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  • 28/09/2007 Mutui: una crisi evitabile? (Daniele John Angrisani, http://altrenotizie.org)

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    Sebbene siano passate ormai tre settimane dall'inizio della cosiddetta "crisi dei mutui", la situazione è lungi dall'essersi schiarita. Neanche pochi giorni fa in Gran Bretagna si è assistito a scene che ricordavano molto da vicino quelle della bancarotta in Argentina, o peggio ancora alle scene della Grande Depressione americana del 1929: code di persone agli sportelli di una delle principali banche inglesi che si occupa di mutui, la Northern Rock, e conseguente crollo in Borsa del valore delle azioni della banca in questione. Solo l'intervento pesante delle Banche Centrali internazionali, in primis la Federal Reserve americana e la Banca Centrale Europea, ha evitato sinora il peggio, con costanti e cospicue immissioni di liquidità nel sistema. Ciò nonostante, e bene lo sa chi è nel settore, anche le banche italiane - che da questa crisi, per fortuna, sono toccate solo marginalmente - hanno avuto alcuni problemi di liquidità nelle settimane passate ed è dovuto intervenire lo stesso Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, per rassicurare il mercato sulla solidità delle nostre istituzioni finanziarie, così come hanno fatto, a loro volta, i governatori delle Banche Centrali dei Paesi più toccati dalla crisi.

    Ma è davvero così grave la situazione? La crisi è scoppiata quando alcuni fondi americani, specializzati nel mercato dei cosiddetti mutui "sub prime", ovvero i mutui concessi a coloro che non hanno fornito le garanzie necessarie per un mutuo di "prima categoria", hanno dovuto dichiarare bancarotta, a causa dell'impossibilità per un numero sempre maggiore di americani di riuscire a pagare le proprie rate. Il problema alla base di questa crisi è stata la facilità - e spesso la complicità - con cui le banche e gli altri istituti finanziari si sono premurate a rilasciare prestiti e mutui anche a soggetti che non erano in regola per riceverli e non davano le garanzie necessarie.

    Ciò è stato possibile grazie a strumenti quali i cosiddetti Collateralized Debt Obligation (CDO) che altro non sono che pacchetti in cui vengono aggregati titoli con diverse categorie di rischio, tra cui, per l'appunto, i mutui sub prime, il cui elevato rischio, in questo modo, veniva trasferito dalle banche/istituzioni finanziarie che li avevano emessi, nelle tasche degli ignari possessori di fondi che investivano in tale mercato. Questo meccanismo perverso è durato anni ed ha permesso, tra le altre cose, che molti cittadini americani abbiano potuto vivere per anni al di sopra delle proprie possibilità, drogando così la crescita economica di quel Paese.

    Era ovvio però che il gioco non sarebbe potuto durare troppo e che di fronte alla prima reale difficoltà congiunturale (aumento dei tassi, ad esempio), prima o poi la bolla sarebbe scoppiata. Gravi colpe hanno, ancora una volta, le società di rating che, nonostante la loro reputazione sia ancora immacolata, hanno per l'ennesima volta fallito miseramente il proprio scopo, visto che avevano valutato con rating piuttosto elevati (e quindi consigliato l'acquisto) alcuni dei titoli dei principali fondi e società finanziarie che sarebbe poi risultate pesantemente implicate nella crisi. Non è la prima volta che succede, basti solo pensare allo scandalo Parmalat o alla bancarotta dell'Enron, e questa continua sequela di abbagli lascia pensare molti esperti del settore che in realtà si tratti di sbagli "voluti" e che perciò si possa tranquillamente parlare di "complicità" delle aziende di rating in questa crisi.

    Al momento comunque è ancora impossibile valutare i danni, ma una cosa comunque è sicura: le immissioni di liquidità sul mercato da parte delle Banche Centrali sono state tante e tali come non se ne vedevano da tempo, che è ragionevole credere che, come ha affermato lo stesso ex presidente della Fed Alan Greenspan in una intervista alla tv economica Bloomberg, l'effetto di questa crisi possa essere molto più pesante di ciò che ci si può al momento immaginare, fino a portare ad una vera e propria recessione.

    Il mercato, pronto a considerare le parole di Greenspan come un vero oracolo dinanzi al relativo fallimento delle politiche del suo successore Bernanke, si dimentica però che proprio la Federal Reserve di Greenspan è la principale colpevole della situazione al momento in atto, a causa della mancanza di adeguati controlli sulle istituzioni americane durante il boom degli Anni Novanta, che avrebbero potuto prevedere lo scoppio di questa crisi.

    Sta di fatto comunque che ormai tutte le istituzioni economiche mondiali ed i centri studi affermano che questa crisi potrebbe portare al blocco della crescita in Europa ed ad una quantomeno brusca frenata negli Stati Uniti. Alcuni si spingono addirittura oltre, parlando di un possibile effetto traino persino su economie in crescita impetuosa, come quelle cinesi ed indiane, nonché di possibili bancarotte in Paesi economicamente deboli, quali il Kazakhstan che ha parecchio sofferto nelle ultime settimane.

    Il timore è che l'eventuale crollo di un Paese possa innescare un meccanismo a catena che possa portare ad una situazione simile a quella che, nel 1997, causò il crollo delle cosiddette Tigri asiatiche e l'anno successivo portò alla bancarotta la Russia di Eltsin. Con la differenza, stavolta, che a rischiare più di tutti sarebbero proprio le grandi istituzioni finanziarie internazionali dei Paesi occidentali, con pesantissime ripercussioni sulla crescita economica e l'occupazione in Europa e negli Stati Uniti. La prima è poi ancora più a rischio visto che il deprezzamento (a tratti un vero e proprio crollo) del dollaro nei confronti dell'euro rischia di penalizzare le esportazioni del Vecchio Continente, danneggiando così ancora di più l'economia dei Paesi europei.

    In sostanza dunque, nubi nere si stagliano all'orizzonte e di schiarite neppure l'ombra. Il rischio reale è quello di svegliarci improvvisamente e scoprire anche noi di aver bruciato parte dei nostri risparmi in fondi che non hanno fornito alcuna garanzia di trasparenza sull'utilizzo dei nostri soldi. Ma, come ben insegnano i nostri media, tutto questo è una "non notizia" di fronte ai V-Day ed alle primarie del Partito Democratico...

    Link originale Questo articolo è pubblicato secondo la Licenza Creative Commons.

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