quorum non sarebbe stato raggiunto.

BELL. Voglio ribadire per l’ennesima volta, inoltre, che non ho mai posseduto nessuna azione di qualsivoglia società lussemburghese e in particolare di Bell. Nel luglio 2001, quando gli azionisti di Bell decisero di vendere a Tronchetti Provera, lo fecero contro la mia volontà e quindi senza alcun mio coinvolgimento nella trattativa. A quel punto la mia decisione – proprio perché in contrasto con la strategia del gruppo Gnutti – fu quella di vendere tutte le mie partecipazioni in Hopa, Fingruppo e Olivetti al gruppo Gnutti. E’ doveroso ricordare, infine, che i frutti di questa e di tutte le mie operazioni sono sempre rimasti integralmente in Italia e hanno generato ingenti imposte a favore dell’erario.

Da il Fatto Quotidiano del 16 aprile



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